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domenica 27 marzo 2011

L'impudente


Dal Vocabolario Zingarelli della lingua italiana: "Impudente": chi non sente pudore o ritegno; sfacciato, sfrontato.


Il professor Bruno Dallapiccola, illustre genetista, si dice "stupito" dopo aver letto le dichiarazioni del vescovo responsabile della Penitenzeria Apostolica sulla fecondazione in vitro (La Stampa del 21/3/2011). Il vescovo Girotti aveva affermato che


"Oggi ci sono forme di peccato che prima neanche si immaginavano. Le nuove frontiere della bioetica, innanzitutto ... il caso più frequente è rappresentato dal ricorso ad alcune tecniche di fecondazione artificiale, quale la FIVET, non moralmente accettabili ... il concepimento deve avvenire in modo naturale tra i due coniugi, mentre la fecondazione assistita può comportare di per sé un altro fatto non lecito, e cioè il congelamento degli embrioni che sono persone".


Come si diceva, Dallapiccola è stupito:


"Mi stupisce il fatto che la fecondazione assistita venga inclusa tra i peccati visto che viene effettuata nel mondo anche in alcune strutture cattoliche" ... "Mi stupisce il riferimento alla FIVET, poiché ormai la tecnica più utilizzata, in almeno il 70% dei casi, è l'ICSI; cioè l'iniezione del singolo spermatozoo nella cellula uovo. E' tutto molto problematico e la Santa Sede ha accolto l'analisi del globulo polare che seleziona il gamete femminile nel caso di genitori con problemi conosciuti, ad esempio la talassemia (...) La Chiesa ha avuto una posizione di apertura su questa nuova tecnica che di fatto è l'anticamera della fecondazione in vitro".
Dallapiccola conclude:


"E' segno che su questi temi esistono posizioni variegate nelle gerarchie ecclesiastiche".
Possiamo dichiararci anche noi "stupiti"?

Chi parla è Presidente di Scienza e Vita, l'organismo voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana per difendere la legge 40 sulla fecondazione artificiale e dare il "la" al variegato mondo cattolico con lo slogan "Alleati per il futuro dell'uomo".

L'impudenza del prof. Dallapiccola sembra dimostrare quale è la finalità che egli si propone nel ricoprire questo incarico: "sdoganare" quelle tecniche antiumane, trascinare la Chiesa e i cattolici ad accettarle e a considerarle "buone".


Possiamo dare un consiglio ai vertici della Conferenza Episcopale Italiana? Ai vescovi che il prof. Dallapiccola sbeffeggia, permettendosi di cogliere divisioni nelle "gerarchie ecclesiastiche" e perfino nella "Santa Sede"?
Avete colto quale alto ragionamento teologico è sotteso alle sue risposte? "Molti commettono peccati, mi stupisce che la Chiesa li consideri peccati" ...
Questo professore che ignora la Dignitas Personae (e prima ancora tutto l'insegnamento della Chiesa sul rapporto tra uomo e donna), che tace sui milioni di embrioni creati artificialmente destinati a morire, che tralascia la questione del congelamento, che si guarda bene dal confermare che l'embrione è persona, che si permette di correggere il vescovo proponendo una distinzione tra FIVET e ICSI (l'ICSI è una variante, ancora più artificiale, della FIVET), che ci propina una analisi del globulo polare "cattolica" ... non sarà forse bene farlo dimettere da quell'incarico? (magari nel momento giusto, sotto silenzio, destinandolo ad altro incarico prestigioso ...)


O forse ci siamo sbagliati.

Forse il prof. Dallapiccola non è impudente ... è imprudente!

Ma come si fa a proporre ad un giornale laico tutta la verità: che la fecondazione artificiale la praticano molti ospedali cattolici, che molti vescovi fanno finta che la Dignitas Personae non sia mai stata scritta, che le "gerarchie ecclesiastiche" sono divise, che l'allora presidente della Pontificia Accademia per la Vita ha inaugurato (e benedetto?) un reparto in cui si praticano quelle tecniche, che molti ospedali cattolici fanno ICSI e congelamento, che qualcuno sostiene che la selezione degli embrioni conseguente all'analisi del globulo polare del gamete femminile sia "buona" ...!


Un consiglio? Forse è meglio che si dimetta lo stesso.


Giacomo Rocchi

sabato 23 ottobre 2010

Una scomoda verità


Torniamo sul precedente post riguardante la lettera dei vescovi polacchi sulla fecondazione artificiale e sul modo con cui la stessa è stata presentata nell'articolo del 7/10/2010 su "Avvenire".

Due premesse sono doverose: la prima è che il titolo dell'articolo ("La Polonia cerca la 'sua' legge 40") non è automaticamente attribuibile al giornalista (Lorenzo Shoepflin); la seconda è che - salvo che ce ne siano sfuggiti - si tratta dell'unico articolo apparso sul quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana che riguarda la dura presa di posizione di quella polacca.

Cosa dicono di nuovo di vescovi polacchi?
Per chi ha letto la Dignitas Personae sostanzialmente nulla: la critica serrata alle tecniche di fecondazione artificiale in sé e la sottolineatura della loro abortività intrinseca - cioè del fatto che la stragrande maggioranza di embrioni prodotti muoiono inevitabilmente: hanno, quindi, un destino segnato - sono scritte nero su bianco in quel documento così autorevole; come stupirsi, quindi, che i vescovi polacchi lo ripropongano e giungano alle conseguenze inevitabili (la scomunica latae sententiae: peraltro bisogna ricordare che il riferimento ad essa non è contenuta nel documento, ma è stata fatta in un'intervista)?
(Ma in questo blog il 14/12/2008 si segnalava che una sintesi del documento vaticano apparso sul sito del Movimento per la Vita erano scomparsi proprio i riferimenti a questa abortività)

Non possiamo nascondere un dato: all'interno del mondo cattolico - che dovrebbe essere il più favorevole ad una difesa della vita umana intransigente - sulla fecondazione artificiale la frattura è nettissima tra chi è favorevole ed esercita tali tecniche e chi - come i vescovi polacchi - le respinge. Questa frattura è apparsa chiaramente in questo periodo, a seguito dell'assegnazione del premio Nobel a Edwards, il "padre" della provetta.

Leggiamo l'intervista a Eleonora Porcu - presentata come un medico che da 35 anni fa questo lavoro - su Avvenire dello stesso giorno:
"Agli albori di questa tecnica, c’era comunque un percorso quasi
'naturale'
, durante il quale una sola tappa veniva deviata per prendere la
strada del laboratorio. Dalle origini a oggi c’è stata senza dubbio una
filiazione di applicazioni delle tecniche a situazioni ai limiti dell’aspetto
terapeutico, fino a spingersi a ciò che io considero un rischio di
aberrazione e degenerazione, come la clonazione umana, l’utilizzo in modo
indiscriminato di gameti e utero, addirittura con sfruttamento delle persone, in
particolare della donne
. Mi riferisco al business dell’utero in affitto in
Paesi come l’India".
Richiesta di esprimere le valutazioni etiche, la d.ssa Porcu afferma:
"Ecco allora problemi etici enormi, tra cui quello della soppressione degli
embrioni in soprannumero".

Ecco che viene presentata una fecondazione artificiale buona, addirittura naturale (sic!) e una cattiva: e il cattivo è colui che sopprime volontariamente gli embrioni in soprannumero, o addirittura fa clonazione o sfrutta le donne del terzo mondo. Chi, come la d.ssa Porcu, da 35 anni produce migliaia di embrioni destinati a morte certa, ha il diritto di fare la morale ai lettori del quotidiano cattolico (come è noto, la d.ssa Porcu non è l'unica cattolica a operare nella fecondazione in vitro ...).

Ma anche Michele Aramini, in un articolo nello stesso giornale del 7/10/2010, è attento a distinguere:
"C’è un altro lato della medaglia che non si vuole assolutamente guardare:
si sono generati 4 milioni di bambini, pagando il prezzo di molti milioni di
loro fratelli che sono stati sacrificati programmaticamente per arrivare a
questo scopo.
(...) Dobbiamo però interrogarci sulle scelte di medici e
genitori che hanno fatto nascere la vita dalla morte. E si trattava sempre di
loro figli, tra i quali hanno magari fatto una scelta, non si sa con
quale autorità. Che i genitori, con l’aiuto dei medici, decidano quale dei
propri figli debba vivere o morire
è una condizione che dovrebbe ripugnare
alla coscienza di ogni persona"
Ancora una volta il vero problema sembra essere quello della selezione degli embrioni, non dell'abortività intrinseca delle tecniche. E, infatti, in un passaggio successivo Aramini sostiene che
"... dobbiamo segnalare uno svilimento tremendo per il valore della vita umana.
Svilimento che ha preso le mosse dal 1978, quando i congelatori hanno
cominciato a riempirsi di embrioni soprannumerari che non servivano più
. Da
allora la sperimentazione distruttiva sugli embrioni è diventata prassi comune, rendendo sempre più normale l’idea che si tratti di semplice materiale
biologico
".
Vedete? lo "svilimento del valore della vita umana" non deriva dal fatto che gli embrioni vengono prodotti, non è conseguenza delle tecniche di fecondazione artificiale ... deriva dalla sovrapproduzione, dal congelamento, dalla distruzione volontaria degli embrioni.
Ancora una volta ci viene proposta una parte buona della fecondazione artificiale e una parte cattiva.
Del resto: guardate la posizione dell'articolo di Shoepflin nella pagina di E' Vita del 7/10/2010 e vedete come è sovrastato da quello, cui viene data ben maggiore importanza, in cui Angela Merkel afferma: "No alla diagnosi sugli embrioni".

Certo: su Avvenire appaiono anche le posizioni radicali: Giacomo Samek Lodovici scrive, nello stesso numero che
"... ci sono diverse ragioni laiche per biasimare moralmente la Fivet, che
risulta inaccettabile pur producendo alcuni bambini: infatti il fine non
giustifica il mezzo. Il presupposto (...) di buona parte del seguente discorso è
che il concepito è un essere umano a tutti gli effetti, dunque ha una dignità
incomparabile. (...) Ora, per ogni nato la Fivet comporta la morte di un numero
enorme di embrioni, in quanto le sue percentuali di successo sono bassissime: su
100 embrioni prodotti, almeno 80 sono destinati a morire subito a quasi. La
morte degli embrioni dopo i concepimenti naturali è provocata dalla natura, non
da una tecnica dell’uomo, come avviene con la Fivet"
e nella stessa pagina Roberto Colombo menziona il numero degli embrioni morti dopo il trasferimento in utero.

Ci si chiede, però, se sia opportuno tacere su questa frattura. Nel prossimo post rifletteremo sull'influenza che l'esistenza legge 40 in Italia ha su questa situazione.

Giacomo Rocchi

lunedì 20 settembre 2010

Gli embrioni salvati sono quelli non prodotti artificialmente. Conclusioni




Durante questa estate abbiamo riflettuto sui risultati della legge 40 sulla procreazione assistita commentando le due Relazioni al Parlamento del Movimento per la Vita Italiano e un articolo apparso su Sì alla Vita nel mese di luglio 2010. (vedasi i cinque post dallo stesso titolo a partire dal 23 agosto)

Siamo partiti da un dato oggettivo: gli embrioni prodotti e morti in un anno in applicazione della legge sono almeno 75.000 (ed è facile calcolare il numero complessivo degli embrioni prodotti e morti nei cinque anni di attuazione della legge: alcune centinaia di migliaia); ma, di fronte al giudizio che una legge non avrebbe dovuto permettere una strage di queste proporzioni, abbiamo preso atto che questi documenti attribuiscono alla legge il merito di avere impedito la morte di migliaia di embrioni (38.000 quest'anno, secondo l'articolo sul Sì alla Vita): abbiamo però scoperto che gli embrioni "salvati dalla morte", in realtà, non sono mai esistiti; il merito della legge è stato quello di averne impedito la produzione.

Obbiettiamo, allora, che sarebbe stato meglio impedire del tutto la produzione artificiale di embrioni: ma si replica che è diverso produrre embrioni con l'intenzione di provocarne la morte e produrli con la speranza di farli nascere: sì, perché, dopo il trasferimento in utero, gli embrioni "sono affidati alla natura" e, se muoiono, la loro morte non è voluta.

Abbiamo visto che si tratta di posizione insostenibile.
In primo luogo emerge una posizione assai ambigua sul congelamento degli embrioni: indicato (nella prima relazione) come la "tecnica che uccide gli embrioni" e che, quindi, si doveva vietare, ma in realtà autorizzato dalla legge 40 (sono 3.000 gli embrioni congelati dal 2004 ad oggi); e, del resto, chi congelava prima della legge 40 e poi scongelava introducendo in utero gli embrioni scongelati, evidentemente sperava che non morissero: aveva lo stesso atteggiamento psicologico di chi produce embrioni in numero minore.

I documenti del Movimento per la Vita tacciono, poi, della morte in provetta degli embrioni, del tutto prevedibile (uno su dieci) e risultante dalle Relazioni ministeriali e in nessun modo addebitabile alla natura. Tacciono, soprattutto della causa del mancato attecchimento degli embrioni, che è proprio la loro produzione artificiale; del resto gli aborti spontanei sono il doppio di quelli che ricorrono nelle gravidanze naturali, ma anche tutti gli altri eventi tragici (bambini nati morti, morte dopo la nascita, disabilità ecc.) ricorrono con frequenza assolutamente superiore.

Non è la natura a far morire gli embrioni prodotti artificialmente: è la loro produzione artificiale!

La legge 40, quindi, non solo non ha "salvato" la vita di un solo embrione, ma ha autorizzato la morte di centinaia di migliaia di essi!

Non basta: la legge è responsabile di due fenomeni che aumentano il numero degli embrioni prodotti e morti: l'innalzamento dell'età delle coppie che accedono alla fecondazione artificiale - e si sa che, quanto più la coppia è avanzata negli anni, tanto più le percentuale di "successo" diminuiscono; e l'aumento complessivo del ricorso alla procreazione artificiale.

"La legge 40 funziona". Sul sito del Mpv si legge che "la Relazione per il 2008 dimostra che la legge ed i suoi paletti sono ragionevoli e funzionano".
Ragionevoli per chi? Per le donne ultraquarantenni (il 26,9% del totale) alle quali viene permesso di accedere (gratuitamente) alle tecniche nonostante le percentuali di "successo" sfiorino lo 0%? O per i furbi imprenditori che - visto il business e il "via libera" dello Stato che paga - sono corsi a creare centri per la riproduzione assistita?

In realtà - non possiamo non concludere - se gli unici embrioni salvati sono quelli che non sono stati prodotti artificialmente - la legge avrebbe dovuto - e avrebbe potuto - prevedere soltanto una cosa: vietare la produzione artificiale dell'uomo.

Giacomo Rocchi

P.S.: da tempo si cerca di argomentare e ragionare su questo e su altri temi; altri, invece, dopo aver chiuso tutti e due gli occhi, si accontentano di ripetere che "la legge 40 ha posto fine alle pratiche selvagge della provetta" e citano la Corte Costituzionale dimenticando di ricordare che, una volta eliminato il limite dei tre embrioni dalla stessa Corte Costituzionale, che l'ha ritenuto illegittimo, i professionisti della provetta hanno trovato una tavola riccamente imbandita: soldi pubblici, autorizzazione al congelamento degli embrioni, accesso riconosciuto anche alle coppie di età avanzata, diagnosi preimpianto riconosciuta come lecita ...

sabato 4 settembre 2010

Gli embrioni salvati sono quelli non prodotti artificialmente/ 5


Si è visto come le Relazioni del Movimento per la Vita al Parlamento e l'articolo sul Sì alla Vita del luglio 2010 considerino la morte degli embrioni prodotti artificialmente dopo il trasferimento nel corpo della donna:
"E' ben vero che anche se tutti gli embrioni artificialmente generati sono
trasferiti in utero, le percentuali di nascita sono così modeste da far
giudicare le intere tecniche, in quanto tali, poco attente al valore della vita
nel momento stesso in cui si autopresentano come un servizio alla vita. Ma
una volta che gli embrioni sono trasferiti in utero essi sono affidati alla
natura. Molti muoiono anche nel caso di fecondazione naturale e comunque manca
un programmazione diretta e premeditata della distruzione di nuovi esseri
umani
" (Prima Relazione al Parlamento).

Due punti emergono: in primo luogo la morte degli embrioni viene valutata non come evento in sé, ma in base all'elemento psicologico di chi procede alla fecondazione artificiale. Per fare una similitudine si può pensare ad un'inondazione disastrosa che provoca migliaia di vittime in conseguenza di un evento metereologico inaspettato; si potrà dire: "non è colpa di nessuno", ma si aggiungerà, comunque: "è una tragedia". Certamente ci si chiederà: "poteva essere evitata? e in che modo?"
Il secondo aspetto è la contrapposizione tra "artificiale" e "naturale": le tecniche di fecondazione artificiale sono interpretate come se la loro funzione cessasse al momento del trasferimento degli embrioni; dopo sembra "tutto naturale", tanto che si propone il parallelo tra mancato attecchimento degli embrioni concepiti artificialmente e di quelli concepiti naturalmente. Sì, perché (dice la stessa Relazione) gli embrioni concepiti in vitro "sono letteralmente nelle mani dell'uomo e le mani dell'uomo devono proteggerli"; ma, appunto, quando sono trasferiti, sono "affidati alla natura", l'uomo non può nulla.
L'articolo del Sì alla Vita afferma che "l'artificio termina con la immissione del concepito in utero".

Si tratta di un quadro che, scientificamente e statisticamente, è del tutto errato (si potrebbe dire: "artificioso"). E' un dato acquisito che la maggior parte degli embrioni trasferiti - ricordiamo che prima 1 su 10 era morto in provetta - muore per mancato attecchimento: ma ciò discende dalla mancanza di quel dialogo - quel "cross-talk" - che si instaura tra l'embrione subito dopo il concepimento e il corpo della madre e che prosegue durante il viaggio che porta il primo nell'utero materno. Il corpo della madre "accoglie" il figlio perché "lo conosce" già da qualche giorno, ha già "parlato" con lui.
L'embrione concepito in vitro non viene affatto trasferito in un "ambiente naturale", ma in un luogo a lui sconosciuto (e che non lo conosce); un luogo che, non a caso, può cambiare (maternità surrogata). Ambiente che artificialmente i tecnici tentano - la maggior parte delle volte inutilmente - di far somigliare a quello naturale con la somministrazione alla donna di sostanze varie.
Nell'articolo sul Sì alla Vita del luglio 2010 si avanza timidamente un'interpretazione diversa: gli embrioni non attecchirebbero perché "probabilmente indeboliti dall'artificiosità delle manovre subite": giustificazione che non regge (se non per gli embrioni più deboli che i protocolli della fecondazione in vitro consiglierebbero di non trasferire e che invece la legge impone di trasferire pur nella quasi certezza del loro mancato attecchimento ...) alla luce delle conoscenze scientifiche, ma che è diretta, ancora una volta, a "dare la colpa" a quanto avvenuto prima.

Il riferimento agli embrioni generati per fecondazione naturale che muoiono perché non attecchiscono, poi, da una parte è del tutto generico (perché, in realtà, nessuno sa quante volte ciò avviene), dall'altra confonde il quadro: stiamo parlando della morte degli embrioni prodotti con la fecondazione artificiale, che sono soggetti diversi (lo dice la stessa legge 40) da altri embrioni!

L'embrione prodotto artificialmente, quindi, viene trasferito innaturalmente in un ambiente per lui innaturale e, quindi, in nove casi su dieci muore. Ma che la situazione rimanga artificiale anche nei rari casi in cui uno riesce ad attecchire è dimostrato dalla percentuale di aborti spontanei. La Relazione ministeriale 2010 riferisce di 1.698 aborti spontanei nel 2008, pari al 20,8% delle gravidanze e aggiunge che la percentuale di aborti spontanei nelle gravidanze naturali (il Ministro usa proprio questo termine, facendo comprendere che le altre sono gravidanze artificiali...) è pari al 9,7% delle gravidanze: meno della metà!

Embrioni affidati alla natura? Che dire, allora, dei 76 bambini (pari allo 0,9% delle gravidanze) prodotti con la fecondazione artificiale e abortiti volontariamente in forza della legge 194?
Si potrebbe dire: ma anche i bambini concepiti naturalmente possono essere abortiti volontariamente; si dimenticherebbe di ricordare che la legge 40 (che avrebbe "salvato" la vita di numerosi embrioni) si è premurata di "far salva" la legge sull'aborto ...

Tireremo le conclusioni delle nostre considerazioni fatte in questo e nei precedenti post nell'ultimo intervento.

Giacomo Rocchi

mercoledì 1 settembre 2010

Gli embrioni salvati sono quelli non prodotti artificialmente/ 4


"Clivaggio embrionale": si tratta della fase in cui nell'embrione formatosi (in vitro o nella fecondazione naturale) iniziano le prime divisioni mitotiche con la formazione di numerosi blastomeri.

Il clivaggio viene osservato dai tecnici della fecondazione in vitro al fine di decidere il "se" e il "quando" del trasferimento embrionale. Secondo alcuni studi la velocità delle divisioni e le modalità in cui esse avvengono (simmetriche o meno) sono indici che aiutano a prevedere le probabilità di successo nel successivo trasferimento in utero (se, cioè, l'embrione riuscirà o meno ad attecchire così da instaurare una gravidanza).

Perché interessa questo fenomeno?
Abbiamo visto come le Relazioni del Movimento per la Vita sull'attuazione della legge 40 e l'articolo sul Sì alla Vita di luglio traccino una distinzione nettissima: gli embrioni trasferiti in utero sono "affidati alla natura" e, quindi, per la loro morte, non può parlarsi di "uccisione premeditata"; se, quindi, produciamo il numero di embrioni strettamente necessario per il trasferimento e trasferiamo tutti gli embrioni prodotti in vitro, nessuna responsabilità esiste per le decine di migliaia di embrioni che muoiono ogni anno per mancata instaurazione della gravidanza o per aborto spontaneo.

Questa linea di pensiero ha un presupposto: che nessun embrione in vitro muoia prima del trasferimento.

La Relazione ministeriale del 2010 (riferita ai risultati del 2008) riferisce che 366 cicli sono stati interrotti per "mancato clivaggio". L'embrione, quindi, non ha iniziato a dividersi (o ha interrotto le divisioni) e quindi è morto in provetta. Gli embrioni morti nel 2008 per questa causa sono quindi presumibilmente dai 700 ai 1.000.

Il fenomeno, per la verità, è ben noto: le statistiche parlano di un 10% di mancato clivaggio dell'embrione; quindi, solitamente, 1 embrione su 10 prodotti muore in provetta.

Come inquadrare queste morti nell'ottica dei documenti che stiamo commentando? Attribuendo la morte, anche in questo caso, alla "natura"? La provetta sembra il posto meno naturale che si possa immaginare per un embrione ...
La semplificazione che viene proposta non regge: gli embrioni vengono prodotti artificialmente con la consapevolezza che alcuni di loro moriranno in provetta, altri dovranno essere congelati, altri moriranno subito dopo il trasferimento per il mancato attecchimento, altri moriranno per aborto spontaneo, altri nasceranno morti (e molti dei nati vivi saranno sottopeso, con handicap ecc.).

L'elemento psicologico di chi fa fecondazione artificiale è una sola: provare e riprovare con tutti i mezzi possibili, a scapito della vita della stragrande maggioranza degli embrioni prodotti.

Non basta: la stessa statistica ministeriale parla di ben 5.255 cicli interrotti dopo il prelievo di oltre 30.000 ovociti. I vari motivi dell'interruzione sono indicati, ma - non possiamo non chiederci - in che modo le notizie trasmesse dai centri sono state controllate? Quando, ad esempio, i vari centri riferiscono di 2.159 casi di mancata fertilizzazione degli ovociti, come facciamo a sapere se, in realtà, questa fertilizzazione era avvenuta e gli embrioni erano stati scartati? Si pensi che, nel solo 2008, ben 127.450 ovociti prelevati sono stati scartati: a dire dei Centri, quindi, per nessuno di loro è stata tentata la fecondazione: chi controllerà questo dato, tenuto conto che si tratta di materiale buttato via?
Il fatto è che la legge, permettendo la fecondazione in vitro, ha lasciato mano libera agli operatori. Gli ovociti e gli embrioni in vitro sono, fino al trasferimento, nel loro pieno potere ed essi sono al riparo da qualsiasi controllo.

E come facciamo a fidarci di soggetti che, fino a poco tempo fa, producevano embrioni in gran quantità, li congelavano, li sottoponevano a diagnosi genetica preimpianto, li buttavano via, li usavano per ricerche?

Giacomo Rocchi

domenica 29 agosto 2010

Gli embrioni salvati sono quelli non prodotti artificialmente/ 3


Nei due precedenti post abbiamo visto come Le Relazioni al Parlamento del Movimento per la Vita e un articolo sul "Sì alla Vita" di luglio 2010 valutano gli effetti della legge 40: nell'affermare che la legge avrebbe salvato la vita di decine di migliaia di embrioni, non ci si riferisce ad embrioni già creati, ma alla mancata "produzione" di embrioni soprannumerari (cioè non destinati ad un immediato trasferimento nel corpo della madre); rispetto all'obiezione che, in base a questo criterio, una legge "giusta" avrebbe dovuto vietare del tutto la produzione artificiale di embrioni - poiché anche quelli trasferiti muoiono nella misura di nove su dieci - si distingue tra "uccisioni premeditate" e "morti di embrioni dovuti all'azione della natura".

Il divieto di congelamento degli embrioni presente nella legge 40 è uno dei punti di snodo della questione: nella prima Relazione, infatti, si affermava che "il congelamento uccide gli embrioni", sulla base delle statistiche sui cicli di fecondazione artificiale realizzati con embrioni congelati prima della legge.

A cosa serve il congelamento degli embrioni? Quando un embrione è prodotto in vitro, può sopravvivere in provetta soltanto poche ore: dopo, per impedirne la morte, o si tenta il trasferimento in utero oppure l'embrione deve essere congelato. Il congelamento, quindi, paradossalmente è, di fatto, l'unico mezzo per salvare la vita degli embrioni già prodotti.
Ciò è ammesso nelle stesse Relazioni del Movimento per la Vita: il Secondo Rapporto ammette che "(la crioconservazione) è necessaria quando vi sono concepiti che non possono essere immediatamente trasferiti in utero, proprio per un estremo tentativo di salvarne la vita".

Quindi c'è un "congelamento cattivo" e un "congelamento buono": in base alla finalità che ci si propone con il congelamento, l'azione sarebbe connotata da un dolo di premeditazione o da una - assolutamente opposta - volontà di salvare la vita dell'embrione.
E così scopriamo che, nonostante gli strali sulla pratica del congelamento, la legge 40 lo autorizza esplicitamente! Nel 2008 gli embrioni congelati sono stati 763 (non 257 come riferisce l'articolo sul Si alla Vita) e questo fa ritenere che, dal 2004 ad oggi, siano stati congelati almeno 3.000 embrioni.

Si dice: il congelamento è inevitabile quando sorge nella donna la sindrome da iperstimolazione ovarica, che rende impossibile il trasferimento (questo dovrebbe far pensare al concetto di "fecondazione artificiale": centinaia di donne ogni anno rischiano la morte perché si sottopongono a pratiche di questo tipo!).
Questo è vero solo in parte: nelle statistiche si legge anche la voce "paziente indisponibile": gli embrioni sono stati congelati perché la donna ne ha rifiutato il trasferimento e - ovviamente - ella non può essere obbligata a subirlo (anche perché potrebbe abortire subito dopo). E' il "classico" congelamento della fecondazione artificiale, effettuato per motivazioni più varie, diverse da un vero stato di necessità.

Quanto è stato insipiente il legislatore! oltre a permettere la fecondazione artificiale, ha legalizzato anche il congelamento; il "paletto" creato subito si è dimostrato fragile; e così, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha eliminato il limite dei tre embrioni, gli strumenti per far ripartire a pieno ritmo il meccanismo della fecondazione artificiale (produzione soprannumeraria, selezione degli embrioni con diagnosi genetica preimpianto, congelamento di quelli superflui) sono già disponibili!

Dagli embrioni effettivamente congelati in forza della legge 40, torniamo, allora, agli embrioni ipotetici "salvati" dal congelamento.
Davvero nei loro confronti vi era una premeditazione per la loro uccisione? Assolutamente no: gli embrioni - se fossero stati prodotti e se fossero stati congelati - sarebbero morti in gran quantità, uno su quattro nella fase di scongelamento e 19 su 20 dopo il trasferimento.

Qualche embrione sarebbe sopravvissuto e sarebbe diventato "bambino in braccio".

Chi produsse e congelò quegli embrioni, quindi, aveva lo stesso atteggiamento psicologico di chi fa fecondazione in vitro senza congelamento: sapeva che molti degli embrioni prodotti sarebbero morti, sperava che qualcuno diventasse bambino in braccio.

Giacomo Rocchi

giovedì 26 agosto 2010

Gli embrioni salvati sono quelli non prodotti artificialmente/ 2


La legge 40, fin dal primo anno di applicazione, ha "impedito la morte per scongelamento" di migliaia di embrioni?
"In che misura la legge 40 ha evitato la morte dei figli concepiti?"; il divieto di congelamento "ha prevenuto la morte di un rilevante numero di concepiti"? La legge "ha impedito la generazione per la morte immediata di un gran numero di esseri umani"?

"Tra gli effetti della legge vi è anche quello di avere evitato la morte di soggetti umani nella fase embrionale? E' possibile quantificare questo effetto?"

Vi è una differenza "tra l'uccisione diretta e premeditata, causata in concorso di più persone quale si verifica nel caso della produzione soprannumeraria, della selezione, della sperimentazione e del congelamento embrionale e la morte degli embrioni avvenuta nel seno materno dopo il loro trasferimento in utero"?

Queste le domande che sorgono dalla lettura delle Due relazioni del Movimento per la Vita al Parlamento relative all'applicazione della legge 40 e di un articolo apparso sull'ultimo numero del Si alla Vita.

Quando parliamo di "salvare la vita a qualcuno" o di "evitare la morte di qualcuno" abbiamo in mente una persona viva in difficoltà che, per l'aiuto di altri, riesce a sopravvivere, a non morire. Con riferimento all'aborto procurato ciò è evidente: vi è una madre che, per le difficoltà che incontra, è intenzionata ad uccidere il bambino che ha in grembo; qualcuno la aiuta e la convince a far nascere il bambino. Il bambino, quindi, non viene ucciso, ma viene salvato.

Si può pensare a qualcosa del genere anche per gli embrioni fecondati in provetta? Certamente sì: la stessa legge 40 prevede che un embrione malato possa essere curato, anche manipolandolo. Ma è questo il "salvataggio" a cui si riferiscono le Relazioni del Movimento per la Vita sull'attuazione della legge 40? A ben vedere, sembra proprio di no.

Nella prima Relazione si indicava un numero - 7.876 embrioni - corrispondenti agli embrioni dei quali la legge 40 (dalla data della sua entrata in vigore fino al 2007) avrebbe "impedito la morte per scongelamento". Al numero si giungeva sulla base delle statistiche concernenti la morte degli embrioni congelati prima del 2004 e scongelati durante l'applicazione della legge. Si affermava, infatti, che "prima della legge moriva un embrione congelato su quattro" e si riteneva, quindi, provato che "il congelamento uccide gli embrioni". Poiché la legge imponeva la produzione massima di tre embrioni per volta e vietava il congelamento, quel numero corrispondeva a quello degli embrioni che - in assenza della legge - sarebbero stati prodotti in soprannumero, sarebbero stati congelati e poi scongelati, per avere la fine che si è detto.

Nella seconda relazione si ribadiva che "sopprimere un embrione prima del trasferimento significa averlo generato per farlo morire; generarlo e trasferirlo nel seno di una donna significa destinarlo alla nascita, anche se molto rara, affidandolo alla natura, sostituita dall'artificio della tecnica soltanto nella fase della generazione". Si riferiva che, nel triennio precedente "un embrione su dieci trasferiti nasce vivo", si richiamava il numero degli embrioni morti dopo lo scongelamento e si dimostrava un dato: il numero dei bambini nati vivi nei cicli nei quali erano stati utilizzati embrioni scongelati era di uno su venti (contro la percentuale di uno su dieci che si riscontra nelle tecniche con embrioni "freschi").

Seguiva un passaggio decisivo per comprendere il ragionamento che viene seguito: poiché dalle Relazioni ministeriali si evinceva il numero degli ovociti non utilizzati per la fecondazione, si poteva comprendere che, nel solo anno 2007 il numero di 53.595 ovociti - se non fosse stato vigente il limite massimo di tre embrioni producibili per ogni ciclo - sarebbe stato sottoposto a fecondazione; nel 2007, quindi, sarebbero stati prodotti 49.920 embrioni "soprannumerari" (cioè non destinati all'immediato trasferimento nel corpo della donna); sommati a quelli che sarebbero stati prodotti negli anni precedenti, la Relazione ricavava il numero di 120.000 concepiti di cui la legge 40 "ha evitato la morte" nel triennio 2005 - 2007.

L'ottica dell'articolo apparso nel numero di Luglio 2010 del Si alla Vita è la stessa: il numero di 38.000 indica gli embrioni che sarebbero stati prodotti se non fosse stato vigente il limite massimo di tre embrioni producibili; embrioni "soprannumerari" e, quindi, destinati alla sperimentazione o alla distruzione o al congelamento che, come si è visto, "uccide".

Abbiamo cercato di sintetizzare la linea di ragionamento che unisce i tre documenti. Si impone una constatazione: nessuno degli embrioni i cui numeri sono stati indicati sono mai esistiti. Non esiste, cioè, un solo embrione già in vita e in pericolo di morte che è stato salvato dalla morte: esistono soltanto "embrioni ipotetici", per i quali mai è avvenuta la fecondazione.

I documenti, quindi, sposano in pieno un'affermazione: l'unico modo per salvare la vita degli embrioni è quello di non produrli. Quanti meno embrioni vengono prodotti, tanti meno moriranno.

Perché, allora, non vietare del tutto la produzione artificiale degli embrioni? Davvero è differente produrre tre embrioni per volta, sapendo che nove su dieci embrioni prodotti moriranno rispetto a produrre un numero superiore di embrioni sapendo che 19 embrioni su 20 moriranno?

Approfondiremo ulteriormente la questione nei prossimi interventi.

Giacomo Rocchi

sabato 10 aprile 2010

Meglio nessuna legge!/1


Non nutriamo nessuna stima nei confronti della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che, da anni, si presta ad allargare i diritti e le libertà personali sempre in una sola direzione, quella del libertarismo "spinto" e dello smantellamento delle radici vere dell'Europa.

Diciamo subito che il risultato che la Corte ha raggiunto nel valutare la legittimità della legge austriaca che vieta la fecondazione eterologa è grottesco: la legge è stata ritenuta illegittima perché viola la norma (articolo 8 della Convenzione) sul rispetto della vita privata e familiare!

Ciò premesso, la decisione pronunciata nei confronti dell'Austria contiene dei passaggi davvero significativi.

Come è noto i ricorrenti erano due coppie sposate infertili (ovviamente adeguatamente selezionate, come è successo anche nei casi italiani): la prima aveva necessità del seme maschile di una terza persona, poiché il marito era sterile; la seconda aveva necessità di utilizzare un ovocita prodotto da una terza donna, poiché la moglie non produceva ovociti (pur essendo il suo utero adeguato ad accogliere una gravidanza).
La legge austriaca vieta in ogni caso la donazione degli ovociti; quanto all'uso di sperma permette quello di un terzo donatore "solo in circostanze eccezionali" e soltanto se lo stesso viene usato in pratiche di fecondazione in vivo (non per quelle in vitro).

Lo Stato Austriaco, nel difendere davanti alla Corte la legittimità della regolamentazione, utilizzava argomentazioni che ben conosciamo per averle sentite in riferimento alla legge 40 italiana: il divieto della fecondazione in vitro con seme od ovociti di terzi donatori era giustificato obbiettivamente e ragionevolmente, perseguendosi lo scopo legittimo di proteggere la salute e il benessere delle donne e dei bambini coinvolti nonché di salvaguardare i principi etici generali e i valori morali della società; era stato raggiunto un giusto bilanciamento tra i vari interessi coinvolti che, da una parte, permette la riproduzione artificiale, dall'altra pone alcuni limiti (verrebbe da dire: "paletti") laddove lo stato attuale della scienza medica e lo sviluppo sociale ancora non permettono determinate pratiche.

La Corte parte da una constatazione (sulla base di uno studio di qualche anno fa): nel campo della fecondazione assistita non esiste un approccio uniforme delle legislazioni dei vari Paesi facenti parte della Convenzione: in alcuni paesi le tecniche vengono regolate, più o meno in dettaglio, in altri paesi no; alcune tecniche vengono permesse, altre vengono proibite nei singoli Paesi.
Fatta questa premessa la Corte osserva che, poiché l'uso della fecondazione artificiale fa sorgere obiezioni morali ed etiche e fino a quando non esiste un terreno comune fra i diversi stati, i margini di discrezionalità che devono essere riconosciuti al singolo stato devono essere ampi.

In linea di principio il margine giunge anche alla decisione di non intervenire sulla materia.

Questa affermazione viene ripetuta ancora più esplicitamente:

"La Corte ritiene che le preoccupazioni basate su considerazioni morali o sull'accettabilità sociale non solo da sole ragioni sufficienti per un divieto completo su una tecnica specifica quale quella dell'ovodonazione. Queste ragioni
possono avere un peso particolare nella fase della
decisione se permettere o meno la fecondazione artificiale in generale, e la Corte sottolinea che non
esiste un obbligo per lo Stato di adottare una
legislazione del genere e di permettere la fecondazione artificiale.

Tuttavia, una volta che è stata presa la decisione di autorizzare la procreazione artificiale, nonostante gli
ampi margini riconosciuti agli Stati contraenti, la regolamentazione legale deve essere disegnata in
maniera coerente che permetta di prendere in adeguata
considerazione i differenti interessi coinvolti e deve accordarsi con gli obblighi derivanti dalla Convenzione (Europea dei Diritti dell'Uomo)"

Rifletteremo sulla portata di questa affermazione nel prossimo post.


Giacomo Rocchi


giovedì 14 gennaio 2010

Le macerie di una "buona legge"/ 3


La notizia:

Il giudice del Tribunale di Salerno ha autorizzato, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto e l'accesso alle tecniche di procreazione assistita per una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria, l'Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1, superando di fatto l'articolo 1 della legge 40 che vieta di accedere alla fecondazione assistita a chi non ha problemi di sterilita.

Il giudice nella sentenza ha stabilito che "Il diritto a procreare, e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di pma da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili; solo la pma attraverso la diagnosi preimpianto, e quindi l'impianto solo degli embrioni sani, mediante una lettura "costituzionalmente" orientata dell'art. 13 L.cit., consentono di scongiurare tale simile rischio".


Il Tribunale di Salerno, per la prima volta in assoluto, ha quindi consentito di ricorrere alla procreazione assistita preceduta da diagnosi genetica preimpianto alla coppia fertile e che ha gia' avuto altre 4 gravidanze naturali, ordinando il trasferimento in utero dei soli embrioni sani, superando con una interpretazione della legge 40 in linea con la Carta Costituzionale, il disposto dell'art.1 comma 2 e art. 4 comma 2 della stessa legge 40 che stabilisce il divieto ad accedere alla fecondazione assistita a chi non ha problemi di sterilità.

I giudici civili: come si fa ad "interpretare in senso costituzionalmente orientato una norma" facendole dire l'esatto contrario? Se una legge dice che il ricorso alle tecniche è "comunque circoscritto ai casi di sterilità e infertilità" e consente l'applicazione delle tecniche "qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità", bisogna essere degli ottimi "interpreti" per ritenere che una coppia che ha avuto naturalmente quattro figli possa ricorrere alla fecondazione artificiale ...


Ci stupiamo di una decisione del genere? Ci sorprendiamo che il giudice veda solo "il diritto a procreare" (sottinteso: figli sani) e il "diritto alla salute" (si suppone: degli adulti: gli embrioni malati li fanno fuori ...)?

Qualcuno in quel processo ha preso le parti degli embrioni - i "soggetti coinvolti cui sono assicurati i diritti"?

Sappiamo che i giudici civili, che devono far rispettare i diritti, ormai garantiscono i diritti dei più forti, dimenticando il principio costituzionale secondo cui "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale".

La legge 40: cosa manca ancora?
Ormai le tecniche di fecondazione artificiale sono permesse a tutte le coppie - fertili o non fertili, sposate o non, conviventi davvero o fittiziamente; gli embrioni possono essere prodotti in numero indeterminato; possono essere selezionati e non devono essere trasferiti tutti; quindi possono essere congelati senza obbligo di scongelamento; è permessa la diagnosi genetica preimpianto ...

Davvero è solo colpa dell'applicazione di cattivi giudici?
Sarà un caso, ma nella legge non è prevista una sanzione che punisca l'uso della fecondazione artificiale nei confronti delle coppie fertili ...

Giacomo Rocchi

sabato 24 ottobre 2009

Uccidere un bambino su tre: in base a quale legge?


Molti organi di stampa hanno riferito dei casi di embrioriduzione operati su donne che erano ricorse a tecniche di fecondazione artificiale. Riporto un brano apparso su La stampa:


"E’ successo al Sant’Anna, l’ospedale torinese delle mamme e dei bambini, ma probabilmente è quanto accade anche altrove. La tecnica si chiama embrioriduzione, generalmente praticata entro il primo trimestre per non mettere a rischio la sopravvivenza di tutti i nascituri in caso di minaccia di aborto. Ma qui la scelta di eliminare uno dei bimbi è avvenuta non per un rischio clinico per il feto o per la madre, ma sulla base del «verdetto» di una consulenza psichiatrica: «La gravidanza trigemellare rappresenta un grave pericolo per la salute psichica della futura madre», si legge in una di queste consulenze. Basta una minaccia di depressione. Non serve arrivare all’ipotesi estrema di suicidio, che potrebbe essere classificata come un rischio potenziale per la sopravvivenza della madre.

Sono numerose le gravidanze gemellari e trigemellari in caso di fecondazione assistita.

Il fatto è che a Torino la scelta di queste mamme sta mettendo in crisi più d’uno, nel principale ospedale ginecologico, tra chi - medici, infermieri e ostetriche - accompagna queste donne verso il parto. Un caso destinato a sollevare più di un interrogativo, anche etico.

Storie di bambini mai nati: quello che viene soppresso è in genere il feto più facilmente raggiungibile con l’ago di una siringa che inietta nel cuore cloruro di potassio: un metodo rapido, che nel giro di pochi secondi ferma il battito. Oppure si sceglie il più piccolo dei tre, dopo un’ecografia. Si adotta una tecnica simile a quella utilizzata per l’amniocentesi, ma in questo caso la siringa e l’ago non prelevano liquido amniotico per essere analizzato alla ricerca di eventuali malformazioni. L’iniezione intra-cardiaca ferma all’istante lo sviluppo di uno dei tre feti.

Tra chi, all’ospedale Sant’Anna, ora dice di disapprovare una scelta comunque drammatica, c’è anche chi non ha scelto l’obiezione di coscienza. Chi, cioè, ha finora dato il consenso a praticare senza preconcetti interruzioni volontarie di gravidanza. «Ma in questo caso - dicono - siamo di fronte a tutt’altra questione: donne che hanno fatto di tutto per diventare madri, che hanno speso denaro ed energie fisiche ed emotive, decidono di sopprimere una vita diventata improvvisamente di troppo». Un paradosso."


Qualche riflessione:

- è stata la legge 40 del 2004 (una "buona legge" ...) ad autorizzare espressamente la pratica della embrioriduzione: infatti, l'articolo 14 comma IV, recita: "Ai fini della presente legge ... è vitata la riduzione embrionaria delle gravidanze plurime, salvo che nei casi previsti dalla legge 194/78": come si può vedere l'operazione è stata nascosta dietro ad un apparente divieto, ma prevedendosi che, in base alla legge sull'aborto, quell'operazione sciagurata si potesse fare;

- tutti i bambini abortiti (non solo quelli soggetti alla embrioriduzione) subiscono quella crudele pratica che abbiamo sottolineato in rosso (oppure altre, ancora più cruente);

- per quale motivo i medici non obbiettori - quelli abituati a iniettare nel cuore del bambino il cloruro di potassio - hanno dei dubbi? Gli altri bambini che essi uccidono non avevano diritto a nascere e a vivere?

- Forse essi si permettono di giudicare i motivi della scelta della madre: ma non hanno ancora capito - dopo oltre 30 anni di legge sull'aborto - che l'uccisione del bambino è permessa sempre, per qualunque motivo?

Non resta che sottolineare ancora una volta, come aborto e fecondazione in vitro siano entrambi pratiche disumane che hanno la loro comune origine nella negazione della dignità di ogni essere umano fin dal concepimento: l'uomo che viene "prodotto" deve corrispondere ai desideri di chi l'ha commissionato: deve essere "esente da vizi", non deve essere troppo numeroso e deve nascere al momento desiderato; in caso contrario la soluzione è inevitabile: la sua eliminazione.

Egli è "non persona", esattamente come il bambino abortito, che i Supremi Giudici, ormai tanti anni fa, hanno stabilito essere un soggetto "che persona deve ancora diventare".

Piangiamo questi bambini; speriamo che i dubbi e il disagio derivanti da queste vicende permettano alle persona e alla società intera di ripensare a quanto sta avvenendo e tornare sulla via del rispetto per la vita di ogni uomo.

Giacomo Rocchi

sabato 30 maggio 2009

Una buona legge interpretata male?

Il card. Bagnasco, nella Prolusione all'Assemblea Generale dei Vescovi Italiani, non ha eluso il tema della bioetica.

Secondo il Presidente della CEI, "avere a cuore i temi della bioetica è un modo, non l'ultimo, per avere a cuore l'uguaglianza di tutti gli esseri umani. Non si può assolutizzare una situazione di povertà a discapito delle altre; ma non si può nemmeno distinguere tra vita degna e vita non degna".

Quale è il compito della Chiesa? "La sua iniziativa non ha mai come scopo una qualche egemonia, non usa l'ideale della fede in vista di un potere. Le interessa piuttosto ampliare i punti di incontro perché la razionalità sottesa al disegno divino sulla vita umana sia universalmente riconosciuta nel vissuto concreto di ogni esistenza e per una società veramente umana".

Ampliare i punti di incontro ... Cosa comporta questo obbiettivo in una società in cui, appunto, qualcuno - molti, ormai - distingue tra vite degne e vite non degne? Oppure - il che è lo stesso - sostiene che l'uomo in certi stadi della sua esistenza non è uomo oppure non è veramente vivo?
Il cardinal Bagnasco troverebbe punti di incontro con chi fosse schiettamente razzista? o con chi affermasse il diritto della società ad eliminare i disabili?

Vediamo intanto in che modo questo obbiettivo, questa metodologia, influisce sulle prese di posizione sui singoli problemi.
Vediamo, ad esempio, il tema della fecondazione extracorporea:
"In questa chiave, e a proposito di un ambito delicatissimo come quello della fecondazione artificiale, non possiamo tacere il rischio strisciante di eugenetica che potrebbe insinuarsi nel nostro costume a causa di interpretazioni della legge 40/2004, che forzosamente vengono avanzate sul piano della prassi come su quello giurisprudenziale".

Qualche riflessione:
Perché quello della fecondazione artificiale è un ambito delicatissimo? I vescovi non dovrebbero avere particolari difficoltà: la Chiesa Cattolica ha sempre respinto ogni ipotesi di separazione tra unione fisica e generazione (e tra matrimonio e generazione) e, visti gli orrori che la fecondazione in vitro ha prodotto (clonazione, soppressione di innumerevoli embrioni, eugenetica, confusione tra semi umani e animali ecc.), potrebbero tranquillamente affermare che abbandonare il disegno divino sulla vita umana e la sua razionalità significa cadere in questi misfatti.
Forse l'ambito è diventato delicatissimo perché i vescovi italiano hanno sostenuto una legge che autorizza e finanzia la fecondazione extracorporea?
E ancora: il cardinal Bagnasco è sicuro che il rischio strisciante di eugenetica derivi solo da interpretazioni e prassi forzate della legge 40? Davvero ignora che la fecondazione in vitro - che nega in radice la dignità dell'embrione, ridotto a mero prodotto - ha in sé il germe - per niente strisciante, ma esplicito - dell'eugenetica? Non sa, ad esempio, che le banche del seme (con i cataloghi: biondo, alto, intelligente ...) esistono da decine di anni? O che la diagnosi genetica preimpianto non è stata certamente inventata due anni fa in Italia, ma è tecnica che da tempo fa parte delle procedure (con selezione dei gameti, sovrapproduzione degli embrioni, scelta degli embrioni da impiantare, aborti eugenetici ecc.)?
Ma soprattutto: al cardinal Bagnasco interessano soltanto gli embrioni che vengono soppressi per motivi eugenetici o tutti gli embrioni che muoiono (70.000 ogni anno in Italia)? L'accettazione di questa strage da parte del popolo italiano (così come l'accettazione della strage di bambini abortiti) non incide forse sul nostro costume?
Un'ultima domanda: al Presidente della CEI è venuto qualche dubbio che la legge 40 non fosse un primo passo nella giusta direzione?
Giacomo Rocchi




domenica 19 aprile 2009

Una storia, il bene e il male, la gioia e il dolore

Il Messaggero del 17 aprile 2009 pubblica una lettera. La lettrice indica subito perché scrive al giornale:
"Spero che questa mia lettera possa essere d’aiuto a ogni donna che si è trovata o verrà a trovarsi nella mia stessa situazione."

La storia inizia con la decisione di ricorrere alla fecondazione in vitro (nella fotografia il centro clinico di Strasburgo):
"Mi chiamo M., ho 39 anni, e vorrei raccontare la mia storia. Il grande desiderio di avere un figlio ha portato me e mio marito a fare due interventi di fecondazione assistita (ICSI), uno in Italia, purtroppo non andato a buone fine, l’altro a Strasburgo, in un bellissimo centro (pubblico!) di nome CMCO-Sihcus: finalmente resto incinta, potete immaginar l’indescrivibile gioia!"

Nascono problemi in gravidanza:
"La gravidanza sembra procedere tranquilla, fino a quel terribile giorno in cui, alla 12° settimana, ci rechiamo dalla ginecologa per fare l’ecografia di controllo: la Dott.ssa nota subito che c’è qualcosa di anomalo nel cervello del nostro piccolo, ci parla per la prima volta di oloprosencefalia, una gravissima e rara malformazione di origine genetica, che impedisce la regolare formazione del cervello del feto. Purtroppo, due giorni dopo, una nuova ecografia fatta presso uno specialista in diagnosi prenatale, conferma l’orribile sospetto! Nella mia vita si è fatta notte ed è cominciato l’inferno. "

La decisione è inevitabile:
"Su consiglio della ginecologa ci rechiamo, con la morte nel cuore, all’Ospedale S. Camillo di Roma, presso il centro per l’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) della 194, nella speranza di rientrare nei termini di Legge."

Ecco l'esperienza dell'aborto come lo ha vissuto la lettrice: prima la richiesta del certificato e la fissazione dell'appuntamento (nella foto, l'Ospedale San Camillo di Roma): "Ed è subito un colpo allo stomaco: uno scantinato buio e fatiscente, dove regna la disorganizzazione, i toni di voce sono davvero sopra le righe, anche i medici strillano in faccia ai pazienti, in barba a qualunque rispetto per la privacy. Per fortuna ci sono alcune figure “umane”, come il Dott. Di Felice, ma l’impatto è per me devastante, tanto che devo uscire da quel miserevole posto, per dare libero sfogo al dolore e all’orrore, piangendo all’aria aperta".

Due giorni dopo, l'aborto:
"Torno due giorni dopo per l’intervento, sempre con la morte nel cuore, ma mai avrei immaginato che quella prima impressione, sarebbe stata così tristemente confermata: anche in quell’orribile sezione dell’Ospedale, dove si pratica l’IVG, continuo a sentire il personale che urla, litiga, discute per questioni di lavoro, in barba alle povere malcapitate lì presenti; via vai di medici indifferenti, la sala operatoria in fondo all’angusto corridoio è aperta e ben visibile a tutti, nessuno ti dice nulla o ti da alcuna informazione, o al massimo se chiedi qualcosa, risponde in malo modo! Si sente solo urlare ordini insensati, numeri di pazienti come se fossero numeri del lotto, ricerca di cartelle cliniche che non si trovano, forse bisognerebbe farne una fotocopia, non so... Purtroppo, dopo lunga attesa, arriva il mio turno; anche in sala operatoria continuano ad urlare, tant’è che ad un certo punto non ce la faccio più, mi giro verso l’anestesista e gli chiedo di non gridare e quello per tutta risposta, mi schernisce, dicendo che è colpa dell’infermiera! La Dottoressa, fredda come un iceberg (non capirò mai come una donna possa essere così insensibile nei confronti di un’altra donna!), dice di iniziare, anche se non mi hanno ancora anestetizzato: io sento tutto, sento infilare qualcosa dentro e bruciare, muovere come se mi stessero rigirando le carni. E quando provo a dire che mi fa male, che sto sentendo tutto, l’infermiera mi grida che loro non sono mica lì per fare del male alle persone, anzi, e che siccome non sto rilassata con le gambe, sento più dolore! "

Che dolore è?
"Ma come si fa a stare rilassata, quando senti che ti stanno strappando tuo figlio da dentro insieme alle tua carne! Per fortuna, l’incubo dura pochi minuti, c’è l’orologio, vedo e sento tutto e spero solo che finisca presto. Dopo, sono morta: fuori sono viva, vedo ancora, respiro, sento, ma, dentro, sono morta e comincio a piangere e vorrei immediatamente scappare da quel posto tremendo. Mi fanno l’eco di controllo, facendo battute sul mio nome (forse per sdrammatizzare!?), poi mi dicono di stare un po’ sdraiata, perché potrei avere giramenti di testa, ma io vorrei solo fuggire da lì. Finalmente tornano e mi chiedono se sto bene, io rispondo freddamente di sì, le altre mie compagne di sventura sono lì che vomitano e si contorcono dai dolori; io mi vesto, non sono più nulla, e scappo via da quel luogo infernale, orribile, da quell’incubo… Fuori, per fortuna, mi aspettano: c’è mio marito, mia sorella, i miei amici, sono fortunata, ho visto tante donne venire lì da sole, senza nessuno a dar loro conforto, sostegno; ma dentro mi sento vuota, non sento e vedo più nulla, sono come pietrificata."

La lettrice esprime il suo giudizio sulla vicenda:
"E’ una vergogna che esista un posto del genere! Nessuna donna che abortisca volontariamente, qualunque sia il motivo che la spinge a farlo, dovrebbe mai trovarsi in un tale inferno, in quel luogo privo di ogni umanità e dignità."
Si tratta soltanto di un caso di malasanità? Chi è la vittima in questa vicenda? Dove è il bene e dove è il male di quanto accaduto?
Cercheremo di capire cosa ci insegna questa storia.
Giacomo Rocchi

sabato 7 febbraio 2009

Quali criteri di giudizio?

Dal Corriere della Sera (Rubrica Italians):
"Caro Severgnini, sarà perché il povero Beppino Englaro è di qui (Friuli, ndr), sarà perché conosco personalmente i medici che si occupano di Eluana, certo mi sento un poco personalmente preso da questa triste vicenda. Io la vedo così: nessuno ha il diritto di sindacare l'operato di povere persone che si trovano davanti problemi di questo genere. Lo dico perché personalmente mi sono trovato davanti a un dramma esistenziale molto meno impegnativo, e ho odiato tutti coloro che mi dicevano cosa andava fatto. Sembrerà fuori luogo, ma mi riferisco al fatto che la mia splendida bambina non voleva saperne di essere concepita, e avevamo iniziato il percorso della fecondazione assistita. La legge italiana a questo proposito è orrenda, e io non esito a mandare i miei pazienti a Krumpendorf (150 km circa da qui, nella cattolicissima ma non stupida Austria) se non riescono ad avere figli. Lo dico dal profondo del cuore: lasciate in pace quei poveretti che combattono contro sfortune della vita così terribili. Lasciateli in pace. Cari Italians, pensate se toccasse a voi".
Sergio Bierti

"Brutto spettacolo, davvero. Credo si stia commettendo una crudeltà verso padre e figlia. Alcuni, soprattutto tra i cattolici, agiscono in coscienza e buona fede, quando vogliono tenere in vita (?) Eluana. Ma purtroppo intorno a loro si muovono i fanti dell'ipocrisia ossequiosa. Aggiungo: anche i media, continuando a pubblicare quella fotografia di Eluana - bella, giovane e in salute - non hanno aiutato".
Beppe Severgnini

Mentre Eluana sta morendo cerchiamo di capire contro cosa stiamo combattendo, quale mentalità permette di giungere a questo risultato.

La realtà oggettiva è cancellata: Severgnini pensa di cavarsela con il punto interrogativo (?) accanto alla parola "vita", fingendo che questo non sia il punto centrale della questione.
Eluana è viva o morta? questa domanda non si può fare, è scomoda, va cancellata: del resto già nell'aborto abbiamo visto come la strategia sia quella di cancellare il bambino, non farlo vedere; allo stesso modo nella fecondazione artificiale gli embrioni prodotti in gran quantità e destinati a morte certa non esistono.

Se la realtà viene cancellata il criterio di giudizio di quanto avviene è soggettivo e arbitrario: il "poveretto" e lo "sfortunato" è colui che non riesce ad accettare la nuova condizione della figlia o che non riesce ad avere figli; egli "combatte" per realizzare ad ogni costo i suoi desideri o per cancellare ciò che lo turba: ha diritto a realizzare i suoi desideri; chi lo ostacola è cattivo, orrendo, stupido: nessuno può dirgli cosa fare o non fare.

Bierti dice di parlare "dal profondo del cuore"; ma il punto di vista che usa è uno solo: "pensate se toccasse a voi" ... quanto "tocca" ad Eluana non lo riguarda, si rifiuta di vederlo.

Giacomo Rocchi

giovedì 29 gennaio 2009

Mons. Fisichella ha letto la Dignitas Personae?

Inaugurata in pompa magna a Roma al Sant'Andrea la "prima struttura pubblica in Italia dove sarà possibile la diagnosi pre-concepimento direttamente sugli ovociti". Secondo il professor Massimo Moscarini la struttura è "una speranza per le donne affette da malattie genetiche e che rischiano di trasmetterle ai figli. Al Sant'Andrea potranno rivolgersi sia le pazienti che desiderano una Fivet sia quelle che vogliono una Icsi ... Rispetteremo la legge 40: la nostra peculiarità sarà la diagnosi preconcepimento su ovocita, per poi selezionare quelli migliori».

Fin qui la notizia non pare particolarmente significativa: è la concorrenza tra pubblico e privato (qualche privato ha già presentato un esposto alla Procura ...)

Ma ecco la sorpresa: qualche vescovo tifa per la sanità pubblica! Così l'articolo de "Il Tempo":
"Un approccio benedetto - anche in senso stretto - da monsignor Rino Fisichella: «Un centro come questo - ha detto il presidente della Pontifica Accademia per la Vita - sta studiando una via alternativa, intervenire direttamente sulla cellula, quindi è previo all'elemento che crea conflitto tra scienza ed etica».

Secondo "Il Riformista" l'alto prelato avrebbe aggiunto: "Credo profondamente nella scienza e penso che uno scienziato, credente o no, possa raggiungere finalità' importanti per il bene dell'umanità. Ma anche la scienza deve avere delle regole, specialmente quando si toccano temi importanti come quelli della vita e dell'etica, per i quali serve un confronto. Al Sant'Andrea determinati principi vengono rispettati e il rapporto medico-paziente è positivo. E' la dimostrazione che la sanità pubblica italiana funziona".

Aspettiamo smentite!
Un vescovo che benedice un centro per la FIVET e la ICSI? Che mostra di credere che la selezione degli ovociti (al posto della selezione degli embrioni) - pratica espressamente vietata dalla Dignitas personae! - risolva ogni problema?

La benedizione che - pare - mons. Fisichella ha dato alla struttura servirà anche a benedire gli embrioni che saranno prodotti e che moriranno in quella struttura?

Giacomo Rocchi

giovedì 15 gennaio 2009

La fecondazione artificiale uccide anche le donne

Notizia diffusa dalla Agenzia AGI:

"Palermo, 14 genn. - I medici della Ginecologia dell’Istituto materno infantile di Palermo avrebbero provocato la morte di una donna di Sciacca (Agrigento), A.A.. E’ quanto emerso oggi nel dibattimento in cui otto imputati rispondono di omicidio colposo e due di loro (il primario e l’aiuto) anche di falso: il processo e’ in corso davanti al giudice monocratico della prima sezione del Tribunale di Palermo Daniela Vascellaro. Nell’udienza di oggi sono stati ascoltati i consulenti della Procura, i professori Vittorio Fineschi e Carmine Nappi, che hanno parlato di ‘gravi colpe e manifestazioni di negligenza professionale’ da parte dei sanitari, fra i quali ci sono il primario dell’Imi, (...), e il suo ex aiuto (...). A.A., sottoposta alla fecondazione assistita e colpita da sindrome da iperstimolazione ovarica, secondo i due esperti sarebbe stata sostanzialmente abbandonata a se stessa. La donna, seguita a Bologna, era rientrata a Sciacca. Mori’ a Palermo il 18 aprile 2004. Per cercare di evitare conseguenze penali (...) e (...) avrebbero falsificato la sua cartella clinica."

Fatto assai triste ma significativo: la procreazione "medicalmente assistita" (così la legge 40 la denomina, qualificandola per l'assistenza medica che viene prestata alla donna e agli embrioni) è, in realtà, molto brutalmente - ma molto più realisticamente - fecondazione "artificiale", che va contro le regole della natura.
Le vittime di questa artificialità le conosciamo: le migliaia di embrioni destinati alla morte certa, ma anche - per fortuna in misura molto minore - le coppie, soprattutto le donne, sottoposte a pratiche quanto meno naturali possibile.

La sindrome da iperstimolazione ovarica è la tipica malattia conseguente alla fecondazione artificiale: la donna, prima di subire il prelievo degli ovociti da fecondare, viene colpita da un bombardamento ormonale che, in certi casi, non la lascia indenne nemmeno fisicamente (tralasciando le conseguenze psicologiche).
La Relazione del Ministro della Salute riferisce che, nell'anno 2007, il 3,7% dei cicli di inseminazione semplice (pari a 1.108 casi) sono stati sospesi per eccesso di risposta alla stimolazione ovarica; sempre nell'inseminazione semplice vi sono stati quell'anno 36 casi di iperstimolazione ovarica severa e altri 21 casi in cui si sono presentate complicanze.
Quanto alle tecniche di fecondazione in vitro, in 885 casi non si è proceduto al prelievo degli ovociti dopo la stimolazione ovarica per eccessiva risposta della donna; in 192 casi gli ovociti prelevati sono stati congelati e non trasferiti perché la donna correva il rischio di iperstimolazione ovarica severa; in altri 265 casi ad essere congelati sono stati gli embrioni già prodotti in vitro, sempre perché la donna correva lo stesso rischio; le complicanze effettivamente verificatesi sono state 303, di cui 161 casi di sindrome da iperstimolazione ovarica e gli altri suddivisi tra sanguinamento ed infezioni.

Sempre per restare alle conseguenze sulla salute fisica della donna non bisogna dimenticare le gravidanze ectopiche conseguenti alla fecondazione in vitro (120 casi nel 2007), gli aborti spontanei (1.246 casi nel 2007), le morti intrauterine (34 casi nel 2007). Nell'inseminazione semplice vi sono stati 456 aborti spontanei, 6 morti intrauterine e 51 gravidanze ectopiche.

In definitiva: in un solo anno 197 donne hanno subito la malattia che (a quanto pare) provocò la morte della donna di Sciacca di cui parla la notizia di agenzia; complessivamente 360 donne hanno subito complicanze di carattere medico; altre 1.913 donne hanno intrapreso una gravidanza che si è interrotta spontaneamente (in alcuni casi sicuramente anche con gravi rischi di carattere fisico). Le donne ritenute dagli stessi medici correre un certo rischio di contrarre la sindrome da iperstimolazione ovarica (tanto da interrompere ogni trattamento) sono state 2.450.

Ma la legge non tutelava i diritti di tutti i soggetti coinvolti?

Giacomo Rocchi

domenica 14 dicembre 2008

Dignitas personae: sine glossa!

Nel sito del Movimento per la Vita Italiano è presente una "sintesi del testo della Dignitas personae". Ecco come viene sintetizzata la seconda parte del documento ("Nuovi problemi riguardanti la procreazione").

Dapprima si propone un elenco delle tecniche di aiuto alla fertilità: tecniche di fecondazione artificiale eterologa, tecniche di fecondazione artificiale omologa, tecniche che si configurano come un aiuto all'atto coniugale e alla sua fecondità, interventi che mirano a rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla fertilità naturale, la procedura dell'adozione.


I passi relativi alla "fecondazione in vitro ed eliminazione volontaria degli embrioni" (paragrafo 14 - 16 del documento) vengono così sintetizzati:
"L'esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che nel contesto delle tecniche di fecondazione in vitro 'il numero degli embrioni sacrificati è altissimo': al di sopra dell'80% nei centri più sviluppati" "Gli embrioni prodotti in vitro che presentano difetti vengono direttamente scartati"; molte coppie "ricorrono alle tecniche di procreazione artificiale con l'unico scopo di poter operare una selezione genetica dei loro figli"; tra gli embrioni prodotti in vitro "un certo numero è trasferito nel grembo materno e gli altri vengono congelati"; la tecnica del trasferimento multiplo, cioè "di un numero maggiore di embrioni rispetto al figlio desiderato, nella previsione che alcuni vengano perduti ... comporta di fatto un trattamento strumentale degli embrioni".
Si riporta, poi, un altro brano: "La pacifica accettazione dell'altissimo tasso di abortività delle tecniche di fecondazione in vitro dimostra eloquentemente che la sostituzione dell'atto coniugale con una procedura tecnica ... contribuisce ad indebolire la consapevolezza del rispetto dovuto ad ogni essere umano ..."



Un dubbio: le tecniche di fecondazione in vitro sono lecite o illecite?
Dalla sintesi non si comprende bene. In effetti il documento si premura di ricordare l'affermazione della liceità di tutte le tecniche che "rispettano il diritto alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano", "l'unità del matrimonio ..." e i "valori specificamente umani della sessualità ..." e quindi all'affermazione della liceità delle tecniche che si configurano come un aiuto all'atto coniugale e alla sua fecondità ...", ma si dimentica di riportare un passaggio, piuttosto semplice:
"Alla luce di tale criterio sono da escludere tutte le tecniche di fecondazione artificiale eterologa e le tecniche di fecondazione artificiale omologa che sono sostitutive dell'atto coniugale" (n. 12).


E' strano: manca anche un secondo passaggio, piuttosto "pesante":
"L'esperienza successiva ha dimostrato invece che tutte le tecniche di fecondazione in vitro si svolgono di fatto come se l'embrione umano fosse un semplice ammasso di cellule che vengono usate, selezionate e scartate".


La sintesi collega il concetto di embrioni sacrificati alla diagnosi preimpianto, alla selezione eugenetica, alla tecnica del trasferimento multiplo e al congelamento degli embrioni: si dimentica, però, di citare il passo dell'Istruzione immediatamente successivo alla menzione dell'altissimo numero di embrioni sacrificati:
"Queste perdite sono accettate dagli specialisti delle tecniche di fecondazione in vitro come prezzo da pagare per ottenere risultati positivi. In realtà è assai preoccupante che la ricerca in questo campo miri principalmente ad ottenere migliori risultati in termini di percentuale di bambini nati rispetto alle donne che iniziano il trattamento, ma non sembra avere un effettivo interesse per il diritto alla vita di ogni singolo embrione".
Del resto l'Istruzione immediatamente prima chiariva (in un passo non riportato nella sintesi) cosa intendeva per embrioni sacrificati:
"Occorre tuttavia rilevare che, considerando il rapporto tra il numero totale di embrioni prodotti e di quelli effettivamente nati, il numero di embrioni sacrificati è altissimo": embrioni sacrificati sono tutti quelli prodotti e non nati.

Viene tralasciato anche un altro duro giudizio sulle tecniche nel loro complesso:
"Le tecniche di fecondazione in vitro in realtà, vengono accettate perché si presuppone che l'embrione non meriti un pieno rispetto, per il fatto che entra in concorrenza con un desiderio da soddisfare"; e un altro:
"Il desiderio di un figlio non può giustificarne la produzione ..."



Quando poi la sintesi riporta il giudizio sull'ICSI, quale variante della fecondazione in vitro, così riporta: "Tale tecnica è moralmente illecita: 'opera una completa dissociazione tra la procreazione e l'atto coniugale ...".
Il testo dell'Istruzione, per la verità, contiene una premessa e utilizza un avverbio, entrambi tralasciati: "Come la fecondazione in vitro, della quale costituisce una variante, l'ICSI è una tecnica intrinsecamente illecita ..."; e infatti non è solo l'ICSI, ma ogni tecnica di fecondazione in vitro ad operare una completa dissociazione tra la procreazione e l'atto coniugale.



Che dire, poi, del passo relativo alla condanna della diagnosi pre-impiantatoria? La sintesi riporta: "La diagnosi preimpiantatoria ... è finalizzata di fatto ad una selezione qualitativa con la conseguente distruzione di embrioni"; i puntini (...) riguardano un inciso piuttosto significativo. L'Istruzione afferma:
"La diagnosi preimpiantatoria - sempre connessa con la fecondazione artificiale, già di per sé intrinsecamente illecita - è finalizzata di fatto ad una selezione qualitativa con conseguente distruzione di embrioni".


Ma anche nel passaggio relativo alla valutazione della terapia genica germinale (n. 26) la sintesi tralascia di menzionare l'ipotesi di applicazione sull'embrione che, sottolinea l'Istruzione, "necessita di essere attuata in un contesto di fecondazione in vitro, andando incontro quindi a tutte le obiezioni etiche relative a tali procedure".



E perfino nella condanna della clonazione umana (n. 28), la sintesi dimentica di riportare l'osservazione secondo cui essa porta "all'estremo la negatività etica delle tecniche di fecondazione artificiale"!

Che succede? L'anonimo estensore della sintesi non vuole credere di avere fino ad oggi sostenuto e difeso una legge che consente e finanzia una tecnica "intrinsecamente illecita" che produce il sacrificio di un altissimo numero di embrioni prodotti?

Giacomo Rocchi

venerdì 17 ottobre 2008

fecondazione in vitro, aborto, eutanasia


Concludiamo la riflessione sulle dichiarazione della baronessa Mary Warnock: la conoscevamo alla guida della Commissione che inventò il pre-embrione, l'abbiamo ritrovata, quasi trent'anni dopo, a spargere perle di saggezza sull'aborto, sul dovere di rianimazione dei neonati prematuri, sul dovere di farsi da parte per i malati incurabili.
E' forse un caso che la nobildonna si occupi di questioni apparentemente così lontane? Hanno una relazione le prese di posizione della Warnock nei diversi campi?
La nostra autrice non si è certo dimenticata la decisione del 1984: quasi un'excusatio non petita, ne parla per rassicurare (o rassicurarsi?) sugli effetti di quel Rapporto. La Warnock affronta il tema del "pendio scivoloso", la tesi che fa discendere da una decisione sbagliata conseguenze sempre peggiori:
"Il problema dell’argomentazione risiede nella parola “inevitabilmente”: non c’è alcuna connessione logica che conduce da x a y o z.
Nel caso dell’utilizzo degli embrioni umani nei primi giorni di vita per scopi sperimentali – pratica su cui i sostenitori della teoria del “pendio scivoloso” hanno spazio nell’evocare mostri alla Frankenstein portati alla nascita in laboratorio – permettendo agli scienziati di tenere un embrione vivo nel laboratorio per 14 giorni non implica logicamente che essi lo terranno vivo per un periodo superiore. Tenere un embrione vivo in laboratorio per un periodo più lungo di 14 giorni dalla fertilizzazione è stato previsto essere un reato: e nessuno che lavora nel campo del’embriologia vorrebbe incorrere in una sentenza che lo condanna alla reclusione. La sua carriera sarebbe finita".

Come si vede l'Autrice costruisce per i propri scopi una tesi contrastante con la propria, per ridicolizzarla: nessun pericolo di creazione di mostri!

Ma è la stessa Warnock ad essere, come si è visto nei precedenti post, la dimostrazione vivente delle conseguenze sempre peggiori di quella decisione - come si è visto, del tutto antiscientifica, adottata solo per interessi "superiori" - che sembrava potesse avere un riflesso solo su una tecnica - la fecondazione in vitro - che allora muoveva i primi passi.

Abbiamo visto come ella rifiuti di prendere atto dei progressi scientifici che permettono la rianimazione dei neonati estremamente prematuri, così da non limitare nemmeno di due settimane il termine per eseguire gli aborti; quanto ai neonati prematuri, con gravi rischi di disabilità, ella affermava già nel 2004:
"Può darsi che il discorso si riduca a questo: “Va bene, possono rimanere vivi, ma la famiglia dovrà pagare per questo”. Altrimenti vi sarebbe un terribile salasso sulle risorse pubbliche";
e inevitabilmente, come si è visto nei primi post, la Warnock ha rivolto la sua attenzione verso i sofferenti e i dementi: e non è certo una sorpresa - dopo avere visto le precedenti posizioni - che ella ipotizzi un dovere di morire (da attuarsi, se del caso, con un bel testamento biologico).

Quando c'è da scegliere tra la vita e la morte di un essere umano, la baronessa Warnock - che ha influenzato il dibattito bioetico in questi trent'anni in Gran Bretagna - ha una sola risposta: la morte!
La vita di un uomo non vale mai quanto altri interessi superiori: la "pubblica ansietà", la ricerca scientifica, le risorse pubbliche (!).

Coerentemente, dopo avere fatto e suggerito tutte le scelte sbagliate che si presentavano, ella affronta la sua posizione:
"Se andassi in una casa di riposo, sarebbe un terribile spreco di denaro che la mia famiglia potrebbe usare molto meglio".

Giacomo Rocchi






mercoledì 15 ottobre 2008

All'inizio era il pre-embrione

1978: nasceva la prima bambina concepita in vitro.
1984: il Comitato Warnock, presieduto dalla baronessa Warnock che abbiamo già conosciuto, si pronunciò in ordine alla possibilità di ricerca sugli embrioni umani.

La risposta giunse dopo due passaggi: nel primo il Comitato negava la possibilità di distinguere gli embrioni in base al loro sviluppo:
"... una volta che il processo dello sviluppo è iniziato, non c'è stadio particolare dello stesso che sia più importante di un altro; tutti sono parte di un processo continuo, e se ciascuno non si realizza normalmente nel tempo giusto e nella sequenza esatta lo sviluppo ulteriore cessa. Perciò da un punto di vista biologico non si può identificare un singolo stadio nello sviluppo dell'embrione, prima del quale l'embrione in vitro non sia da mantenere in vita".

La risposta - che pareva ovvia - era quindi che non si potesse effettuare ricerche sugli embrioni.
Ma il Comitato si pronunciò nel senso opposto:
"Tuttavia si è convenuto che questa era un'area nella quale si doveva prendere una precisa decisione al fine di tranquillizzare la pubblica ansietà. Nonostante la nostra divisione su questo punto, la maggioranza (16 su 23) di noi raccomanda che la legislazione dovrebbe disporre che la ricerca possa essere condotta su ogni embrione risultante dalla fertilizzazione in vitro, qualunque ne sia la provenienza, fino al termine del quattordicesimo giorno dalla fecondazione, ma soggetta a tutte le altre restrizioni imposte dal Comitato di autorizzazione".

Si abbandonava, quindi, la certezza scientifica e per motivi utilitaristici si discriminavano gli embrioni sulla base di un criterio arbitrario: si affermava che gli embrioni erano esseri umani che meritavano ogni rispetto, ma si fingeva che non lo fossero.

A distanza di trent'anni la Baronessa Warnock non ha smesso di discriminare gli uomini nella stessa maniera. Nell'affrontare il tema dell'aborto tardivo - anche in Gran Bretagna si discute se fissare alla 22a settimana di gravidanza - anziché alla 24a settimana - il termine ultimo per cui l'aborto è permesso, in ragione della aumentate possibilità di sopravvivenza, ella argomenta:
"ciò che ora è un aborto legale verrebbe considerato un parto indotto seguito dall’infanticidio.
In prima battuta, sembra un cambiamento benigno e diretto a salvare vite. I bambini nati così prematuramente devono essere sottoposti a cure intensive e, se sopravviveranno, molto probabilmente in larga misura avranno danni cerebrali. I genitori e gli specialisti, nella maggior parte dei casi, dedicano loro stessi a mantenerli in vita, se è possibile. Medici e infermieri hanno sempre odiato eseguire aborti tardivi e il pensiero che il feto abortito possa sopravvivere deve rendere l’aborto ancora più odioso".

Scatta, però, una domanda terribile: "Ma la scelta politica di salvare queste vite risponde all’interesse pubblico? Si tratta di una questione cui i legislatori devono porsi".
La difesa della vita di un uomo non è più considerata - di per sé - rispondente all'interesse pubblico, ma è subordinata ad un altro interesse, che viene considerato superiore.

Vista questa impostazione, già si intuisce che si tratta di una domanda retorica, che introduce ad una risposta negativa: non è nell'interesse pubblico salvare la vita a bambini prematuri a rischio di sopravvivenza e che potranno avere danni cerebrali.


Ma la Warnock, per giungere a questo risultato, passa ancora attraverso una finzione normativa, analoga a quella adottata per gli embrioni:
"Se siamo d’accordo a ritenere che l’aborto dopo le 22 settimane debba essere considerato un infanticidio, la risposta sarà “si”. E’ nel pubblico interesse prevenire l’uccisione dei bambini. Una società che la permettesse sarebbe semplicemente inumana e incivile, non una società in cui vorremmo vivere. Dopo tutto, spesso ci siamo detti che la civilizzazione di una società deve essere giudicata da quanto essa si prende cura dei suoi membri più vulnerabili e pochi potrebbero essere più vulnerabili dei neonati prematuri.
Ma, naturalmente, se la legge viene cambiata, essi non saranno bambini prematuri"

Basta un numero cambiato nella legge (da 24 a 22 settimane) ed ecco: la soluzione è trovata!

Giacomo Rocchi