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mercoledì 10 giugno 2015

Recipienti e ipocriti


Secondo il segretario generale di Amnesty International, Salil Shetty, la legge sull'aborto in Irlanda deve essere cambiata.



Shetty ha affermato:
"I diritti umani delle donne e delle ragazze sono violati su base quotidiana a causa di una Costituzione che le tratta come recipienti".

Attendiamo che Amnesty International si batta contro l'utero in affitto: quella pratica con la quale le donne povere del terzo mondo, dietro pagamento di una somma di danaro, diventano "recipienti", ricevendo nel proprio corpo embrioni che non sono loro figli e che, subito dopo il parto, vengono loro sottratti per essere destinati ai ricchi committenti; pronte, se del caso, a fare da "recipiente" un'altra volta, mettendo a rischio la propria salute fisica e mentale.

Giacomo Rocchi

mercoledì 11 marzo 2015

"Importanti mediazioni" e "principi non negoziabili"

Come sappiamo, il Parlamento Europeo ha approvato ieri la Risoluzione Tarabella, nonostante gli appelli e le migliaia di firme raccolte per convincere i parlamentari europei attenti al tema della difesa dei diritti umani, primo fra tutti il diritto alla vita, ad opporsi.

Leggiamo:
"Il Parlamento Europeo:
...AE. considerando che i diritti sessuali e riproduttivi sono diritti umani fondamentali e che dovrebbero essere presi in considerazione nel programma d'azione dell'Unione in materia di salute;
AF. considerando che la formulazione e l'attuazione delle politiche sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi sono di competenza degli Stati membri; ...
"45. osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanità, 2014);
46. rileva che l'elaborazione e l'attuazione delle politiche in materia di salute e diritti sessuali e riproduttivi e in materia di educazione sessuale sono di competenza degli Stati membri; sottolinea, nondimeno, che l'UE può contribuire alla promozione delle migliori pratiche fra gli Stati membri;
47. insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l'accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva;
48. sottolinea l'importanza delle politiche attive di prevenzione, educazione e informazione dirette ad adolescenti, giovani e adulti affinché i cittadini possano godere di una buona salute sessuale e riproduttiva, evitando in tal modo malattie trasmesse sessualmente e gravidanze indesiderate"

Silvia Costa è un politico di lungo corso: è stata eletta alla Camera dei Deputati la prima volta nel 1983 (si, sono davvero 32 anni fa!). Evidentemente consapevole della necessità di tenersi aggiornata sulle nuove tecniche di comunicazione e sulla scia luminosa del Presidente del Consiglio, ha subito commentato su Twitter il suo voto:
"Con emendamento PPE che ribadisce che sanità e diritti sessuali e riproduttivi sono competenza nazionale ho votato a favore della #Tarabella"
Successivamente ha emanato una dichiarazione non molto più lunga: 
"La competenza in materia sanitaria e di diritti sessuali e riproduttivi resta degli Stati Membri, anche se a livello europeo tali diritti vanno tutelati e promossi. Con questa importante mediazione, per la quale ho lavorato insieme ad altro colleghi del PD, ho votato a favore della Risoluzione Tarabella sulla parità tra donne e uomini nell’Unione Europea. Nel testo Tarabella così emendato si chiede di agevolare l’accesso delle donne a tali diritti ma rispettando sensibilità e legislazioni nazionali: un risultato che completa gli altri contenuti della relazione, largamente condivisibili"
Ecco qui: "Importante mediazione"
Certo, è davvero un grande risultato affermare solennemente che l'accesso alla contraccezione e all'aborto è un diritto umano fondamentale ma rimettere agli Stati membri le modalità con cui attuare questo principio ..."

L'on. Silvia Costa sa bene che la precedente bocciatura della Relazione Estrela le era stata addebitata (la Costa si era astenuta) in quanto "cattolica del PD": nell'intervista a Tempi del 13/12/2013 sosteneva di non condividere l'impostazione culturale della Risoluzione che "faceva dell'aborto un totem e lo considerava un diritto umano" e concludeva che occorreva agire 
"senza rinunciare ai propri princìpi ma nemmeno lasciandosi trasportare dagli opposti estremismi o delegando agli stati membri. Questi problemi si riproporranno di nuovo. Sarebbe utile allora prendere esempio da quello che in Italia è stato fatto con la legge sull'aborto, dove – al di là delle opinioni – c’è stata la preoccupazione di trovare un equilibrio fra diritti e realtà. La 194 è stata fatta bilanciando la garanzia dell’accesso all'aborto in sicurezza e ad alcune condizioni con la tutela della vita umana, l’obiezione di coscienza e il valore sociale della maternità".
A ognuno le proprie riflessioni. Io ne faccio due:
- evidentemente il nuovo corso del PD pretende anche (soprattutto?) dai cattolici una manifestazione palese e pubblica di "elasticità" su certe questioni; evidentemente una eventuale ricandidatura (o incarico di nomina politica) sarà possibile solo per coloro che hanno fatto vedere al capo che si sono adeguati; evidentemente non voterò candidati del genere;
- l'on. Silvia Costa provi a ripetere (o magari a scrivere su Twitter ...) "principi non negoziabili" ...

Giacomo Rocchi

sabato 8 novembre 2014

Le favole della LAIGA sull'obiezione di coscienza all'aborto

Quando la Relazione del Ministro della Salute sull'attuazione della legge 194 sull'aborto ha messo nero su bianco che il numero degli obiettori di coscienza non incide affatto né sulla efficienza del "servizio" (sic!), né, tanto meno, sulla quantità di lavoro dei medici non obiettori, l'imbarazzo di coloro che stanno combattendo contro l'esercizio della coscienza da parte dei sanitari è stato palese.

Vi ricordate? Il quadro che era stato pubblicamente rappresentato e che ha costituito la base del ricorso della CGIL al Consiglio Sociale Europeo era di donne rifiutate dagli ospedali, costrette ad emigrare in altre Regioni per esercitare il loro diritto ad abortire e, insieme, quello dei pochi medici non obiettori sottoposti a turni di lavoro massacranti e costretti a dedicarsi soltanto agli aborti, quindi senza nessuna possibilità di qualificazione professionale. Il ricorso della CGIL lamentava, infatti, anche la lesione dei diritti dei lavoratori non obiettori.

Il fatto è che la Relazione del Ministro, quest'anno, si basa su dati indiscutibili ed approfonditi.
Sull'efficienza del "servizio aborto", leggiamo: 
"Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di IVG effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 (61.5% rispetto a 59.6%) ed è leggermente diminuita la percentuale di IVG effettuate oltre 3 settimane di attesa (15.5% nel 2012 rispetto al 15.7% nel 2011), persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra Regioni".
Avete capito bene: quando voi dovete fissare con un ospedale pubblico un'operazione qualsiasi, che tempi di attesa vi aspettano? Beh, ora sappiamo quali sono i tempi di attesa delle donne che intendono abortire: più di tre su cinque sono sottoposte all'intervento entro due settimane dal rilascio del certificato. Attenzione: la legge prevede che l'intervento non possa essere effettuato prima di una settimana dal certificato; questo significa che tre donne su cinque ricevono il "trattamento" richiesto entro una settimana!

E sul carico di lavoro dei medici non obiettori? Il Ministro della Salute riferisce di dati raccolti in un "tavolo tecnico" istituito con tutte le Regioni: quindi non si è limitato a raccogliere i dati che le Regioni trasmettevano, ma ha ulteriormente approfondito l'argomento. Ebbene, tra i tanti emerge questo dato clamoroso: 
"i dati relativi al 2012 confermano il trend del 2011: considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di IVG per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0.4 della Valle D’Aosta alle 4.2 del Lazio, con una media nazionale di 1.4 IVG a settimana".
Ancora una volta avete capito bene: i medici non obiettori costretti a fare solo aborti con turni massacranti? In media, ciascuno di loro fa 1,4 aborti a settimana, quindi non vi dedica più di mezz'ora! La situazione peggiore è quella del Lazio: 4,2 aborti a settimana in media: quindi circa due ore a settimana!

Di fronte a questi dati oggettivi e indiscutibili, la tattica non poteva che essere quella di gettare dapprima un po' di fumo, e poi cominciare nuovamente a raccontare storie, facendo finta che non sia successo nulla.
La LAIGA (l'associazione dei medici non obiettori) si fa carico di entrambi i compiti. 
Subito dopo la diffusione della Relazione ministeriale, ad esempio, su Il Fatto Quotidiano erano state intervistate la Presidente d.ssa Silvana Agatone e la d.ssa Giovanna Scassellati. Quest'ultima aveva definito "favole" i dati del Ministro e delle Regioni, tuttavia ben guardandosi dal contestarle: 
"Noi così crediamo alle favole – commenta amara – Il San Camillo fa un terzo di tutte gli aborti della regione Lazio. Nel mio reparto di ginecologia, siamo senza primario, lavoriamo sotto organico e su un sacco di turni. Il problema è che non ci si ribella mai, e quando lo si fa, si viene penalizzati": 
assoluta genericità, come si addice alla funzione del discorso, sollevare un po' di fumo. 
E del resto, scendere sui dati oggettivi è molto rischioso, come dimostrava subito dopo l'intervento della Presidente della LAIGA, d.ssa Agatone:
"Anche i numeri sul carico di lavoro settimanale non collimano con quelli della realtà lavorativa quotidiana, come conferma Silvana Agatone, presidente della Laiga. “All’ospedale Pertini di Roma siamo in tre a fare 80 interruzioni di gravidanza al mese, cui ci sono ad aggiungere gli aborti terapeutici". 
La Agatone sarebbe, quindi, uno dei medici "massacrati" dai turni di IVG? Secondo il suo stesso esempio "drammatico" del Pertini di Roma, gli aborti volontari sarebbero circa 20 alla settimana, oltre a un solo aborto "terapeutico" (cioè dopo i primi 90 giorni di gravidanza, che sono il 4% del totale). Quindi, ogni medico fa 7 aborti alla settimana, in circa tre ore ... 
D.ssa Agatone, prima di "sparare" numeri, provi a ragionarci sopra; soprattutto, per usare l'espressione della d.ssa Scassellati, non ci racconti favole!

Ma questo era il "fumo", diffuso perché i dati del Ministro della Salute non venissero compresi. Dopo qualche settimana, ecco il Congresso Nazionale della Laiga, ovviamente ben "coperto" dalla stampa nazionale: e, così, su Repubblica.it la d.ssa Agatone può nuovamente proclamare che l'accesso all'aborto è sempre più difficile e che le donne sono costrette ad "emigrare" da una Regione all'altra (dato che le Relazioni ministeriali hanno sempre mostrato, fin dagli anni '80). Ovviamente taciuto il dato sull'efficienza del servizio. 
La tattica è quella di evidenziare un'emergenza che non esiste. Leggiamo cosi:
"Per questo Laiga ha inaugurato una rete nazionale di avvocati aiuterà le donne che hanno avuto difficoltà nell'accesso all'interruzione di gravidanza. "Attualmente i medici non obiettori applicano con preoccupazione la legge 194 - spiega la presidente Silvana Agatone - non solo perché le strutture non forniscono i mezzi ed il personale necessario, ma anche perché si opera tra mille difficoltà anche burocratiche e organizzative. A tutela delle scelte degli operatori, sarà presentata una rete di avvocati presenti su tutto il territorio nazionale, pronti a seguire l'iter di eventuali denunce nei confronti dei ginecologi e del personale non obiettore e a salvaguardia delle donne cui non siano riconosciuti i propri diritti riproduttivi"
Ecco: aspettiamo cause di donne cui è stato impedito di abortire. Che voi sappiate, questo diritto è stato negato a qualche donna che aveva in mano il famigerato "certificato"? 
E le denunce nei confronti del personale non obiettore? La d.ssa Agatone non può evitare di usare l'aggettivo "eventuali" ... sapete di qualche medico non obiettore che è stato denunciato?
Veramente iniziamo ad avere conoscenza di sanitari obiettori denunciati, vilipesi, oltraggiati, fatti licenziare ... ma, si sa, questo non conta. 

Favole ...

Giacomo Rocchi

sabato 12 luglio 2014

Colpa degli obiettori di coscienza?


"Io faccio 500 interruzioni all'anno, da 25 anni. 500 all'anno, hai capito?" 
Questa frase, secondo le notizie provenienti dai quotidiani, è stata pronunciata da un medico dell'ospedale di Cerignola parlando al telefono, senza sapere di essere intercettato dagli inquirenti, che l'hanno arrestato perché, per ogni aborto eseguito, pretendeva la somma di 100 euro con la minaccia di lasciare superare il termine di 90 giorni dall'inizio della gravidanza.
Secondo Repubblica (la notizia è ripresa da molti altri organi di informazione), "le indagini hanno accertato che sussisteva un vero e proprio sistema che subordinava la celere interruzione di gravidanza al pagamento di somme di denaro". Il medico dava ai colleghi la disponibilità ad intervenire celermente, anche il giorno successivo alla telefonata, sempre che pagassero la somma richiesta: "se tu vuoi io la posso fare pure domani mattina".

Il dato numerico spinge inevitabilmente ad un calcolo, una banale moltiplicazione. Il fatto è che la parola "interruzione" impedisce di identificare l'oggetto di questa operazione.
Dobbiamo chiederci: è più importante calcolare quanto denaro il medico ha guadagnato illecitamente (sempre che le indagini dimostrino ciò che i giornali danno per provato, questo è ovvio), oppure quanti aborti ha fatto, cioè quanti bambini ha ucciso

500 x 25 ...

Una domanda a me pare inevitabile: come stupirsi che un medico - dimentico del giuramento di Ippocrate e sordo alla propria coscienza - che da 25 anni uccide (eh, sì: l'aborto uccide) due bambini (eh, sì, l'aborto uccide bambini ...) che stanno crescendo felici (qualcuno può negare che il bambino che cresce nel corpo di sua madre sia felice?) ogni giorno lavorativo faccia la "cresta" su questo "servizio" fornito alla collettività?

Sì, perché i commenti sbigottiti dei dirigenti della ASL e dei politici locali parlano di "questione etica". 
Il parlamentare del PD Colomba Mongiello ha commentato pubblicamente: "Mi sento offesa e oltraggiata dal cinismo di due medici che hanno lucrato ignobilmente sulla sofferenza psicologica e fisica di così tante donne, alle quali va tutta la mia solidarietà personale ed istituzionale", aggiungendo: "Mi aspetto che l’ASL e la Regione attivino un’indagine interna per far emergere eventuali collusioni morali e responsabilità deontologiche".

Vi sono, poi, riflessi politici locali davvero significativi. Vi ricordate di Elena Gentile, che minacciava di stanare i falsi obiettori e di scatenare contro di loro la Guardia di Finanza? L'Assessore alla Sanità della Regione Puglia è ora parlamentare europeo, ma, come osserva un assai informato giornale locale, lo scandalo riguarda proprio quello che "è stato per lungo tempo il centro di una fetta importante del potere nella sanità pugliese, fino a qualche settimana fa rappresentato da Elena Gentile, una che si è fatta le ossa proprio nella Pediatria del “Tatarella”".
Insomma: quell'Assessore alla Sanità minacciava i medici obiettori, senza avvedersi che certi traffici avvenivano proprio nell'ospedale in cui lavorava...

Torniamo alle cose importanti. 
Quanto è successo è colpa degli obiettori di coscienza? 
La già menzionata on. Mongiello lo fa intendere: "mi auguro che, anche a partire da questa scandalosa vicenda, si apra una discussione politica e istituzionale seria sull’obiezione di coscienza all’aborto che in alcuni ospedali pugliesi ha perfino messo in discussione l’applicazione di una legge dello Stato".

Ecco: apriamo questa discussione! 
A mettere in discussione una legge dello Stato" sono stati forse i medici obiettori che l'hanno applicata, oppure medici non obiettori che, caduta ogni remora morale, hanno approfittato per guadagnare un po' di denaro in più?

Quali sono le responsabilità morali?
E quali le responsabilità deontologiche?

Giacomo Rocchi

martedì 18 marzo 2014

L'aborto legale tutela la vita e la salute delle donne?

Un'altra donna morta per aborto volontario a Salerno: ne riferisce il Corriere del Mezzogiorno.

Pochi mesi fa abbiamo riferito della morte di una donna per aborto volontario a Milano e di quella dopo un'amniocentesi - verosimilmente eseguita in vista di un aborto tardivo - a Bologna.

Le morte delle donne si susseguono nel tempo, con cadenza regolare; e del resto, come stupirsi? Le statistiche americane indicano un numero di donne morte in conseguenza dell'esecuzione di aborto volontario legale nella misura di 0,64 donne morte ogni 100.000 interventi eseguiti?

Carlo Flamigni e Corrado Melega ("L'aborto farmacologico in Italia, in Nascere e morire: quando decido io?, a cura di Gianni Baldini e Monica Soldano, Firenze University Press, Firenze, 2011), nel riferire delle conseguenze dell'aborto chirurgico legale, indicano tra le complicazioni più frequenti e di maggiore gravità la perforazione dell'utero e le endometriti, oltre ai problemi che possono conseguire all'anestesia, aggiungendo che "non sono note le probabilità che le interruzioni chirurgiche delle gravidanza siano responsabili della formazione di sinechie all'interno della cavità uterina e di flogosi peritoneali e anessiali asintomatiche, tutte cause di sterilità secondarie". Riferiscono che, dal 2000 al 2006, sono stati denunciati 45 decessi negli Stati Uniti dovuti ad interruzioni di gravidanza legali e precisano che "la mortalità delle donne dovute ad aborto chirurgico si è aggirata tra un caso su 80.000 e un caso su 120.000".
In un passo successivo, Flamigni e Melega osservano: "le reali complicazioni degli aborti chirurgici in realtà non le conosce nessuno, anche perché le denunce vengono quasi sempre compilate al momento della dimissione e di cosa succede il giorno dopo nessuno si interessa (almeno ai fini della raccolta dati). Dunque, mancano i dati relativi alle gravidanze extrauterine non diagnosticate, alle perforazioni dell'utero, alle flogosi tardive, alle conseguenze di interventi eseguiti per sinechie intrauterine e così via. Resta poi il miracolo delle anestesie, che non fanno danni solo alle donne che abortiscono (...) se le statistiche hanno un senso, ogni anno ci dovrebbero essere tra uno a cinque casi di decesso da anestesia generale in Italia, ma non se ne sente parlare da tempi immemorabili".

Flamigni e Melega domandano retoricamente: "Fa notizia un decesso se riguarda una interruzione di gravidanza?"

Già: fa notizia una donna morta in un intervento legale diretto all'uccisione del suo bambino?
E come mai le Relazioni Ministeriali sull'attuazione della legge 194 di queste morte non ne fanno alcun cenno?

E il famoso "consenso informato"? Le donne che si sottopongono all'aborto legale sono avvisate dei pericoli per la loro vita e per la loro salute?

Giacomo Rocchi

martedì 25 febbraio 2014

UN DECENNALE DI VERITA’ E VITA

Alla luce dei dati che ogni anno puntualmente fornisce il Ministro della Sanità, che confermano quanto da noi ripetutamente e con forza sostenuto fin dalle prime volte che si è parlato di fecondazione in vitro all'interno del MpV ITALIANO, e delle promesse fatte durante la campagna referendaria (marzo/aprile) 2005 dai vertici della CEI “Stiamo inquadrando il referendum in un più ampio lavoro formativo che dovrà andare oltre quella scadenza dopo la quale certe semplificazioni oggi “necessarie” per non confondere la nostra gente dovranno lasciare il posto ad una più puntuale presentazione del pensiero della Chiesa non tanto sul referendum ma sulla fecondazione medicalmente assistita”, auspicavamo un decennale totalmente diverso all'insegna della verità e dell’unità nel giudizio negativo sulla legge 40 e nell'impegno di tutti e di tutti i mezzi a disposizione per far conoscere i mortiferi effetti di queste tecniche di riproduzione umana, che le rendono inaccettabili umanamente ed ancor più cristianamente. 

Leggendo, però i comunicati stampa dell’Associazione SCIENZA E VITA e del MOVIMENTO PER LA VITA ITALIANO e l’articolo di Assuntina Morresi su AVVENIRE del 16 febbraio e la sua perentoria e magisteriale reprimenda su LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA del 21 febbraio u.s. dobbiamo, purtroppo, constatare che le centinaia di migliaia di embrioni sacrificati (479.293 negli anni 2006-2011 per far nascere 41.495 bambini) in questi dieci anni non sono bastati a far prendere coscienza a chi ha proposto questa legge e continua a difenderla a spada tratta elencandone le virtù che spendere tante energie e soldi per arrivare all'approvazione di una tale iniqua legge è stato un gravissimo errore in tutti i sensi. 

In questi dieci anni abbiamo dovuto costituire un’altra Associazione il “COMITATO VERITÀ E VITA” per poter continuare a dire tutta la verità sulla fecondazione in vitro e su altri disegni di legge “di compromesso”, che hanno visto ergersi a protagonisti alcuni esponenti provenienti da associazioni cattoliche con l’intento di ridurre i danni, di perseguire il “male minore”. 
Per poter esprimere un giudizio sui fatti bisogna conoscerli ed a noi sembra che nella seconda metà degli anni novanta Assuntina Morresi fosse in tutt'altre faccende affaccendata per poter essere informata su quanto accadeva nel MpV Italiano e nel laicato cattolico vicino ai vertici della CEI. 
Per capire come è nata la proposta di legge del NUOVO MILLENNIO, che i Consiglieri Nazionali del MpV Italiano trovarono nella cartellina del Consiglio Direttivo del 29-30 novembre 1997 e che già era stata pubblicata nel n.12 di SÌ ALLA VITA di dicembre 1997, bisogna leggere il n. 25 di SANARE INFIRMOS del 1996 alle pagg. 37-40, poiché la proposta di legge del Novo Millennio non è altro che la fotocopia di quanto già veniva fatto nell’Ospedale San Raffaele di Milano facendolo passare per conforme “agli insegnamenti complessivi del magistero ecclesiale, interpretati e applicati secondo i criteri generali e comunemente proposti dai  moralisti  cattolici. …” con il silenzio assenso degli Ordinari ambrosiani nonostante i ripetuti richiami della Congregazione della dottrina della Fede a rispettare il magistero della Chiesa cattolica. 
La totale sordità di Carlo Casini all'ANNUNCIO DOVEROSO fatto da 19 Consiglieri Nazionali e la spudorata difesa fatta sul supplemento di Sì alla Vita n.3 di marzo 1998 della fivet omologa facendola addirittura passare per terapia della sterilità ci ha spinti – dopo che uno di noi ha chiesto il parere autorevole di Docenti di Teologia Morale altamente qualificati – di rivolgerci alla Congregazione della Dottrina della Fede ottenendo un’udienza l’8 febbraio 2000 durante la quale abbiamo appurato che l’iter di questa proposta di legge è nato da un’interpretazione errata o compiacente del n. 73 dell'EVANGELIUM VITAE fatta da un porporato specialista in teologia morale, ed è stato ribadito che gli interventi di fecondazione in vitro fatti all'Ospedale San Raffaele di Milano erano contrari al Magistero della Chiesa Cattolica, che 
considera sempre la fecondazione in vitro – omologa ed eterologa – illecita e disumana. 
Nonostante questi pareri sono stati portati a conoscenza del Direttivo e dell’Assemblea del MpV Italiano, dei vertici della CEI e dell’Ordinario Ambrosiano l’iter della proposta di legge di Casini/Ruini è continuato approdando all'approvazione della legge 40 del 19 febbraio 2004. 
In occasione del referendum peggiorativo della legge 40/2004 del 2005 interpretando correttamente il n. 73 di E.V. come legislatori abbiamo cercato d’impedire il peggioramento – non consentendo l’istituto del referendum di poterla migliorare od abolire! - di una legge già esistente invitando ad astenersi ma utilizzando materiale illustrativo da noi prodotto con lo scopo di far conoscere tutta la verità scientifica sulla fecondazione in vitro e mettendo in evidenza la disumanità di una legge che riduce l’uomo ad oggetto nelle mani dei biologi e che permette il sacrificio di 9 embrioni per ottenere un bambino in braccio. 
In estrema sintesi abbiamo riportato solo alcuni passi della via dolorosa che ha portato all'approvazione di questa legge gravemente ingiusta, scandalosa dal punto di vista teologico e pedagogicamente devastante. 
Tutti gli interventi giustificativi di questo assurdo operato, specialmente quelli successivi all'approvazione della legge ed alla sua conferma col referendum sono assurdi ed incomprensibili specialmente se pubblicati sul quotidiano dei Vescovi Italiani, che è letto prevalentemente da praticanti che sono indotti a credere che gli effetti della legge 40 sono positivi visto che aumenta il numero delle coppie che vi fanno ricorso e non viene mai sottolineato abbastanza l’altissimo prezzo in vite umane indifese ed innocenti che si paga per avere un figlio in braccio! Sorprende che né la Morresi né altri abbiano citato l’istruzione della CDF DIGNITAS PERSONAE del dicembre 2008, che più ampiamente della Donum Vitae tratta della fecondazione in vitro a 30 anni dalla nascita della prima bambina in provetta. 
Non è mai troppo tardi per i credenti e siamo certi che questa via crucis dei pro life italiani si concluderà con il trionfo della Verità e della Vita. 


(Articolo non firmato)

mercoledì 20 novembre 2013

DEMOCRAZIA E OBIEZIONE DI COSCIENZA

Il 70% dei sanitari italiani è obiettore di coscienza in materia di aborto. In altre parole il 70% di chi è chiamato ogni giorno a lavorare nei nostri ospedali giudica la soppressione del bimbo che si sviluppa nel ventre materno un atto che contrastata con i principi morali ed etici della professione sanitaria. Obiettivamente l'atto chirurgico con il quale si lacera il corpicino inerme del nascituro è tutto meno che curativo, così come la somministrazione di pillole idonee a provocare l'avvelentameto di quel figlio rifiutato nulla ha di amorevole e salvifico. È, quindi, di tutta evidenza come, nei fatti, alla coscienza dei più ripugni piegare la professione sanitaria ad una pratica che procura la morte di una persona innocente, in barba all'ideologia di morte che ha avvelenato la cultura moderna degli ultimi sessanta anni. Questo stato di cose, però, sta stretto all'ideologismo abortista di una élite intellettuale tardo femminista che vorrebbe proibire l'obiezione di coscienza. Del resto proprio la possibilità di sollevare obiezione di coscienza nei confronti di un atto che non ha contenuto curativo è la prova provata che l'aborto ha in sé una valenza malvagia che contrasta con la funzione stessa del sanitario. È la prova provata inscritta nella legge 194/78 che l'aborto non è un diritto della donna, ma un delitto depenalizzato, ovvero un crimine che lo Stato permette e finanzia in ossequio ad una cultura di morte. Se fosse vero il contrario, se cioè ci trovassimo davanti ad un diritto pieno non sarebbe legittima alcuna obiezione di coscienza. Si è visto mai un medico sollevere obiezione di coscienza per sottrarsi dal praticare un'appendicectomia o una operazione a cuore aperto ? No, mai è capitato e mai capiterà perché quelli sono atti medici a tutela del diritto alla vita del paziente, l'omissione di uno di quegli atti porta alla galera. L'attacco all'obiezione di coscienza è, quindi, l'ultimo atto necessario per negare ciò che è palese a tutti, ovvero che l'aborto è un atto omicida. Diceva Pier Paolo Pasolini: " Che la Vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora di ogni principio di democrazia." Purtroppo la democrazia ha dissacrato la Vita e di questo siamo tutti responsabili. Pietro Brovarone per il Movimento per la Vita Biella

sabato 16 novembre 2013

Prove tecniche di Stato totalitario


Perché l'aggressione nei confronti dell'obiezione di coscienza e degli obiettori è così virulento?
I medici che - applicando una norma contenuta in quella stessa legge 194 del 1978 che tanti vogliono difendere ad ogni costo - si rifiutano di essere coinvolti nelle pratiche abortive dimostrano silenziosamente la natura di quell'atto: un bambino, che cresce felice nel grembo di sua madre, viene ingiustamente e brutalmente ucciso, avvelenato o fatto a pezzi.
La realtà è quella ... ed è una realtà che, spessissimo quell'atto cui la donna si è sottoposta per i più diversi motivi lascia nella stessa donna sofferenze e postumi, fisici e psicologici.
Ma, evidentemente, la realtà non deve apparire: le donne devono essere tenute all'oscuro di quanto avverrà; la popolazione intera non deve sapere, non deve riflettere, non deve usare il proprio cervello e la propria coscienza. Ecco: i medici obiettori non sono disposti a smettere di agire e pensare in "scienza e coscienza".
Per questo bisogna combatterli, intimidirli, licenziarli, esporli al pubblico ludibrio.
Ma in questo slancio è evidente la volontà di andare oltre: dell'aborto non si deve parlare oppure si deve dire solo le cose che lo Stato abortista vuole che si dica ... altrimenti minacce, provvedimenti repressivi, denunce.

Due episodi mostrano quanto abbiamo appena scritto.
A Bergamo, il Corriere della Sera si scomoda perché un medico obiettrice - di cui ovviamente si fornisce il nome e il cognome, e anche l'indirizzo dello studio, così da permettere a qualche femminista nostalgica o a qualche esagitato di fare il suo lavoro ... - nel proprio studio privato ha cancellato un passo del manifesto dello "Spazio Giovani" della ASL di Bergamo in cui si riporta che in quello "Spazio" si forniscono anche informazioni relative all'interruzione della gravidanza. Fra l'altro quel medico, oltre a rivendicare il diritto di appendere quello che vuole nel suo studio privato, dice esattamente che "se qualcuno vuole sapere qualcosa su questo argomento ne parla con il medico, non leggendone sui manifesti".
Ma, evidentemente, questo non è possibile, tanto che la Direttrice dell'ASL ipotizza che la condotta del medico avrebbe leso "il diritto dei pazienti a essere informati sui propri diritti e sui servizi messi a disposizione dall’Asl" e preannuncia provvedimenti, sostenendo che "la spiegazione che l’ambulatorio è suo non regge". 
E perché non "regge"? Perché la verità di Stato sull'aborto deve poter entrare anche nei luoghi privati, così da prevalere sul contenuto dei colloqui che la dottoressa, se richiesta, farebbe con le sue pazienti?

Per un fatto avvenuto a Jesi si è, invece, mosso l'Espresso, che, come sappiamo, ha in atto una campagna con cui vuole dimostrare che, per colpa degli obiettori di coscienza, gli aborti sono impossibili in Italia. 
Jesi era salita all'onore della cronaca qualche tempo fa perché, per un certo periodo, nel locale ospedale gli interventi abortivi non erano stati eseguiti per essere tutti i medici obiettori di coscienza. Si tratta di episodio che fa onore alla classe medica di Jesi ma che - ovviamente - non ha in alcun modo leso il diritto ad abortire delle donne in base alla legge 194, "costringendole" solo a spostarsi di qualche decina di chilometri. Fra l'altro - come si ricava dallo stesso articolo - il problema è stato "risolto" esattamente come la legge 194 aveva previsto: con la mobilità del personale non obiettore.
Ma torniamo al punto. Qui "una lettrice dell'Espresso, Rita", ha da dire sui manifesti presenti nel Consultorio Pubblico: in particolare una bacheca del Centro di aiuto alla Vita in cui si propongono le immagini di feti ai vari stati di sviluppo e si riportava una drammatica testimonianza di una donna che aveva abortito con gravi conseguenze fisiche e psicologiche.
Vedete: negli studi privati è obbligatorio mettere i manifesti dei Consultori pubblici che parlano di aborto alle ragazze a partire dai 14 anni (!); nei Consultori pubblici è vietato parlare di aborto come è nella realtà ...
Vediamo cosa dice "Rita": 
"Trovo questo volantino raccapricciante nel suo fanatismo, oltre che scientificamente inaccettabile nel suo contenuto: il suo unico scopo evidente è di colpevolizzare e, peggio, criminalizzare, le donne che hanno fatto la sempre difficile e drammatica scelta di abortire e che, a termini di legge, rivolgendosi alla sanità pubblica, hanno il diritto di essere aiutate e accompagnate nella loro comunque dolorosa scelta".
Le parole sono ben conosciute: "fanatismo"; sì, perché avvisare le donne che pensano all'aborto che: a) con quell'atto uccideranno un bambino; b) con quell'atto rischieranno gravi danni fisici e psichici, è fanatismo, non è rispetto del "diritto del paziente ad essere informato", per usare le parole della Direttrice della ASL di Bergamo ...
"Colpevolizzare" e "criminalizzare": "Rita" vuole le donne inconsapevoli e felici, eterne minorenni?
"Scientificamente inaccettabile": dove, signora Rita?
"Le donne devono essere aiutate e accompagnate nella loro dolorosa scelta": e non vengono aiutate se, con tutto l'aiuto che un Centro di Aiuto alla Vita fornisce, riescono a portare avanti la gravidanza e a far nascere un bambino?
Ma l'Espresso non si accontenta: si lamenta che 
"la bacheca del “Centro di aiuto alla vita” domina lo spazio centrale del corridoio e non essendo bilanciata da nessun altro tipo di comunicazione attigua ed ufficiale dell'Asl diventa di fatto il primo riferimento che una donna si trova di fronte una volta arrivata al consultorio".
In altre parole: i manifesti che dimostrano che quello che rischia di essere abortito è un bambino devono essere "bilanciati": ci si chiede da cosa, da un manifesto che sostiene che, invece, quello è un semplice "grumo di materia" (per usare le parole di un noto assessore)?

Naturalmente "Rita" e con lei l'Espresso, dimentica che la legge 194 impone ai consultori di informare la donna sui servizi sociali, sanitari ed assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti sul territorio" e che lo scopo è quello di "contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione volontaria della gravidanza", che può essere raggiunto anche con la collaborazione di "idonee formazioni sociali di base e associazioni di volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita" (art. 2). 

Ma quello che colpisce è, anche in questo caso, la decisa spinta verso una "verità ufficiale", che deve dire determinate cose (ad esempio, alle ragazzine di 14 anni che possono avere una bella vita sessuale, usare contraccettivi e non preoccuparsi delle gravidanze, tanto c'è la possibilità di interromperla ...) e deve cancellarne altre, proprio quelle vere!
E allora: andate a guardare la "bacheca degli orrori" di Jesi! Guardate in faccia il volto di quel bambino che sorride, e ringraziate l'Espresso per questo splendido autogol!
Giacomo Rocchi

martedì 8 ottobre 2013

L'aborto in base al sesso del bambino "fa impressione" al Fatto Quotidiano ...

Il Fatto Quotidiano rilancia un articolo del The Telegraph dove si riferisce che il Crown Prosecution Service avrebbe deciso di non procedere nei confronti di due medici che avevano acconsentito a praticare aborti basati sul sesso del nascituro. 

Il Fatto Quotidiano, nella presentazione in internet, la prende alla lontana: si chiede, infatti, "se questa possibilità assomigli troppo all'eugenetica". 
Il giornalista Pietro Citati, nel video di presentazione del giornale, osserva che "è vero che nel Nord Europa l'eugenetica è una tradizione, ma la conferma che questa pratica possa essere in qualche modo legale nella Gran Bretagna di oggi fa comunque impressione". 

Non possiamo che gioire per questo sussulto di umanità: il fatto che un bambino (o una bambina) sia ucciso prima della nascita non può che "fare impressione". 
Oppure fa impressione solo l'uccisione di una bambina e solo se essa è decisa perché si tratta, appunto, di una bambina?
Per restare all'eugenetica: al giornalista del Fatto quotidiano "fa impressione" che l'uccisione del bambino venga deciso perché si tratta di disabile, oppure di down, oppure perché malato o "imperfetto"? Non è anche questa eugenetica?

Ma andiamo ancora più in là: davvero il giornalista del "Fatto quotidiano" è disposto a giudicare gli aborti sulla base di quello che pensa la madre? E' quindi favorevole a vietare l'aborto volontario quando, esaminati i motivi per i quali la donna chiede di abortire, si scopre che ella non vuole una figlia femmina, ma un figlio maschio?

Interessante mi pare un'altra domanda: in Italia, sulla base della legge 194, l'aborto basato sul sesso del nascituro è legale? Il giornalista del Fatto Quotidiano si sorprenderebbe nello scoprire che, sì, si tratta di pratica legale, perché, ovviamente, alla legge non interessa affatto il reale motivo per cui la donna vuole abortire (motivo che, infatti, non viene nemmeno registrato nei primi tre mesi di gravidanza): l'aborto volontario è sempre permesso!

Vedremo se qualcuno nel Fatto Quotidiano farà qualche altra riflessione sul fatto che l'eugenetica, dal Nord Europa, è scesa anche in Italia ...

Giacomo Rocchi

lunedì 7 ottobre 2013

La legge 194 sull'aborto tutela la vita della donna?

Due notizie tragiche, quasi contemporanee, riferiscono della morte di due donne e dei loro bambini. 

A Milano, una donna di 37 anni è morta a seguito di un intervento abortivo che - riferisce l'articolo del Giorno - era "un’operazione chirurgica già pianificata e preceduta da visite e controlli. L’unico cambiamento intercorso era quello della data dell’intervento che era stato semplicemente anticipato ma era programmato da tempo". 

A Bologna, una donna è morta dopo un'amniocentesi svolta alla 21a settimana di gravidanza. Ovviamente - alla luce delle notizie degli organi di stampa - non è certo che l'amniocentesi sia stata eseguita in relazione ad un possibile aborto volontario, eppure il sospetto è legittimo: il marito, al Resto del Carlino, afferma che "Mirela stava bene, la gravidanza era stata regolare. Poi avevamo fatto l’ecografia ed erano emerse malformazioni ai reni del feto. I medici hanno detto che bisognava fare l’amniocentesi, che era necessaria, anche se c’era un rischio minimo di complicazioni. L’abbiamo fatta mercoledì, le hanno dato gli antibiotici, e siamo tornati a casa in attesa degli esiti"; l'Azienda Ospedaliero Universitaria di Bologna riferisce che " Un'ecografia morfologica aveva rilevato malformazioni fetali significative: nella giornata di mercoledì era stata eseguita un'amniocentesi per completare la consulenza genetica". 

A cosa serviva una consulenza genetica sul feto? Era urgente perché si stava avvicinando il termine oltre il quale non sarebbe stato più possibile eseguire l'aborto dopo avere accertato "rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro"?

La legge 194 permette l'aborto quando la prosecuzione della gravidanza comporterebbe un serio (o grave) pericolo per la salute della donna: ma in nessun passo della legge troverete l'obbligo per i medici e per gli operatori del consultorio di rappresentare alla donna che intende abortire il rischio per la sua salute fisica o psichica o anche per la sua vita. 
Già: perché che la gravidanza e la maternità possano essere un pericolo per la salute della donna la legge lo dà per scontato e, in definitiva, lascia la valutazione alla donna; che, invece, l'aborto - operazione cruenta e innaturale - possa integrare quel pericolo (anche se svolto in ospedali di eccellenza ...) nessuno lo dice ...

Aspettiamo gli esiti delle indagini; aspettiamo, però, anche la Relazione del Ministro della Salute del prossimo anno: quando riferirà delle complicanze, terrà conto anche di questi due casi?

Giacomo Rocchi

mercoledì 26 giugno 2013

In piedi! Entra il Tribunale della coscienza dei medici e dei farmacisti!


L'avv. Marilisa D'Amico, su L'Unità (cliccando sul titolo si accede all'articolo) presenta la sua soluzione per quello che ritiene il problema dell'alto numero degli obiettori di coscienza all'aborto. 

Vediamo, intanto, come l'Autrice presenta il quadro normativo:
"Con la legge 194 del 1978, si è garantita la possibilità per la donna di interrompere la gravidanza, a certe condizioni, bilanciando il suo diritto alla salute, fisica e psichica, con il diritto alla vita del nascituro, che naturalmente dipende dalla scelta libera della donna circa il proprio futuro.La stessa legge garantisce, all’art. 9, il diritto dei medici di dichiarare la propria obiezione di coscienza, astenendosi dagli interventi abortivi, a certe condizioni"
Come vedete, l'avv. D'Amico usa due volte l'espressione "a certe condizioni": prima riferendosi al diritto della donna di abortire e poi a quello dei medici di dichiarare la propria obiezione di coscienza. 
Ma quali "condizioni" sussistono per la donna se il diritto alla vita del bambino "naturalmente dipende dalla scelta libera della donna"?Ma soprattutto: dove sono le "condizioni" per esercitare l'obiezione di coscienza nell'art. 9 della legge 194, se, per esercitare il diritto, il medico deve esclusivamente fare una dichiarazione?
E allora diciamolo chiaramente: il diritto della donna di abortire è, in realtà (fino al momento in cui sussiste la possibilità di vita autonoma del feto), incondizionato; e altrettanto incondizionato è il diritto dei sanitari all'obiezione di coscienza alle pratiche abortive (cioè a quelle specificamente e necessariamente dirette a provocare l'aborto). 

Il fatto è che l'avv. D'Amico vuole mantenere incondizionato il primo diritto, mentre vuole limitare il secondo.
E vediamo come: 
"La soluzione, a mio avviso, non sta nell’abolizione del diritto all’obiezione, e cioè dell’art. 9 della legge, come pure è chiesto da più parti, ma nella corretta e severa applicazione dello stesso: un esame serio delle motivazioni individuali; la necessità che l’obiezione sia limitata all’intervento strettamente abortivo e non alle attività collaterali, che per alcuni arrivano fino al farmacista che nega “la pillola del giorno dopo”, pure dietro prescrizione; una verifica a livello regionale della presenza in tutti gli ospedali di medici che applicano pienamente la legge". 

Avete capito bene: qualcuno (la D'Amico non dice chi: si propone Lei?) dovrà "seriamente esaminare le motivazioni individuali" del medico o dell'infermiere o del portantino che non vogliono contribuire all'uccisione dei bambini non ancora nati.
Come verrà condotto questo esame? Che domande verranno fatte al medico? 
Sarà ammesso all'obiezione di coscienza il medico che si limita a recitare il giuramento di Ippocrate? 
Si verificherà la situazione familiare del soggetto, la sua fede religiosa (se è un ateo potrà fare obiezione di coscienza?), il suo impegno politico? 
Si permetterà ad un medico che per anni ha eseguito aborti di fare obiezione di coscienza ("ma dottore, che problema c'è? Ne ha già fatti tanti ... non è mica che vuole prendersela comoda!")? 
E a un giovane laureato in medicina pronto a curare e ad aiutare le persone malate ("perché non ha fatto il dentista? Eppure lo sapeva che abortire è un diritto delle donne! Provi a ripetere con me: l'IVG tutela la salute fisica e psichica della donna ... coraggio, è semplice, provi a chiudere gli occhi e non guardare ...")?

Accanto a questo Tribunale della coscienza dei sanitari la Autrice pensa, ovviamente, a ben altri limiti, come l'obbligo di compimento delle attività "collaterali". Peccato che questo sia già previsto dalla legge e che all'Autrice interessa solo impedire l'obiezione di coscienza ai farmacisti alla pillola del giorno dopo. Interessante vedere il concetto di "collaterale" che ha l'avv. D'Amico: c'è un medico che fa la prescrizione per un preparato; questo preparato viene distribuito nelle farmacie: come fa ad essere "collaterale" la consegna del farmaco, se è un passaggio essenziale tra la prescrizione del medico e l'assunzione del preparato? 
Ovviamente la D'Amico non spiega per quale motivo il farmacista non possa esercitare la sua coscienza, ben consapevole che la "pillola del giorno dopo" (come quella "dei cinque giorni dopo") viene prescritta solo per impedire l'annidamento in utero dell'embrione (nel caso sia stato concepito) e quindi per farlo morire ...

Ma, in realtà, alla D'Amico interessa davvero un risultato: bandi di concorso riservati a non obiettori. 
Questa si chiama - banalmente - DISCRIMINAZIONE di un soggetto che ha esercitato un diritto riconosciuto dalla legge e garantito dalla Costituzione. Ma attenzione: significa anche che il medico che ha partecipato al concorso riservato ai non obiettori non potrà più obiettare per tutta la vita, pena il licenziamento.

Ma, dirà qualcuno, qualcosa bisogna pur fare! E' vero o no che l'alto numero degli obiettori rende quasi impossibile l'esercizio del diritto delle donne?
No: purtroppo non è affatto vero. Ma di questo parleremo nel prossimo post.

Giacomo Rocchi
 

martedì 28 maggio 2013

L'assessore alla sanità che non vuole medici coscienziosi

"Isoleremo i fannulloni e tutti i medici che fanno false obiezioni di coscienza. Gli scateneremo contro  la Guardia di finanza"
(La Repubblica, cronaca di Bari, 25 maggio 2013, VII)

A minacciare questa azione è l'Assessore Regionale alla Sanità della Regione Puglia, d.ssa Elena Gentile, che, evidentemente, pensa di dare così il suo contributo alla campagna di diffamazione e calunnie che, ormai da mesi, si è intensificata contro i medici che - silenziosamente - rifiutano di uccidere i bambini non ancora nati.
Poche parole, ma davvero significative.

Partiamo da due connotazioni personali, che ricaviamo dal suo profilo reperibile sul sito istituzionale della Regione Puglia.
L'Assessore Gentile è pediatra; cura, cioè, i bambini scampati all'aborto. Bene: siamo felici per lei, un lavoro bellissimo. Chissà come agirebbe se una legge permettesse l'infanticidio, riconoscendo l'obiezione di coscienza ai neonatologi e ai pediatri: farebbe obiezione di coscienza?
L'assessore pensa che i ginecologi non sappiano che il bambino ucciso dall'aborto è lo stesso bambino curato dal pediatra?

La seconda connotazione è politica. L'assessore Gentile è politico di lungo corso: era iscritta al Partito Comunista Italiano dal 1984 ... quindi da prima che i popoli che avevano avuto a che fare con i comunisti al governo riacquistassero la loro libertà e la loro dignità; ma soprattutto riacquistassero la loro libertà di pensiero e di coscienza prima negata.
Come farà l'assessore Gentile a individuare "i medici che fanno false obiezioni di coscienza"? L'articolo 9 della legge 194 del 1978 (quella approvata anche da quello che poi diventò il suo partito) ha previsto che la dichiarazione di obiezione di coscienza del sanitario all'aborto non sia motivata. L'obiezione di coscienza è un diritto assoluto potestativo, il cui esercizio non dipende da alcuna autorizzazione o giudizio di altri, ma dalla semplice volontà dell'obiettore.
Troppo liberale e democratico uno Stato che non si permette di entrare nella coscienza del sanitario - sapendo di chiedergli di uccidere un essere umano - e si ferma alla sua soglia? Forse era migliore il sistema adottato dai Paesi comunisti nei confronti degli obiettori di coscienza?

E quanto è comunista la diffamazione che accompagna la minaccia! L'assessore Gentile, in realtà (almeno spero, visto il suo ruolo istituzionale) sa benissimo che non ha alcun diritto di giudicare se una dichiarazione di obiezione di coscienza sia "vera" o "falsa"; e allora diffama, accostando agli obiettori di coscienza "i fannulloni".
Vuole forse dire che coloro che hanno dichiarato obiezione di coscienza non fanno niente, stanno con le mani in mano e non vengono destinati ad altri incarichi? Ancora una volta, l'Assessore sa benissimo che non è così, ma lascia intendere ...

La Guardia di Finanza: la ciliegina finale!
Un assessore regionale - un importante ruolo istituzionale - che "scatena" la Guardia di Finanza (la quale, fino a prova contraria, non è un cane lupo e ha una certa autonomia di valutazione e di operatività, che pare che l'assessore Gentile non riconosca) nei confronti di coloro che hanno esercitato un diritto riconosciuto dalla legge e avente rilievo costituzionale, ma anche riconosciuto a livello della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo ... diritti dell'uomo che, forse, l'eroico passato comunista dell'assessore alla sanità tende a dimenticare ...

Giacomo Rocchi


lunedì 6 maggio 2013

DOMENICA 12 MAGGIO A ROMA, CONTRO UNA CULTURA DI MORTE CHE CI STA SOMMERGENDO - di Marisa Orecchia*


Mancano pochi giorni alla terza Marcia per la Vita, che avrà luogo a Roma domenica prossima, 12 maggio.  Come tutte le marce per la vita che da anni camminano per il mondo, richiamerà un gran numero di partecipanti – si è passati nell'arco di due anni dai quasi mille della prima, a Desenzano, ai più di quindicimila  di Roma dell’anno scorso - e le attese degli organizzatori non andranno deluse, nonostante proprio nella  stessa giornata abbiano luogo anche altre iniziative.
La vita chiama, e finalmente c’è un luogo, un evento in cui, con la gioiosa partecipazione di chi si mette in viaggio da ogni parte del Paese, e anche da fuori, nei pullman che solcano la notte, con la famiglia, con i figli piccoli, come in una lieta fatica di pellegrinaggio, è possibile dire che la vita non si uccide, che la vita si tutela, si difende, si accoglie.
In cui è possibile dire che la legge 194, che legalizza l’aborto, è legge sommamente ingiusta, da sostituirsi  con una che tuteli in ogni caso la vita dell’innocente indifeso e che quasi sei milioni di aborti in trentacinque anni sono il desolato risultato di una guerra contro la vita cui troppo spesso abbiamo opposto armi inadeguate.
Tramontano finalmente, con la Marcia per la Vita, i giorni in cui la delega alla battaglia per la vita veniva rilasciata in esclusiva a chi, dalle aule dei Parlamenti, ci diceva che non era ancora il tempo, che non c’erano le condizioni politiche, che occorreva cautela per non rischiare di peggiorare la situazione, che ci accontentassimo di pretendere l’applicazione delle cosiddette parti buone delle 194, che sarebbe bastato  l’esempio di una concreta e fattiva accoglienza alle madri in difficoltà, perché la cultura della vita si imponesse.
Una strategia, questa, servita soltanto a consolidare una situazione nel silenzio della quale si continua ad uccidere. Non si vuole certamente qui misconoscere il grande impegno del volontariato pro-life che in tutti questi anni ha sottratto, nel silenzio e nella povertà di mezzi, tanti bambini all’aborto: chi scrive passa da più di trent’anni un pomeriggio alla settimana in un Centro di Aiuto alla vita e ben conosce la fatica  dell’accoglienza, l’ansia per quella mamma che forse non ce la fa e va ad abortire, la gioia per il sorriso di quel bimbo per il quale era già pronto il certificato di aborto. Ma tutto questo non basta, non è bastato. Il dilagare delle pillole abortive, il fai da te dell’aborto, l’attacco sempre più mirato contro il diritto di obiezione di coscienza dei medici e del personale sanitario sono chiari indicatori di una cultura di morte che ci sta  sommergendo.
Ci riappropriamo, con la Marcia per la Vita, della facoltà di affermare di persona, davanti all’opinione pubblica, che è ora di cambiare, che sull'uccisione dell’innocente non si costruisce nulla, se non la rovina di un popolo tutto, che una legge ingiusta deve essere abrogata. Che adesso basta.

(*) Presidente di Federvita Piemonte

giovedì 2 maggio 2013

VIOLENZA SULLE DONNE O VIOLENZA SULLE PAROLE?

La Consulta di Bioetica organizza per il 3 e il 4 maggio 2013 un Convegno a Novi Ligure dal titolo: "C'eravamo tanto amati? Le varie dimensioni della violenza sulle donne". Come potevamo attenderci da un organismo di quel genere, tra le varie "dimensioni" della "violenza sulle donne" è compresa anche l'obiezione di coscienza dei sanitari all'aborto.
Dopo l'introduzione di Maurizio Mori, una tavola rotonda su "istantanee di violenza contemporanea" vedrà la partecipazione di un giurista sul tema "L'obiezione di coscienza come forma di violenza: limiti giuridici"; ma il tema diventa centrale nella prima sessione del 4 maggio, introdotta da una Lectio Magistralis di Carlo Flamigni, cui seguirà la Tavola Rotonda dal titolo: "L'obiezione di coscienza come forma di violenza?"
In essa Antonella Ficorilli parlerà del tema "L’attuale appello alla coscienza e il suo configurarsi come violenza sulle donne, le loro scelte morali e la possibilità di accedere ai servizi pubblici". A quanto risulta dal titolo della relazione, l'unico difensore dell'obiezione di coscienza sarà Mario Riccio ...

La Consulta di Bioetica gioca con le parole: l'obiettore di coscienza non esercita alcuna violenza sulle donne che intendono abortire, non avendo con esse alcun rapporto; piuttosto si rifiuta di partecipare al massacro di tantissime bambine e di tanti bambini che una legge ingiusta consente. L'obiezione di coscienza, silenziosamente, contrappone a chi urla la consapevolezza che l'aborto uccide un essere umano vivente, che tale uccisione non è mai una soluzione per le donne in difficoltà per una gravidanza e che, anzi, esso si trasforma in una violenza sulle donne che lo subiscono - anche se lo hanno scelto, come la legge permette.
Non sappiamo quale sarà il contenuto della Lectio Magistralis di Carlo Flamigni. Suggeriamo all'illustre medico si rispondere ad una domanda, tra le tante: quante donne sono morte di aborto legale in Italia dall'entrata in vigore della legge 194? Nel libro "Nascere e morire: quando decido io?", a cura di Gianni Baldini e Monica Soldano, Firenze University Press, 2011, Flamigni scrive che
"le reali complicazioni degli aborti chirurgici in realtà non le conosce nessuno ... Dunque, mancano i dati relativi alle gravidanze extrauterine non diagnosticate, alle perforazioni dell'utero, alle flogosi tardive, alle conseguenze di interventi eseguiti per sinechie intrauterine e così via. Resta poi il miracolo delle anestesie, che non fanno danni solo alle donne che abortiscono". 
In un altro passo Flamigni (insieme a Corrado Melega, coautore dell'articolo) riporta un dato, apparso su una autorevole rivista scientifica, secondo cui la mortalità da aborto chirurgico è pari a 0,6 per 100.000 aborti legali; il dato americano dal 1994 al 1999 si aggirava ad una donna morta su 80.000 - 120.000 casi di aborto chirurgico legale.
E allora: se la media è di una donna morta ogni 100.000 aborti legali e se gli aborti legali dal 1978 ad oggi sono stati 6.000.000, sono morte 60 donne? E quante per l'anestesia praticata (ancora molto diffusa, come indicano le statistiche ministeriali)? Qualcuno ne ha saputo qualcosa in questi anni?
Siamo convinti che Carlo Flamigni parlerà anche di questa violenza sulle donne.

Nel frattempo, la Consulta di Bioetica potrebbe riflettere anche sul precipizio verso cui ci spingono coloro che vogliono limitare o negare l'obiezione di coscienza dei sanitari: negando la realtà dell'aborto - l'uccisione di un bambino - essi pretendono di sindacare sulla coscienza di ciascuno e di imporre ai medici di uccidere: lo Stato totalitario compare all'orizzonte, quello stato in cui la singola persona umana - che sia un bambino o un medico - non conta nulla e deve soccombere di fronte al volere della maggioranza.
La violenza sulle parole è il primo passo per la violenza sulle persone. 

Giacomo Rocchi

sabato 9 marzo 2013

Uccidere i bambini stanca...

Micromega intervista Silvana Agatone, presidente della Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della Legge 194 (Laiga) in vista del secondo congresso nazionale.

Il punto di partenza, ovviamente, è il solito: gli obiettori di coscienza sono troppi e rischiano di mettere in pericolo il "servizio" della legge 194 (cioè: l'uccisione a richiesta dei bambini).

Interessanti sono i rimedi proposti dalla d.ssa Agatone.

Come si esce da quello che nel nostro paese si configura sempre più come un vicolo cieco?
"Ci sono tante possibili proposte: aumentare i giorni di ferie per i non obiettori e/o aumentare la loro retribuzione (ma se quest'ultima proposta in questi tempi di crisi è poco attuabile; la prima sarebbe molto interessante anche perché molti dei non obiettori sono sottoposti a quel fenomeno che va sotto il nome di burnout); oppure obbligare le ASL ad assumere un numero sufficiente di personale non obiettore, in grado di garantire l’applicazione di una legge dello Stato. Sarebbe anche estremamente interessante obbligare gli obiettori ad attività extra: per esempio impegnandoli in attività di contraccezione e prevenzione della gravidanza. In fondo coloro che hanno posto obiezione di coscienza al servizio militare hanno pagato un prezzo, essendo stati obbligati al servizio civile, inizialmente per un periodo di tempo persino più lungo di quello del servizio militare. E allora che anche gli obiettori siano obbligati ad impegnare più tempo degli altri nel lavoro! Un lavoro naturalmente coerente con le loro idee. Come per esempio passare più tempo in ospedale o negli ambulatori sparsi sul territorio per la prevenzione delle gravidanze indesiderate"
E allora, quali sono le proposte:
- più ferie per i medici non obbiettori. Sì, perché, ammazzare bambini - chissà come mai - produce stress (burnout), mentre (sembra di capire) i medici che si rifiutano di farlo questo stress non ce l'hanno. Strano, però, i medici non obbiettori si vantano di non lasciare la donna da sola e di garantire l'esercizio dei suoi diritti. Come mai sono così stressati?

- più soldi per i medici non obiettori. Ma sì, paghiamoli di più! L'uccisione dei bambini, evidentemente, è un lavoro così importante (più importante di tanti altri interventi chirurgici!) che merita una paga extra! Un lavoro, forse, di alta specializzazione, in cui si devono superare delle difficoltà tecniche speciali ... (mi viene in mente una fotografia degli anni '70, l'aborto con la pompa per bicicletta ...)

- concorsi separati per non obbiettori: cosicché l'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito come l'obiezione di coscienza dovrebbe produrre una discriminazione a danno di chi lo esercita ... davvero democratici questi medici non obbiettori!

E infine:

- facciamo lavorare di più i medici non obbiettori! Sì, perché, evidentemente, secondo la d.ssa Agatone, mentre i poveri medici non obiettori si rompono la schiena ad ammazzare bambini in serie, quelli obiettori si ritrovano per ore davanti alla macchinetta per il caffè a raccontarsi barzellette ...

Interessante è il riferimento alle vicende del servizio civile sostitutivo di quello armato (obiezione di coscienza al servizio militare): la d.ssa Agatone ricorda che gli obiettori di coscienza "inizialmente" erano obbligati a prestare il servizio civile per un periodo di tempo persino più lungo del servizio militare (otto mesi) e conclude convinta: "gli obbiettori siano obbligati a lavorare di più!". Già: ma l'illustre medico non ricorda come mai quegli otto mesi in più per gli obbiettori di coscienza al servizio militare scomparvero; non ricorda, in particolare la sentenza della Corte Costituzionale n. 470 del 1989 che dichiarò illegittima la legge proprio su quel punto. Leggiamo insieme alla d.ssa Agatone il passo finale di quella pronuncia: 
"la differente durata del servizio sostitutivo, a causa delle limitazioni che comporta per il normale sviluppo della vita civile, rivestirebbe chiaramente quel significato di sanzione nei confronti degli obiettori che già si è stigmatizzato, ledendo, altresì, i fondamentali diritti tutelati dal primo comma dell'art. 3 e dal primo comma dell'art. 21 della Costituzione, in quanto sintomo di una non giustificabile disparità di trattamento per ragioni di fede religiosa o di convincimento politico e, nello stesso tempo, freno alla libera manifestazione del pensiero".

Guarda un po:' la Corte Costituzionale aveva previsto, con 25 anni di anticipo, le intenzioni che avrebbero spinto i fautori della legge 194: volontà di discriminare gli obbiettori "per ragioni di fede religiosa o di convincimento politico", volontà di porre "un freno alla libera manifestazione del pensiero" ...

Davvero democratici questi medici della LAIGA ...

Giacomo Rocchi

giovedì 7 marzo 2013

Lo scienziato sensibile ... un sogno

Il prof. Umberto Veronesi tiene un blog all'interno del sito web che porta il suo nome (www.fondazioneveronesi.it).

L'ultimo post ha un titolo accattivante: "ASCOLTIAMO I NOSTRI FIGLI, “INESPERTI” MA SAGGI". Vi si legge: 
"Non dobbiamo più liquidare con un sorriso e un’alzata di spalle l’emozione che esplode in rete quando c’è una vera e propria mobilitazione per salvare i bambini nel grembo della madre destinati all'aborto, o quando un’opinione pubblica prevalentemente di giovani commenta con indignazione l'eutanasia di disabili o di anziani malati.
I bambini prima della nascita e i soggetti in stato di incoscienza non hanno l’anima? Riconosciamogli almeno la capacità di esseri «senzienti». Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l’angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle «cose», sottomesse all'inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e torna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza alcun rimorso, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento"

Che bello! Che sensibilità: il grande e anziano scienziato che contribuisce al progresso della nostra società, ad una coscienza collettiva che riconosce che tutti gli uomini, dal concepimento alla morte naturale, sono uguali e hanno diritto a vivere e ad essere amati!

Driiin! Suona la sveglia. Mi sveglio con una sensazione di felicità, quasi leggero. Voglio rileggere quel post, voglio farlo conoscere a più persone possibile. 
E leggo:
"Non dobbiamo più liquidare con un sorriso e un’alzata di spalle l’emozione che esplode in rete quando c’è una vera e propria mobilitazione per salvare gli agnellini pasquali avviati alla macellazione, o quando un’opinione pubblica prevalentemente di giovani commenta con indignazione l’abbattimento di un lupo o di un orso. Gli animali non hanno l’anima? Riconosciamogli almeno la capacità di esseri «senzienti». Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l’angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle «cose», sottomesse all’inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e torna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza alcun rimorso, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento."
Ah, era un sogno ... per fortuna è vero che molti nostri figli sono sì, inesperti, ma assai più saggi di tanti professori ...

Giacomo Rocchi

domenica 10 febbraio 2013

Prendiamo sul serio la legge 194!

Il prof. Francesco D'Agostino, Presidente dell'Unione Giuristi cattolici, ha risposto alle domande di Zenit a margine del convegno "Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. (Art.1 legge 194/78) Riflessioni su una Legge dello Stato."
E allora, vediamo quale è il risultato di queste "riflessioni" così come esposte dal prof. D'Agostino: "La situazione italiana è questa: esiste una legge sull'aborto che fa eccezione al principio generalissimo della liceità delle pratiche abortive. L’aborto in Italia non è lecito, a meno che la donna non chieda l’applicazione a suo carico di quelle procedure previste dalla legge 194 che rendono legale la pratica abortiva. Quindi, a voler prendere sul serio quella legge, l’aborto in Italia è legale come situazione di eccezione, ed è oltretutto doveroso dare prova che le pratiche previste dalla legge siano state rispettate. In questo senso l’aborto in Italia è una legalizzazione parziale che si incastra nel principio generale della illiceità dell’aborto. Questo discorso è teoreticamente corretto ma non corrisponde più al sentire comune dell’opinione pubblica, la quale ha ormai elaborato l’idea che non solo in Italia l’aborto sia libero, ma addirittura che l’aborto vada considerato un diritto insindacabile della gestante. Perfino la Cassazione nella sentenza del 10 ottobre 2012 ha parlato di un diritto all'aborto e questo è uno degli effetti di una giurisprudenza creativa che interpreta le leggi in chiave estensiva ma anche violandone il dettato rigoroso e specifico".
Al termine di quel convegno era stato approvato un documento in cui si legge: "La Legge 194/1978, a quasi venticinque anni dalla sua introduzione nell'ordinamento italiano, non ha ancora realizzato tutti gli enunciati che, nel riconoscimento del valore sociale della maternità e del diritto della vita umana ad una piena tutela fino dal suo inizio, prevedono una serie di iniziative volte ad assistere gravidanze complesse e ricche di risvolti personali e sociali, garantendo nei fatti la libertà e l’autonomia della scelta della donna. (...) In particolare per il feto è necessario che siano chiari, e maggiormente conosciuti, i suoi diritti, anche non scritti, concernenti la sua vita e le condizioni previste per il suo sviluppo, per permettere alla madre una decisione compiutamente responsabile."

Insomma: la legge 194 non rende lecita l'uccisione del bambino prima della nascita: i sei milioni di aborti legali sono state solo "eccezioni"! Si è sparsa la voce in giro che l'aborto sia un diritto per la donna: errore gravissimo! I diritti sono del feto! La colpa di chi e? Ovviamente dei giudici che "violano il dettato rigoroso e specifico della legge". 

Accipicchia! Erano 35 anni che non avevamo capito nulla ... O forse erano 35 anni che eravamo andati oltre l'art. 1 delle legge 194, per scoprire che le "pratiche previste dalla legge" altro non sono che un colloquio e un'attesa di sette giorni ... Il dettato rigoroso e specifico della legge 194 dice proprio così, prof. D'Agostino: il solo fatto di avere sostenuto il colloquio dà alla donna incinta il diritto ad uccidere - a spese dello Stato - il proprio bambino, qualunque siano i motivi che la spingano a questo gesto. 
I Giudici? non intervengono mica nella fase di autorizzazione dell'aborto (salvo che per le minorenni: e dicono sempre sì); intervengono, piuttosto, per risarcire il danno della madre che non ha potuto abortire, perché, sì, visto che l'uccisione del bambino è un diritto, il bambino nato è un danno: e che l'aborto sia un diritto lo dicono almeno da quindici anni (Cass. civ. Sez. 3, n. 12195 del 01/12/1998), mentre i Giudici penali hanno ritenuto l'aborto "giustificato" dalla legge 194 fin dal 1981 (Cass. pen., Sez. 1, n. 10699 del 19/10/1981)!

Insomma: prendiamo sul serio la legge 194! Questa legge omicida e ipocrita che, già sei milioni di volte, ha "realizzato tutti i suoi enunciati"!

Giacomo Rocchi

sabato 3 novembre 2012

LA MODERNA EUGENETICA

Leggere per intero le 78 pagine di motivazione della recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione che condanna un ginecologo a risarcire il danno cagionato al bimbo nato "anormale" (termine tra i tanti usato in sentenza per descrivere il bimbo), perché affetto dalla sindrome di Down, in conseguenza del fatto che la mamma non ha potuto esercitare il "diritto di aborto", per carenza di diagnosi, ha l'effetto di un pugno nello stomaco e fa il paio con quell'altra sentenza di oltre 68 pagine che ha permesso di lasciar morire per fame e sete Eluana Englaro. 
In gergo para giuridico, questi pronunciamenti vengono definiti: "sentenze manifesto", in quanto dietro paludati ed altisonanti sofismi giuridici, nonché prolisse quanto vuote argomentazioni astratte, ai limiti del parossismo, sovvertono principi basilari di diritto naturale e positivo, per affermare il principio assoluto dell'autodeterminazione dell'uomo sul bene Vita. Sia quella intrauterina, perché incapace di reazione violenta e totalmente affidata alle cure della madre, che quella malata non più rispondente a canoni di “dignità umana” dettati da soloni in buona salute. 
Con questa ultima sentenza, il desiderio eugenetico della madre che dichiara di volere solo un figlio sano, perché qualora fosse "anormale", nello specifico Down, quel figlio dovrebbe morire per mano del medico abortista, diviene fondamento di un diritto risarcitorio verso un sanitario che non ha, con la sua condotta seppur omissiva, determinato l'anomalia genetica del bimbo. 
Ciò è di palese evidenza che neppure Le Loro Signorie, nel lungo argomentare, hanno potuto negarlo, ma la responsabilità c'è, se ben abbiamo compreso, ma il se è d’obbligo data la tortuosità dell’argomentare, in quanto quel figlio è nato, in quelle condizioni, per colpa del medico che non ha ben diagnosticato la possibile malformazione, impedendone di fatto il di lui aborto da parte della madre. 
In sintesi, si potrebbe affermare che non potendo condannare, per assenza di patrimonio, al risarcimento del danno il Buon Dio o madre natura, (a seconda che si sia credenti o atei) per l'errore genetico verificatosi all'atto della scissione delle cellule, la Corte condanna l'unico soggetto che poteva evitare in concreto ed in concorso con la madre, la nascita dell'"anormale", diagnosticando correttamente la malformazione. Costui, infatti, ha impedito, con il suo errore, che la mamma attuasse quel piano eugenetico manifestato sin dalla prima visita, quando, come si legge in sentenza, ebbe a dichiarare che condizione imprescindibile per la prosecuzione della gravidanza era che il bimbo fosse sano, pena la morte per quel figlio. 
In conclusione, però, ci chiediamo, seguendo a contrario, il "ragionamento" della Corte, ma se la mamma avesse invece voluto quel figlio, ben consapevole dell'anomalia inscritta nei suoi geni, essendo tale vita portatrice di “un danno” non solo, come chiarito dai giudici, per tutta la famiglia, ma anche per la collettività che dovrà, suo malgrado, farsi carico, con il sistema di assistenza sociale, della povera creatura, vi sarebbe una legittimazione dello Stato ad ottenere un risarcimento da quella donna, per tutte le conseguenze economicamente negative che la collettività dovrà sopportare a seguito di quella scelta, non conforme ai canoni di normalità correnti, tenuto conto che oggi è possibile evitare il “danno” "grazie" alla democristiana e ultra progressista legge 194/78, nella sua più moderna esegesi, fornitaci da una sempre aggiornata ed evoluta giurisprudenza delle Supreme Corti? 
Ai posteri e alla creatività dei nostri "Supremi Giudici", l'ardua sentenza.

Pietro Brovarone 
Movimento per la Vita - Biella

giovedì 19 luglio 2012

Comitato permanente unitario


Marcia per la vitaLeggo sulla pagina Vita di Avvenire del 5 luglio che il Movimento per la Vita propone la costituzione di un comitato unitario permanente per l’organizzazione di una manifestazione pro life per il maggio del prossimo anno. Tale comitato dovrebbe prendere gli opportuni contatti con i Movimenti che hanno promosso la marcia del 13 maggio 2012. Si eviterebbe in questo modo di organizzare due eventi, come è successo quest’anno e si punterebbe tutto su di uno. Cercare di fare unità è importante, va sempre bene, e poi è apprezzato da tutti.
Sembrerebbe, tutto sommato, una buona idea. Ma qualcosa non mi torna.
Ripenso alla lunga querelle che in questi ultimi due anni ha opposto il Movimento per la Vita italiano a Federvita Piemonte e che si è conclusa con la costituzione, da parte di Carlo Casini, di una nuova Federazione piemontese antagonista di Federvita Piemonte. Solo perché, tra i membri del direttivo, Federvita Piemonte annovera alcuni appartenenti al Comitato Verità e Vita.
Per questo oggi in Piemonte ci sono due Federazioni di MpV e di CAV.
In nome dell’unità?
Ripenso ai MpV e ai CAV piemontesi espulsi dal Movimento per la Vita nazionale, solo per aver rifiutato di prendere la distanze da Verità e Vita.
In nome dell’unità?
Oggi quei CAV, che continuano come sempre a strappare bambini all’aborto, alla richiesta di un Progetto Gemma per una mamma a rischio di aborto, si sentono rispondere, senza nessuna considerazione per la gravità e l’urgenza del caso, che, in quanto espulsi, fanno parte di una lista speciale e riceveranno qualcosa se e quando saranno evase tutte le richieste della lista ufficiale.
In nome dell’unità?
Grosso problema si pone poi per lo stesso Comitato Verità e Vita. Alla marcia del 13 maggio ha aderito entusiasticamente ed ha partecipato in gran numero. Potrà mai, secondo il concetto di unità di Carlo Casini, far parte del costituendo comitato unitario permanente per l’iniziativa del prossimo anno, stante il proclama che il Nostro, sempre nel corso della vicenda su citata, ha lanciato, chiedendo agli associati del Movimento per la Vita italiano “di fare attenzione ai rapporti che Verità e Vita volesse proporre”. Di starne alla larga, insomma?
Marisa Orecchia
Presidente di Federvita Piemonte
Vice presidente del Comitato Verità e Vita

mercoledì 18 luglio 2012

Consigli utili per diffondere l’eutanasia


Riportiamo qui di seguito, preceduti solo da brevi commenti, alcuni stralci del resoconto dell’Associazione LiberaUscita, associazione favorevole all’eutanasia, del meeting biennale della World Federation Right To Die Societies, svoltosi a Zurigo il 14 Giugno scorso. Si tratta di un congresso mondiale, alla sua 19° edizione, che vede riunite tutte quelle sigle favorevoli alla dolce morte. Il report è interessante perché mette in luce quali sono le strategie a livello mondiale per diffondere sempre più le pratiche eutanasiche in ogni angolo della Terra. Ecco la sintesi degli interventi redatta da Rossana Cecchi, delegata di LiberaUscita al meeting svizzero.

  1. Per vincere sul suolo nazionale è più veloce e facile vincere in Europa: “la WF è stata fondata a Melbourne nel 1982. Dieci anni dopo è stata fondata la RtDE [Right-to-Die Europe] in Olanda e ratificata nel 1994 a Londra come branca della WF. Ho colto l’occasione per riferire la necessità, avvertita da LiberaUscita, di stringere relazioni con il Parlamento Europeo. Lui [il responsabile della RtDE] ha risposto che la RtDE ha chiesto al Parlamento europeo di essere ammessa fra le Organizzazioni Non Governative Europee (NGO) [il Consiglio d’Europa ha già respinto comunque la richiesta]. E’ quindi importante che le varie associazioni spingano sui rappresentanti del propri paesi nel Parlamento europeo affinché la richiesta RtDE venga accolta”
  2. La battaglia sull’aborto è fonte di ispirazione: “Morire a casa, dire addio ai propri cari, morire con serenità, sicurezza, certezza: queste sono le cose fondamentali. La medicalizzazione del fine vita trasferisce invece la decisione finale ad altre persone.Non vi è alcun motivo per ‘medicalizzare’ la morte, es. con iniezioni letali. In tal modo si stressa il medico, si stressa il paziente. Nel trattamento per bocca il controllo e la responsabilità è invece della persona interessata, la dignità, la serenità e il tempo sono sue scelte, soltanto la fornitura del preparato viene fatta dal medico, tutto il resto spetta al richiedente (ho avuto modo di capire che ormai molti condividono questo punto di vista. Nei Paesi dove è legale aiutare a morire, i medici cominciano a rifiutarsi, a non sentirsela più. Per questo si sta andando verso la non medicalizzazione).” Quanto sin qui detto ricorda curiosamente l’aborto: “serenità, sicurezza, certezza” rimandano a quegli elementi polemici utilizzati dal fronte pro-choice prima del varo della 194 per convincere i più che abortire in clandestinità era pericoloso per la salute della donna: meglio un aborto alla luce del sole, pulito e in piena sicurezza, che lasciare l’utero delle donne in mano alla mammane. Poi il suggerimento a non medicalizzare la pratica eutanasica, esattamente come è avvenuto con l’introduzione della RU486 dove l’aborto è autogestito della donna ed è domestico: l’aborto orale genererà l’eutanasia orale.Notevole poi l’accenno allo stress del medico che pratica l’eutanasia: come per l’aborto ci sono sempre più medici che si rifiutano di prestare la loro opera perché consci che si stanno prestando ad un omicidio o suicidio.
  3. Come aggirare la legge: “Faye Girsh [un responsabile di Final Exit Network, organizzazione americana che promuove l’eutanasia] ha riferito che già nell’anno 1998 […] hanno formato 29 volontari che lavorano sul territorio. Vanno nelle case, contattano i richiedenti e danno informazioni sui trattamenti non medicalizzati. Attualmente i volontari sono più di 100. Non forniscono supporto attivo, ma solo informazioni e, quindi, non sono perseguibili. Hanno un comitato medico con più di 10 anni di esperienza, che indica loro a chi possono fornire informazioni e quali informazioni dare”
  4. L’unione fa la forza: “si rende necessario collegarsi con altre associazioni laiche, cosa che la nostra Associazione sta facendo, e condurre insieme una lotta comune per la libertà e i diritti civili dell’essere umano”
  5. Portare sul fronte pro-eutanasia anche la Chiesa cattolica: “Bernheim, oncologo palliativista belga, è stato bravissimo a spiegare come le cure palliative non siano in antitesi con il diritto di morire con dignità, bensì complementari [è come per l’aborto: nessuno è obbligato ad abortire = nessuno è obbligato a togliersi la vita. Teniamo aperta ogni possibilità]. Dove finiscono le prime inizia l’altro. Ho avuto modo di parlare a lungo con lui. E’ pronto a qualsiasi tipo di collaborazione ed a mettere a nostra disposizione l’esperienza belga con la chiesa cattolica.”
  6. Il tentativo poi è quello di non passare come spietati boia: occorre cioè porre in essere una commistione di iniziative percepite dalla gente come lodevoli insieme ad altre dirette invece a promuovere l’eutanasia, così come sta facendo l’Associazione LifeCircle “che promuove le cure palliative e aiuta le persone con handicap e [promuove] la dignità nel morire”. Insomma, il lupo deve travestirsi da agnello
  7. Colpiamo il cuore della cattolicità: l’anno prossimo andiamo a Roma. “Right to Die Europe meeting in Rome in 2013. A tale proposito ci hanno consigliato di contattare esperti in comunicazione per sapere in quale giorno della settimana possiamo avere più attenzione dai mass-media. Anche la location la lasciano decidere a noi: in Parlamento o in albergo, dipende dove riusciamo ad avere più giornalisti. Si rendono conto dell’importanza, in un paese come l’Italia, e a Roma, di avere visibilità. […] Aspettiamoci un bel po’ di gente a Roma, sono tutti entusiasti sia per la città sia perché si va in casa Vaticano”
  8. E’ importante tenere desta l’attenzione delle persone con celebrazioni ad hoc: “Il prossimo 2 novembre sarà il giorno europeo del fine vita (European end of life day). A Edimburgo si svolgerà una manifestazione ufficiale. E’ stato chiesto a tutti di organizzare qualcosa nel proprio paese, come ad es. scrivere un articolo sulla stampa”.

Domanda a piè di pagina di questo report: quali strategie di tale spessore per sconfiggere aborto, fecondazione artificiale, contraccezione hanno posto in essere i cattolici in questi anni?
Pur avendo nominalmente più forze in campo quali risultati hanno raggiunto?

Tommaso Scandroglio