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domenica 23 novembre 2014

Gli "eccessi" di Avvenire e le "ferite" della fecondazione eterologa

Lo smarrimento del mondo cattolico italiano dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha fatto cadere il divieto di fecondazione eterologa è evidente.

Un chiaro segnale viene dall'articolo di Guido Mocellin su Avvenire del 19 novembre secondo cui la "falsa compassione" di cui aveva parlato Papa Francesco nel discorso ai Medici Cattolici sarebbe stata riferita "ad aborto, eutanasia ed eccessi della fecondazione artificiale".
 "Eccessi"? Rileggendo il discorso, questa parola non si trova. 
Il Papa aveva detto: 
"Il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre".
Ora: quando si "produce" un figlio e lo si considera un "diritto"? Con la fecondazione artificiale, di qualunque tipo. Come sappiamo, infatti, la legge 40 – che permetteva solo alcune pratiche di fecondazione artificiale – usa l'espressione "produzione di embrioni"; che poi il ricorso alla fecondazione artificiale – e quindi alla "produzione" dei bambini – sia un "diritto" degli adulti lo dice sempre la legge 40: "la presente legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti" …
Quali sarebbero gli "eccessi" cui implicitamente Papa Francesco avrebbe fatto cenno? Forse la fecondazione eterologa? Il Papa non ha fatto nessuna distinzione. Secondo Mocellin il Papa avrebbe condannato solo la sperimentazione sugli embrioni, cui ha fatto esplicito cenno? Pare proprio di no, visto che, al contrario, l'accento è stato posto sulla contrapposizione "produrre – accettare il dono": del resto, la sperimentazione sugli embrioni non trasferiti è diretta conseguenza dell'averli prodotti e, quindi, resi "cose", senza alcun valore o dignità.

Il riferimento agli "eccessi" della fecondazione artificiale, quindi, è incomprensibile: o meglio, si comprende solo sulla base del riflesso condizionato conseguente all'approvazione, su spinta del mondo cattolico ufficiale, di una legge che autorizzava espressamente – anzi: riconosceva come "diritto" – la pratica di produzione degli essere umani …

L'articolo di Franco Olearo apparso sul numero di ottobre di Studi Cattolici ("Le ferite della fecondazione eterologa") dimostra ancor di più lo smarrimento di cui si è detto. 
L'autore sostiene, con riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale, che "vicende come questa mostrano con dolorosa evidenza l’esistenza di vuoti legislativi in difesa dei più deboli": è proprio vero, manca una legge che vieti esplicitamente la fecondazione artificiale extracorporea, la cui applicazione determina la morte di almeno nove embrioni prodotti su dieci... Ma a Olearo non paiono interessare gli embrioni morti (davvero troppo deboli anche per lui?), ma solo quei pochissimi embrioni che – al contrario dei loro fratelli – ce la fanno a nascere …

Vediamo le quattro "ferite nel tessuto sociale" che, secondo Olearo, la sentenza della Corte Costituzionale provocherà:
1. Viola i diritti del nascituro. Forse l'A. dovrebbe precisare: "viola i diritti di quell'embrione che, per sua fortuna e al contrario della stragrande maggioranza degli altri, riesce a nascere …". Sì perché, poco dopo, Olearo rimarca che "un concepito che si trova nel grembo materno non è un semplice ammasso di tessuti; è già un essere umano completo di tutte quelle caratteristiche, doti, inclinazioni che gli sono state trasmesse dai suoi genitori biologici": a dire la verità, l'embrione è un "essere umano completo" già prima di essere trasferito nel grembo materno e comunque già prima di avere attecchito nel corpo della donna (la maggior parte degli embrioni prodotti in vitro muore per mancato attecchimento). 
Non è che i "diritti del nascituro" sono stati violati con il solo fatto della loro produzione-artificiale-per-la-morte?
2. Crea squilibrio all'interno della coppia. Avete presente come funziona la fecondazione in vitro, con uomo e donna trasformati in "produttori di gameti" e la donna anche in "contenitrice"? Secondo voi l'iter che si segue non crea "squilibrio" all'interno della coppia? Ma Olearo si riferisce alla possibilità di adozione: "Nel caso di coppie sterili, il gesto più bello e generoso che esse possano fare è quello di allevare un orfano". Già: ma non vale per tutte le coppie sterili? Allora ha ragione la Corte Costituzionale a sottolineare che il legislatore aveva deciso di trattare più duramente proprio le coppie più sfortunate, cioè quelle assolutamente sterili! Solo quelle dovrebbero (per usare le parole di Papa Francesco) accogliere il figlio come un dono mediante l'adozione? 
Il fatto che le altre lo producano e lo considerino un diritto non turba Olearo?
3. Viola una volontà popolare chiaramente espressa. "Chiaramente espressa"? Coloro che non hanno votato hanno "espresso" una volontà? Pensate che Olearo sostiene l'opportunità che "la volontà espressa da un voto popolare, soprattutto quando raggiunge questi livelli di consenso, diventi vincolante anche nei confronti della Magistratura". L'Autore confonde una strategia vincente come fu quella dell'astensione al referendum con la natura giuridica di quel successo (che, comunque, non sarebbe stata vincolante per la Corte Costituzionale) …
4. Determina un cambiamento di atteggiamento: dalla procreazione all’acquisto. Il vero problema, caro Olearo, è che è la fecondazione artificiale in sé che "determina un cambiamento di atteggiamento": dalla "accoglienza del figlio come dono" al "diritto" della sua "produzione" (se del caso, pagando quanto serve) …

Olearo conclude polemicamente: "oggi, in assenza di leggi che definiscano i diritti dei nascituri, un cane randagio ha maggiori tutele di un essere umano"; vuole sostenere che è stata la sentenza sull'eterologa a determinare questa situazione? E che la legge 40 – o "Uno di Noi", che promuoveva nel 2013 – difendevano davvero il diritto alla vita e all’integrità di ogni essere umano fin dal concepimento?

Giacomo Rocchi

venerdì 5 settembre 2014

I giornali cattolici censurano i vescovi? Avvenire, mons. Nosiglia e la fecondazione eterologa

Nel mese di luglio avevamo segnalato che il Servizio di Informazione Religiosa (S.I.R.) aveva proposto una sintesi dell'intervento di mons. Crepaldi sulle iniziative da prendere dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa che cancellava ogni riferimento alla fecondazione omologa e alla necessità di vietarla.
La legge 40 - che, appunto, ha legalizzato la fecondazione in vitro omologa - non si tocca!


Leggiamo ora un passo dell'intervista di Mons. Nosiglia, vescovo di Torino, al settimanale diocesano "la Voce del Popolo":
Perché la Chiesa non approva la fecondazione eterologa?
Il Magistero della Chiesa è intervenuto più volte sul problema della procreazione medicalmente assistita. La Congregazione per la Dottrina della Fede in particolare affronta il tema in due documenti: Donum vitae (1987), Dignitas personae (2008). Il primo precisa che il concepito non può essere voluto «come il prodotto di un intervento di tecniche mediche e biologiche: ciò equivarrebbe a ridurlo a diventare l'oggetto di una tecnologia scientifica. Nessuno può sottoporre la venuta al mondo di un bambino a delle condizioni di efficienza tecnica valutabili secondo parametri di controllo e di dominio» (II,B.4c). Questa osservazione vale già per la fecondazione omologa, cioè per la procreazione artificiale realizzata con i gameti dei coniugi. (il grassetto è nostro) A maggior ragione risulta ineludibile per la fecondazione eterologa, ottenuta mediante l'incontro di gameti di almeno un donatore estraneo alla coppia".
Ecco come E' Vita - supplemento di Avvenire in materia di bioetica - riassume l'intervista: (i grassetti sono nostri)
"Il problema non è, in materia di vita e di generazione della vita, di sperimentare tutto quanto la scienza rende possibile, ma piuttosto di dare un senso e un "valore" condiviso alla vita come al desiderio di genitorialità: «Nessuno – ricorda Nosiglia – può sottoporre la venuta al mondo di un bambino a delle condizioni di efficienza tecnica valutabili secondo parametri di controllo e di dominio», facendo riferimento al magistero recente della Chiesa ("Donum vita" e "Dignitatis personae"). Ma il ragionamento dell’arcivescovo di Torino si allarga a considerare il tema della fecondazione eterologa nel contesto più ampio della realtà familiare italiana: un "mondo" che avrebbe invece grandi risorse da offrire, se opportunamente incoraggiate e incentivate, per quanto riguarda l’adozione, e anche le forme di affido già previste dalla legge. Non si può dimenticare, sottolinea Nosiglia, «che un figlio non è qualche cosa di dovuto e non può essere considerato come oggetto di proprietà: è piuttosto un dono, il più grande e il più gratuito del matrimonio, ed è testimonianza vivente della donazione reciproca dei suoi genitori. Non esiste, come invece si vorrebbe far credere, un diritto al figlio».
E, nel prosieguo:
"L’arcivescovo Nosiglia collega direttamente le tematiche della fecondazione eterologa (e più in generale della bioetica) allo scenario culturale complessivo, in vista di quell’appuntamento importante che è il convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel 2015."

Accipicchia! Al giornalista di Avvenire è sfuggita la frase riguardante la fecondazione omologa ...

Giacomo Rocchi

martedì 17 aprile 2012

Commento ad articolo di "E' Vita" - Avvenire del 12 aprile 2012


Colpisce l’enfasi con la quale viene evocata la famiglia dall’autore dell’articolo pubblicato con grande evidenza sull’inserto 'E’ vita' di Avvenire del 12 aprile scorso, secondo cui la fecondazione eterologa negherebbe appunto famiglia e natura.

E’ ben vero che la fivet eterologa, introducendo nella coppia un elemento esterno con l’apporto di un gamete terzo, indebolisce il legame tra i coniugi e viola il fondamentale diritto del figlio a conoscere le sue radici e quindi la sua identità. Ci auguriamo tutti che la prossima sentenza della Consulta di tutto ciò tenga conto e rigetti il ricorso che a far cadere il divieto di fivet eterologa mira, tuttavia vien da chiedersi quale idea abbiano della famiglia l’autore dell’articolo in questione e quanti sono convinti che sia proprio la fivet eterologa ad attentarne alla salvaguardia.

Le cose non stanno proprio così.

E’ infatti la famiglia il luogo della gratuità e dell’accoglienza, in cui ciascuno dei suoi membri è accolto e amato per quello che è. In cui ciascuno è dono per l’altro, a prescindere dalle qualità, dalle doti, dai meriti, o meno. In cui la debolezza, la disabilità, la diversità sono accolte, tutelate, accudite, amate. In cui il figlio è dono, sempre, e come tale accettato, anche quando non è programmato o si annuncia in un frangente non proprio favorevole, o quando, atteso e voluto, non arriva.

Questo lo statuto della famiglia, che mal si accorda non solo con la fivet eterologa, ma con la stessa fivet omologa la quale non è quel piccolo aiuto alla coppia che non riesce a generare, come la locuzione di procreazione medicalmente assistita lascia per lo più intendere, con uno dei più riusciti colpi dell’antilingua, ma una pratica profondamente ingiusta che si ritorce contro la famiglia.

Perseguendo la nascita di un figlio al costo della morte di decine di suoi fratelli, a tal scopo prodotti e sacrificati, la fivet mette in atto infatti contemporaneamente la reificazione del figlio, che diventa un prodotto da laboratorio da manipolare ad libitum, e il dominio dell’uomo sull’inerme qual è l’embrione nei primissimi momenti di vita, sottratto alla tutela e al calore del grembo materno.

Anche il legame di coppia è spesso messo a dura prova dalla fivet, ancorchè omologa, perché gli alti costi, in termini di ansia, frequentazioni di cliniche e laboratori con relative visite e analisi e stimolazioni ovariche, e attesa, spesso protratta per la durata di più tentativi, e destinata a non essere colmata che in percentuale assai esigua, caricano di sensi di colpa il coniuge responsabile della sterilità, fino a farlo sentire inadeguato e non accolto per quello che è.

Non la tutela della famiglia, dunque, ma un indebolimento e uno stravolgimento della sua stessa ontologia, che va di pari passo con l’erosione del concetto di famiglia e della sua natura che da tempo viene attuato da chi per ideologie e progetti suoi va perseguendone la destabilizzazione, lo sgretolamento e l’omologazione ad altre forme di convivenza che di famiglia hanno ben poco. Il collante delle quali non è più il senso del dono di sé e dell’accettazione dell’altro, comunque sia, qualunque cosa accada, ma un contrattualistico porsi aperto a contingenze e soluzioni che sembrino di volta in volta maggiormente gratificare.

Marisa Orecchia


giovedì 22 settembre 2011

Limiti ragionevoli? Pretese arbitrarie?



Assuntina Morresi, su "Avvenire", fornisce la "versione ufficiale" circa la legge 40 sulla fecondazione in vitro: una legge equilibrata e razionale. Il tema è ancora quello del limite dell' età potenzialmente fertile che la legge pone e che permette di accedere ai soldi pubblici destinati a queste tecniche anche a coppie nelle quali la donna ha 50 anni (nel Veneto) o comunque più di 40 anni (in tutta Italia).


La Morresi scrive:

"Come tutte le leggi, la 40 rispetta un orientamento culturale: si tratta
di una visione laica - per i cattolici la fecondazione extracorporea è illecita
- che cerca un equilibrio fra le esigenze della coppia e del nascituro, per la
quale non tutto ciò che è tecnicamente possibile diventa accettabile".


In pratica il limite di età viene concepito come se fosse stato posto a servizio del divieto di fecondazione eterologa:


"Per rimanere incinte ad oltre 50 anni una donna deve necessariamente
ricorrere ad ovociti di una donna più giovane".

Come fa ad essere "laica" una visione che individua un solo interesse del futuro embrione - quello di essere generato con i gameti dei suoi genitori - e chiude tutti e due gli occhi sull'interesse di tutti gli altri embrioni, quelli che vengono prodotti già destinati a morte quasi certa?

"Laico" non dovrebbe essere "agganciato alla realtà"?



La Morresi polemizza con coloro che si "stracciano le vesti" perché alcune Regioni hanno posto dei limiti più restrittivi all'accesso alla PMA a carico del SSN:


"dovrebbe onestamente dire che ogni obbiettivo è eliminare ogni
regolamentazione della fecondazione in vitro".

Morresi vuole davvero farci credere che non permettere alle donne di oltre 50 anni di accedere alle tecniche sia una regolamentazione efficace? E' come sostenere - qualcuno lo sostiene ... - che il divieto di aborto dopo i sei mesi limita l'aborto.



Il fatto è che la regolamentazione non è affatto "ragionevole" (come titola Avvenire) perché non tiene conto della realtà delle decine di migliaia di embrioni morti o congelati; e che - una volta che si è elevato a diritto la pretesa degli adulti di superare ogni ostacolo alla fecondità, anche a prezzo della morte di tanti figli, nessuna pretesa è più "arbitraria".



Giacomo Rocchi

sabato 30 aprile 2011

Da "testamento biologico" a "Dichiarazioni antipate": un trucco?





Qualche settimana fa abbiamo segnalato la nascita del nuovo blog di Scienza e Vita (http://www.blogscienzaevita.org/) e ci siamo chiesti se avrebbe davvero dato spazio e dibattiti aperti che - molti ritengono - nel mondo cattolico, sul tema del progetto di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, mancano (e spesso sono soffocati).

Ebbene, il blog ha pubblicato tre commenti ad un pezzo di Lucio Romano, Copresidente Nazionale dell'Associazione Scienza e Vita: e il risultato è davvero interessante.


Il pezzo si intitolava: "DAT, non testamento biologico: una precisazione". Romano sosteneva che "la differenza non è formale, ma sostanziale". Infatti "il testamento biologico è un documento che esprime una volontà vincolante “ora per allora”, che presuppone la disponibilità della vita e riduce la dimensione della persona a cosa di cui disporre", mentre "Con le Dat, opportunamente normate, si offre una protezione al paziente o al grave disabile, assicurando quanto possibile e proporzionato in riferimento alla situazione clinica, attualizzata".

La vera differenza, quindi, è la vincolatività delle dichiarazioni che "distruggerebbe la relazione di cura medico-paziente".

Il Direttore di Avvenire, Marco Tarquinio lo ribadiva ieri: "La legge all'esame della Camera e in via di perfezionamento e approvazione non sarà una legge sul testamento biologico, ma sulle dichiarazioni anticipate di trattamento ... giocare così con i concetti significa confondere le acque per confondere la gente".


Tre commenti al pezzo di Lucio Romano mettevano in dubbio che si tratti di una reale differenza: davvero le DAT non sono vincolanti nella parte in cui il dichiarante rinuncia ai trattamenti salvavita (chiede, cioè, di essere lasciato morire)? Come si spiega la controversia che il fiduciario può instaurare contro il medico davanti all'apposito collegio?


Sorpresa! Lucio Romano, nella sua lunga risposta, dopo aver ribadito la differenza, osserva:


"...nelle DAT non sarebbe opportuno ratificare “la rinuncia da parte
del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari”
perché si rischierebbe di configurare la c.d. eutanasia passiva. Sarebbe
auspicabile, invece, la manifestazione di espressioni e informazioni utili al
medico per evitare trattamenti terapeutici sproporzionati. In questo
senso appare in effetti opportuna una rivisitazione dell’art.
3
."
E ancora:


"Il dibattito sul DDL alla Camera, che sembra iniziare a breve, rappresenta
una buona occasione per dettagliare ulteriormente l’articolato e armonizzarlo
con i principi di riferimento enunciati
".


In parole povere: il Senato della Repubblica ha approvato un progetto in forza del quale le DAT, nel loro contenuto essenziale - rifiuto di tutte le terapie, anche salvavita - sono vincolanti e permettono l'eutanasia per omissione di cure!

E questa è una notizia: il Copresidente nazionale di Scienza e Vita ritiene che il testo debba essere cambiato!



Ma insomma, Direttore: chi è che "gioca con i concetti" e "confonde le acque per confondere la gente"?



Giacomo Rocchi

venerdì 1 aprile 2011

Verso l'eutanasia legale/I timori di Domenico Delle Foglie


Su Avvenire del 31/3/2011 Domenico Delle Foglie esprime i timori che potrebbero conseguire all'approvazione del progetto di legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento:


"Una legge "buona e giusta" quella sulle Dat? Si è lavorato al Senato e si sta lavorando alla Camera perché sia così. Ricordiamoci, però, che ogni legge è sottoposta al vaglio delle maggioranze – a volte trasversali, come in questo caso, e comunque transitorie in un regime di alternanza politica. E per tutte le maggioranze, presenti e future, dovrebbe valere il criterio di garantire, a ogni singola legge, una volta approvata, un periodo di rodaggio. È civile e necessario, insomma, che a queste disposizioni non venga riservato il trattamento ostile e la propaganda deformante già riservati, ad esempio, alla legge 40 sulla fecondazione artificiale, altra normativa "non cattolica" ma accettata dai credenti per chiudere l’era di "provetta selvaggia". Abbiamo già visto una parte dell’opinione pubblica, più ideologizzata e meno disponibile ad accettare il voto (trasversale, torniamo a ricordarlo) di un libero Parlamento, allearsi con una frazione della magistratura per tentare di demolire o, comunque, manomettere la legge sin dal giorno seguente la sua entrata in vigore"


La tesi è sempre quella: la legge 40 sulla fecondazione artificiale era "buona e giusta", ma un manipolo di "cattivi" (composta dalle minoranze battute in Parlamento e da magistrati ideologizzati), l'ha demolita e manomessa.

Insomma: i risultati devastanti della legge "buona, ma non cattolica"? Non è colpa nostra!


Ma è soltanto una questione di "colpa"?

Cosa insegna l'esperienza della legge 40? Che i "paletti" messi all'interno di una legge di compromesso su "diritti non negoziabili" vengono divelti!


Cosa deve fare, allora il legislatore?

Delle Foglie mostra di non aver capito: sostiene che la legge deve essere ugualmente approvata e che i "cattivi" devono essere ammoniti della necessità di un "periodo di rodaggio" ...


A noi, invece, sembra di aver capito: Delle Foglie sa che i "paletti" (apparenti) verranno divelti a partire dal "giorno seguente della sua entrata in vigore"; sa, quindi, che la legge verrà utilizzata per realizzare l'eutanasia su incoscienti, disabili, anziani ...; prevede che la "norma simbolo", quella che stabilisce il divieto di sospensione di alimentazione e idratazione artificiale, verrà quanto meno aggirata (la Camera ha già approvato un'eccezione, così vaga da poter essere allargata a dismisura) ...

Delle Foglie sa tutto questo ... e si prepara a gridare: "Non è colpa nostra!"


Giacomo Rocchi

martedì 9 novembre 2010

Fecondazione artificiale: la nebbia


Insomma: per i cattolici esiste una fecondazione artificiale buona e una fecondazione artificiale cattiva, oppure le tecniche di fecondazione artificiale devono essere respinte in blocco?

Ci siamo fatti questa domanda in un precedente post di commento alla durissima presa di posizione dei vescovi polacchi, alla vigilia della discussione in Parlamento dei progetti di legge su questo argomento; abbiamo osservato che quella presa di posizione era perfettamente conforme al Magistero della Chiesa Cattolica; abbiamo, infine, mostrato stupore per le modalità con cui il quotidiano dei Vescovi Italiani presentava la notizia ("La Polonia cerca la sua legge 40").

Nel post seguente abbiamo visto come il mondo cattolico italiano esprima delle posizioni molto differenti: sullo stesso quotidiano Avvenire convivono interviste a chi opera nella fecondazione in vitro da molti anni e che può costruire e proporre ai lettori la "sua" morale, articoli in cui si attribuiscono gli effetti nefasti della negazione della dignità dell'uomo solo a determinate pratiche (come il congelamento degli embrioni o la diagnosi preimpianto) e non alle tecniche in sé e scritti di chi, con notevole lucidità, segnala la negatività di tutte le tecniche in sé.

Avevamo preso lo spunto da un articolo di Lorenzo Shoepflin su "E' Vita", selettivo nel riportare il comunicato dei vescovi polacchi; in un breve articolo sul "Fertility Show" di Londra (Avvenire del 4/11/2010), il giornalista, dopo avere espresso "l’impressione è che si sia di fronte a una vero e proprio mercato della fecondazione artificiale" e aver quindi giudicato la fiera "perfettamente in linea col pensiero che riduce la vita umana a un prodotto di laboratorio", stigmatizza le conseguenze: "maternità surrogata, donazione di gameti, figli per coppie omosessuali", facendo poi riferimento al congelamento degli embrioni e alle banche del seme: "Anche la Banca europea del seme sarà presente e probabilmente pubblicizzerà il suo catalogo di donatori classificati in base a razza e colore degli occhi".

Ma davvero è possibile criticare queste pratiche senza rendersi conto - ed affermare pubblicamente - che esse sono conseguenze logiche delle tecniche di fecondazione in vitro?
L'uomo/embrione diventa un prodotto e la sua dignità viene negata proprio perché viene prodotto in quel modo: quindi diventa irrilevante la morte di nove embrioni su dieci, mentre non destano problemi il congelamento degli embrioni o la loro diagnosi con tecniche invasive, la loro selezione; e ancora: le banche del seme o la fecondazione eterologa rientrano nella logica di una produzione più raffinata e che si adatta ad ogni situazione.

Perché il mondo cattolico italiano non è in grado di esprimere un giudizio chiaro e deciso sulla fecondazione in vitro?
Due possibili risposte.

La prima, l'abbiamo già accennata: vi è una evidente spinta da parte di coloro che praticano fecondazione in vitro a legittimare questa pratica: una spinta che è legata al business e alle ambizioni scientifiche.
Abbiamo parlato della d.ssa Eleonora Porcu che, fin dall'epoca del referendum, ha trovato nel mondo cattolico una sponda per pubblicizzare la sua tecnica di congelamento degli ovociti ("meglio congelare gli ovociti che congelare gli embrioni"); ma altri hanno enfatizzato tecniche di diagnosi sugli ovociti femminili ("meglio la diagnosi sui globuli polari degli ovociti femminili piuttosto che la diagnosi sugli embrioni").

Quanto al business, come dimenticare le cliniche di ispirazione cattolica - prima fra tutte: il San Raffaele di Milano - che, autorizzate in forza della legge 40, operano nel settore (FIVET e ICSI) ricevendo milioni di euro di rimborsi dal Servizio sanitario nazionale (fonte: Corriere della Sera)? Cliniche che, dopo la sentenza della Corte Costituzionale, provvedono, se del caso, a congelare gli embrioni soprannumerari?

Una seconda risposta sta proprio nella legge 40 che è divenuta - in parte inconsapevolmente - un filtro per leggere la realtà.
Ecco che, di fronte agli impetuosi vescovi polacchi, la reazione dell'ignoto titolista è quasi automatica: "la situazione della Polonia è identica a quella dell'Italia prima della legge 40 (il "far west della provetta"), noi cattolici abbiamo proposto e difeso la legge 40, quindi la legge 40 è buona, quindi la Polonia ha bisogno di una legge 40".

Ma se la legge 40 è "buona", la morte prevista ed attuata di decine di migliaia di embrioni all'anno diventa ininfluente, su di essa si può sorvolare: i "cattivi" sono altri, quelli che fanno diagnosi genetica preimpianto, le banche del seme, le maternità surrogate. "Cattivi" sono solo quelli che, nel mondo, fanno ciò che in Italia la legge 40 vieta (e infatti è difficile dire che sono davvero "cattivi" quelli che congelano gli embrioni perché, si sa, la legge 40 permette il congelamento - ovviamente in casi eccezionali!).

Siamo alla nebbia; a discorsi cauti per paura di sbagliare ...

La legge 40, come tutte le leggi ingiuste, ha già iniziato ad incidere sulle coscienze.

Giacomo Rocchi


sabato 23 ottobre 2010

Una scomoda verità


Torniamo sul precedente post riguardante la lettera dei vescovi polacchi sulla fecondazione artificiale e sul modo con cui la stessa è stata presentata nell'articolo del 7/10/2010 su "Avvenire".

Due premesse sono doverose: la prima è che il titolo dell'articolo ("La Polonia cerca la 'sua' legge 40") non è automaticamente attribuibile al giornalista (Lorenzo Shoepflin); la seconda è che - salvo che ce ne siano sfuggiti - si tratta dell'unico articolo apparso sul quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana che riguarda la dura presa di posizione di quella polacca.

Cosa dicono di nuovo di vescovi polacchi?
Per chi ha letto la Dignitas Personae sostanzialmente nulla: la critica serrata alle tecniche di fecondazione artificiale in sé e la sottolineatura della loro abortività intrinseca - cioè del fatto che la stragrande maggioranza di embrioni prodotti muoiono inevitabilmente: hanno, quindi, un destino segnato - sono scritte nero su bianco in quel documento così autorevole; come stupirsi, quindi, che i vescovi polacchi lo ripropongano e giungano alle conseguenze inevitabili (la scomunica latae sententiae: peraltro bisogna ricordare che il riferimento ad essa non è contenuta nel documento, ma è stata fatta in un'intervista)?
(Ma in questo blog il 14/12/2008 si segnalava che una sintesi del documento vaticano apparso sul sito del Movimento per la Vita erano scomparsi proprio i riferimenti a questa abortività)

Non possiamo nascondere un dato: all'interno del mondo cattolico - che dovrebbe essere il più favorevole ad una difesa della vita umana intransigente - sulla fecondazione artificiale la frattura è nettissima tra chi è favorevole ed esercita tali tecniche e chi - come i vescovi polacchi - le respinge. Questa frattura è apparsa chiaramente in questo periodo, a seguito dell'assegnazione del premio Nobel a Edwards, il "padre" della provetta.

Leggiamo l'intervista a Eleonora Porcu - presentata come un medico che da 35 anni fa questo lavoro - su Avvenire dello stesso giorno:
"Agli albori di questa tecnica, c’era comunque un percorso quasi
'naturale'
, durante il quale una sola tappa veniva deviata per prendere la
strada del laboratorio. Dalle origini a oggi c’è stata senza dubbio una
filiazione di applicazioni delle tecniche a situazioni ai limiti dell’aspetto
terapeutico, fino a spingersi a ciò che io considero un rischio di
aberrazione e degenerazione, come la clonazione umana, l’utilizzo in modo
indiscriminato di gameti e utero, addirittura con sfruttamento delle persone, in
particolare della donne
. Mi riferisco al business dell’utero in affitto in
Paesi come l’India".
Richiesta di esprimere le valutazioni etiche, la d.ssa Porcu afferma:
"Ecco allora problemi etici enormi, tra cui quello della soppressione degli
embrioni in soprannumero".

Ecco che viene presentata una fecondazione artificiale buona, addirittura naturale (sic!) e una cattiva: e il cattivo è colui che sopprime volontariamente gli embrioni in soprannumero, o addirittura fa clonazione o sfrutta le donne del terzo mondo. Chi, come la d.ssa Porcu, da 35 anni produce migliaia di embrioni destinati a morte certa, ha il diritto di fare la morale ai lettori del quotidiano cattolico (come è noto, la d.ssa Porcu non è l'unica cattolica a operare nella fecondazione in vitro ...).

Ma anche Michele Aramini, in un articolo nello stesso giornale del 7/10/2010, è attento a distinguere:
"C’è un altro lato della medaglia che non si vuole assolutamente guardare:
si sono generati 4 milioni di bambini, pagando il prezzo di molti milioni di
loro fratelli che sono stati sacrificati programmaticamente per arrivare a
questo scopo.
(...) Dobbiamo però interrogarci sulle scelte di medici e
genitori che hanno fatto nascere la vita dalla morte. E si trattava sempre di
loro figli, tra i quali hanno magari fatto una scelta, non si sa con
quale autorità. Che i genitori, con l’aiuto dei medici, decidano quale dei
propri figli debba vivere o morire
è una condizione che dovrebbe ripugnare
alla coscienza di ogni persona"
Ancora una volta il vero problema sembra essere quello della selezione degli embrioni, non dell'abortività intrinseca delle tecniche. E, infatti, in un passaggio successivo Aramini sostiene che
"... dobbiamo segnalare uno svilimento tremendo per il valore della vita umana.
Svilimento che ha preso le mosse dal 1978, quando i congelatori hanno
cominciato a riempirsi di embrioni soprannumerari che non servivano più
. Da
allora la sperimentazione distruttiva sugli embrioni è diventata prassi comune, rendendo sempre più normale l’idea che si tratti di semplice materiale
biologico
".
Vedete? lo "svilimento del valore della vita umana" non deriva dal fatto che gli embrioni vengono prodotti, non è conseguenza delle tecniche di fecondazione artificiale ... deriva dalla sovrapproduzione, dal congelamento, dalla distruzione volontaria degli embrioni.
Ancora una volta ci viene proposta una parte buona della fecondazione artificiale e una parte cattiva.
Del resto: guardate la posizione dell'articolo di Shoepflin nella pagina di E' Vita del 7/10/2010 e vedete come è sovrastato da quello, cui viene data ben maggiore importanza, in cui Angela Merkel afferma: "No alla diagnosi sugli embrioni".

Certo: su Avvenire appaiono anche le posizioni radicali: Giacomo Samek Lodovici scrive, nello stesso numero che
"... ci sono diverse ragioni laiche per biasimare moralmente la Fivet, che
risulta inaccettabile pur producendo alcuni bambini: infatti il fine non
giustifica il mezzo. Il presupposto (...) di buona parte del seguente discorso è
che il concepito è un essere umano a tutti gli effetti, dunque ha una dignità
incomparabile. (...) Ora, per ogni nato la Fivet comporta la morte di un numero
enorme di embrioni, in quanto le sue percentuali di successo sono bassissime: su
100 embrioni prodotti, almeno 80 sono destinati a morire subito a quasi. La
morte degli embrioni dopo i concepimenti naturali è provocata dalla natura, non
da una tecnica dell’uomo, come avviene con la Fivet"
e nella stessa pagina Roberto Colombo menziona il numero degli embrioni morti dopo il trasferimento in utero.

Ci si chiede, però, se sia opportuno tacere su questa frattura. Nel prossimo post rifletteremo sull'influenza che l'esistenza legge 40 in Italia ha su questa situazione.

Giacomo Rocchi

giovedì 21 ottobre 2010

Riflesso condizionato


Cosa sta succedendo in Polonia?

E' in discussione l'approvazione di una legge sulla fecondazione in vitro, attualmente non regolamentata.

I vescovi polacchi, con un intervento molto deciso, "mettono in guardia" contro l'adozione di leggi che la permettono e sottolineano che, dal momento del concepimento, nasce un essere umano; che il costo in termini di vite umane con la fecondazione in vitro è altissima: "Per giungere alla nascita di un bambino in ogni caso arrivano alla morte, nelle diverse fasi della procedura, molte vite"; sottolineano, poi, che molti embrioni vengono congelati; che le ricerche dimostrano che la fecondazione in vitro è un metodo pericoloso per i bambini, poiché alte sono le percentuali di bambini sottopeso, con minore capacità di resistenza, con anomalie genetiche o che affrontano complicazioni varie.

I vescovi polacchi puntano il dito contro l'ideologia che sorregge la fecondazione in vitro: "la fecondazione in vitro è la sorella minore dell'eugenetica" di non lontana memoria (implicito è il riferimento all'eugenetica nazista): essa presuppone la selezione degli embrioni e, quindi l'uccisione degli embrioni più deboli.

I vescovi non si limitano a ciò: prevedono che le conseguenze sociali che la diffusione della fecondazione in vitro può produrre sono "incalcolabili" e aggiungono che: "La separazione della procreazione dal matrimonio porta sempre cattive conseguenze sociali ed è particolarmente dannoso per i bambini venire al mondo come conseguenza di azioni da parte di terzi. Sanzionare legalmente (cioè: autorizzare per legge) la fecondazione in vitro comporta inevitabilmente una ridefinizione della paternità, della maternità, della fedeltà coniugale. Essa introduce inoltre confusione nei rapporti familiari e contribuisce a minare le basi della vita sociale".
I vescovi concludono, quindi che "La necessità urgente la prevenzione della sterilità, le cui cause sono conosciute e dipendono dall'azione cosciente dell'uomo; la fecondazione in vitro non è la cura dell'infertilità".

Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, il responsabile per l'episcopato delle questioni bioetiche e lui stesso medico di formazione, mons. Henryk Hoser in un'intervista, ha affermato che "Chiunque voterà leggi a favore della fecondazione in provetta si metterà automaticamente fuori dalla Comunità della Chiesa. Il concepimento di un bambino dovrebbe avvenire solo in modo naturale".
Non conosciamo il testo completo dell'intervista: non stupisce, comunque, l'avverbio "automaticamente" che è evidentemente frutto dell'equiparazione della fecondazione in vitro all'aborto.

Bene, abbiamo pensato: i Vescovi polacchi hanno detto in modo chiaro e forte che nessuna legge può legittimare la fecondazione artificiale, tecnica cattiva in sé, produttrice di mentalità eugenetica, che mina le basi della convivenza sociale e che lascia dietro di sé milioni di embrioni morti o congelati e molti bambini malati, deboli, senza padre e senza famiglia.

Ci eravamo sbagliati?

Avvenire di oggi riassume che "La Polonia cerca la 'sua' legge 40".

Nel riassumere la posizione della conferenza episcopale il giornale richiama un precedente documento in cui la fecondazione artificiale veniva definita "contraria alla fede cristiana, inaccettabile moralmente e pericolosa sia per il bambino che per la madre"; e aggiunge: "I vescovi hanno ribadito non solo la non conformità della fecondazione assistita alla morale cattolica ma anche i dubbi scientifici che ancora oggi sussistono per una pratica vecchia di oltre trent’anni. In particolare la lettera si sofferma sulle «implicazioni per i bambini concepiti» in laboratorio, che un numero crescente di studi scientifici mostrano essere assai negative per la loro salute. Ampio spazio viene dedicato anche alle ricadute sociali che una legge permissiva potrebbe avere: da pratiche eugenetiche per la selezione degli embrioni, alla fecondazione eterologa, con la conseguente ridefinizione di paternità e maternità".

Certo: il testo dei vescovi era abbastanza lungo: mi chiedo, però, come il bravo Lorenzo Shoepflin non si sia accorto che i vescovi polacchi hanno fatto riferimento agli altissimi costi in termini di vite umane della tecnica in sé e come abbia fatto a tralasciare il giudizio secondo cui la fecondazione in vitro in sé è sorella minore dell'eugenetica; come ha fatto, poi ad attribuire alla sola fecondazione eterologa (e non alla fecondazione in vitro in sé) l'effetto di ridefinire paternità e maternità; e infine come ha fatto a non menzionare l'affermazione forte secondo cui la fecondazione in vitro in sé contribuisce a minare le basi della vita sociale ...

Insomma: Shoepflin, evidentemente, conosce il polacco meglio di noi e ha compreso che, quando mons. Hoser prevedeva la scomunica latae sententiae "per chi voterà leggi a favore della fecondazione in provetta", voleva dire: per i politici cattolici che approveranno una legge diversa dalla legge 40 vigente in Italia.

Misteri della lingua ...

Giacomo Rocchi


giovedì 7 ottobre 2010

I piedi in due staffe (che fatica fare il giornalista cattolico ...)


Che strane sensazioni provoca la lettura dell'articolo di Francesco Ognibene su Avvenire del 6/10/2010!

La fecondazione in vitro? Una tecnica fallimentare:

"Si parla dei 4 milioni di bambini nati grazie alla fecondazione
extracorporea, e si tace sui tentativi falliti (infinitamente di più) per
arrivare a quel risultato? La verità (taciuta) è che 32 anni dopo la nascita
della prima "figlia della provetta" – l’ormai celebre Louise Brown – la tecnica
della procreazione artificiale ha un imbarazzante tasso di fallimenti:
bene che vada, arriva in porto una gravidanza ogni otto embrioni
"prodotti".
I dati dell’ultima relazione ministeriale al Parlamento
sull’applicazione della legge 40 parlano di 10.212 nati nel 2008 contro 84.861 esseri umani creati artificialmente e mai giunti a realizzare il
progetto di vita
dirompente, irriproducibile e misterioso che li
governa sin dal primo istante (e sfidiamo qualunque Nobel a dimostrarci il
contrario). Una sproporzione agghiacciante, specie se si considera che parliamo
di vite umane".

Accipicchia! Stai a vedere che sta per parlar male di quella legge che ha permesso 84.861 morti in un anno (ma Ognibene non parla di "embrioni morti" ...): si è reso conto di quello che sta succedendo e ha tirato le inevitabili conclusioni!

Sbagliato! Sta succedendo altro:

"quello che accade è questo, per chi l’avesse dimenticato: il dilagante business delle cliniche private che pretendono mano
libera per poter prosperare; il mercato degli ovociti e delle maternità
surrogate
, sulla pelle delle donne di Paesi poveri; la spietata
selezione dell’embrione
con le caratteristiche migliori, il sesso
prescelto, la dotazione genetica ineccepibile; il bombardamento ormonale
di ogni ciclo di fecondazione
, che espone le donne a conseguenze
nefaste per la salute; la sterilità (talora motivata da cause psicologiche)
ancora lì, assolutamente irrisolta, con tutto il suo carico di sofferenze; un
numero enorme e crescente di embrioni "sospesi" nei freezer di mezzo
mondo
; l’adozione deprezzata a scelta di scarto"

E gli embrioni morti? Quisquilie ...

In Italia va tutto bene! Le cliniche private non dilagano (349 centri, di cui almeno 250 privati): anzi, non dilagano le cliniche private cattive, perché quelle private (cattoliche?) buone che congelano gli embrioni applicano la buona legge! In Italia non si fa selezione degli embrioni e diagnosi preimpianto (è sicuro Ognibene?); in Italia non vi sono casi di sindrome da ipestimolazione ovarica (329 casi di complicanze nel 2008 di cui 197 casi di sindrome da iperstimolazione); in Italia non si congelano gli embrioni (almeno 3.000 embrioni congelati dal 2004 ad oggi); in Italia si dà preferenza all'adozione (la legge prevede solo che il medico possa far presente alla coppia richiedente della possibilità di adottare e nient'altro).

Ma soprattutto, in Italia quegli 84.861 embrioni morti non si devono conteggiare!

Come è difficile scrivere in un giornale cattolico in Italia ...

Giacomo Rocchi

sabato 25 aprile 2009

La favola del legislatore tradito

Giulia Galeotti, su E' Vita (Avvenire) del 23 scorso commenta la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40 e, in particolare, il riferimento alla "salute della donna"; giustamente la collega alla disciplina dell'aborto, ma non può (o non vuole) evitare di parlare bene della legge 194. Vediamo due passaggi:

"Se la legge 194 è indubbiamente una delle normative meno devastanti oggi in vigore in tema di interruzione volontaria di gravidanza ...": vallo a spiegare ai milioni di bambini uccisi ...
Notate l'avverbio indubbiamente che, in realtà, nasconde la mancanza di argomenti; e infatti la Galeotti ne trova solo uno: "pensiamo alla possibilità di ripensamento: se il medico non riscontra l'urgenza, rilascia alla gestante un documento in cui la invita a soprassedere per sette giorni alla decisione di abortire"; viene da dire: accidenti! questo sì che è un limite efficace alla possibilità di aborto; in altre parole: l'aborto è assolutamente libero, ma per eseguirlo occorre attendere sette giorni; nient'altro.

Poco dopo la Galeotti sostiene che "contrariamente alle intenzioni del legislatore, l'aborto è libero non solo nei primi tre mesi, ma anche dopo ... Attraverso la meccanica routine della certificazione dei motivi di salute della donna, tutto è ormai possibile - e, soprattutto, tutto è ormai è lecito".
Quindi: la Galeotti descrive esattamente che l'aborto è sempre libero, sia nei primi tre mesi di gravidanza che in quelli successivi; sostiene, però, che il legislatore era in buona fede, non voleva giungere a questi risultati, perché (scrive all'inizio del suo articolo) "La legge 194 ... si basa sul delicato bilanciamento tra interesse della donna e interesse del concepito".
Forse l'Autrice non ricorda che la legge suggerisce esplicitamente che le "rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro" possano "determinare un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna"; forse non ricorda che i primi aborti legalizzati (quelli dopo Seveso) lo furono proprio per la paura di un figlio malformato per colpa della diossina ...

La Galeotti non si rende conto che rendere lecita l'uccisione di un bambino nei primi tre mesi di gravidanza rende assurdo e inefficace ogni limite alla volontà di ucciderlo nei mesi successivi: del resto, è una "non persona" ...

Ci siamo stancati del politicamente corretto! Di chi dice a se stesso: "non posso parlare troppo male della legge 194, perché altrimenti la legge 40 ..."

E già: perché se rendi lecita la produzione dell'uomo, la morte programmata di centinaia di migliaia di embrioni, ti stupisci poi se qualcuno (la Corte Costituzionale) trova irragionevole il limite massimo di tre embrioni? Se ne posso far morire 10, perché non 100?

Giacomo Rocchi

mercoledì 25 febbraio 2009

Modus procedendi

Marco Olivetti (Avvenire del 24 febbraio) sostiene che le direttive anticipate di trattamento previste dal disegno di legge Calabrò, sono "una forma razionalizzata di testamento biologico, opportunamente ricondotta nell'ambito dell'alleanza terapeutica medico-paziente e di un duplice chiaro rifiuto sia dell'eutanasia, in ogni sua forma, sia dell'accanimento terapeutico".

Tutto bene, insomma; legge da approvare così come è.
Vedremo nei prossimi giorni che l'interpretazione della proposta è - mettiamola così - fin troppo benevola.
Per il momento ci preoccupa non poco il finale dell'articolo di fondo:

"Del resto, non c'è proprio nulla di nuovo. Tutte le grandi questioni "filosofiche" degli ultimi 40 anni (divorzio, aborto, fecondazione assistita) sono state risolte da leggi approvate da maggioranze e osteggiate da consistenti opposizioni, con un certo grado di trasversalità. E tutte quelle leggi, nei loro testi (anche se non sempre nella prassi: si veda la legge 194) sono state in qualche modo di mediazione, pur se la mediazione non era per tutti soddisfacente. Non pare che oggi esista un'alternativa a questo modus procedendi".


Se il modus procedendi era quello giusto, le leggi approvate sono state giuste o ingiuste?
A Olivetti interessa questa domanda? Pare di sì, perché definisce solo "non soddisfacente" il risultato e addebita solo all'applicazione della legge 194 il risultato dei milioni di aborti eseguiti in questi trent'anni: e qui - diciamolo chiaramente - mente.

Era giusto permettere il divorzio tutte le volte che i coniugi lo volevano, e anche se il coniuge del tutto incolpevole non lo voleva?
Era giusto permettere l'aborto assolutamente libero, a prescindere dai motivi per cui la donna lo richiede e istigare le donne a ricorrere all'aborto eugenetico ricorrendo alle diagnosi prenatali?
Era giusto permettere la creazione di un numero altissimo di embrioni destinati a morte certa?

E soprattutto: Olivetti ha dimenticato la storia del nostro paese?
Era giusto combattere per abolire la legge sul divorzio - il cui padre, non a caso, è stato ricordato come fonte della sua ispirazione politica, da Beppino Englaro - fino a raggiungere il consenso del 40% del popolo italiano?
Era giusto difendere in tutti i modi i bambini destinati ad essere uccisi nel grembo della madre e promuovere un referendum che ebbe il 32% dei consensi?
Era giusto promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare che ebbe più di un milione di firme e che venne subito accantonata dal Parlamento?

Le alternative Olivetti le individua sul modus procedendi (leggi: compromesso e mediazione) oppure sul contenuto dei provvedimenti che vengono adottati?

A Olivetti interessano davvero i malati, gli anziani, i soggetti in stato vegetativo persistente, tutti potenziali candidati alla soppressione?

Giacomo Rocchi

venerdì 19 dicembre 2008

L'eccezionalismo italiano e Avvenire

Su Avvenire del 16 dicembre un editoriale non firmato - e quindi attribuibile al Direttore - risponde a Giuliano Ferrara e contesta la nostalgia che il Direttore de Il Foglio mostra rispetto alla vocazione umanistica dell'Italia e alla sua capacità di resistere all'onda "del secolarismo mortificante la vita umana".
L'editoriale di Avvenire si mostra certo "per la conoscenza che abbiamo del nostro entroterra cattolico, che nulla è cambiato dell'antico intendimento. Ciò che era, è. Ciò che è stato, continua ad essere". L'articolo prosegue ammettendo che "sensibilità diverse si sono sempre registrate, anche in passato, all'interno dell'area cattolica, ma questo non autorizza alcuno a trarre per tutti conclusioni sconfortanti".
Arriviamo al punto, alla dichiarazione programmatica: "In questo tempo, come già nei giorni dell'impegno contro il far west della procreazione artificiale e per la difesa di un'idea naturale e costituzionale della famiglia, la capacità di laici e cattolici di fare squadra sarà ancora cruciale e probabilmente decisiva". E infine:
"Considerare l'opportunità, in materia di fine vita, di costruire un argine legislativo a cattive pratiche e a rischiose derive non significa acconsentire in alcun modo alle une o alle altre. Così come non significa essere poi, esentati da un esigente dovere di testimonianza culturale e di vigilanza umana e politica. E' proprio la vicenda della legge 40 che lo ricorda a tutti noi".

Come vogliamo interpretare le ultime frasi?
Avanti con una legge di compromesso sull'eutanasia (leggi: dichiarazioni anticipate di trattamento); meglio riuscire ad approvare a larga maggioranza una legge imperfetta che però ponga paletti (o argini) che essere sconfitti su una proposta di legge che affermi: "Nessuno può essere ucciso in ragione della sua disabilità o malattia, neppure se lo chiede!". Iniziamo nel frattempo a chiamare cattive pratiche e rischiose derive ciò che dovrebbe essere chiamato uccisione di essere umano ...
Nessun problema di coscienza: Avvenire ci assolve in anticipo; saranno gli altri, i cattivi a prendersi la colpa.

C'è un però: non c'è un dovere di sostenere una legge intransigente sulla vita, ma piuttosto un dovere di testimonianza culturale e di vigilanza umana e politica.
Il luminoso esempio? La legge 40 sulla fecondazione artificiale ...

Mi chiedo se la testimonianza culturale di Avvenire sulla fecondazione artificiale fosse quella di intervistare la d.ssa Eleonora Porcu, esperta nel congelamento di ovociti ("la crioconservazione di ovociti in ordine al processo di procreazione artificiale è da considerare moralmente inaccettabile") o altri illustri sanitari che effettuano fecondazione in vitro come i drr. Claudio Manna e Licinio Contu ("tutte le tecniche di fecondazione in vitro si svolgono di fatto come se l'embrione umano fosse un semplice ammasso di cellule che vengono usate, selezionate e scartate"); o quello di enfatizzare i "successi" della legge 40 sulla base dell'aumento degli interventi ("La legge 40 funziona. Raddoppiati i risultati", Avvenire, 23/9/2006: "considerando il rapporto tra il numero totale di embrioni prodotti e di quelli effettivamente nati, il numero degli embrioni sacrificati è altissimo (al di sopra dell'80% nei maggiori centri di fecondazione artificiale").


O se ancora, all'interno del mondo cattolico, abbiano contribuito alla testimonianza culturale sulle fecondazione artificiale considerazioni come queste: "È ben vero che anche se tutti gli embrioni artificialmente generati sono trasferiti in utero le percentuali di nascite sono così modeste da poter far giudicare le intere tecniche, in quanto tali, poco attente al valore della vita nel momento stesso in cui si autorappresentano come un servizio alla vita. Ma una volta che gli embrioni sono trasferiti in utero essi sono affidati alla natura. Molti muoiono anche nel caso di fecondazione naturale e comunque manca una programmazione diretta e premeditata della distruzione di nuovi esseri umani" (Movimento per la Vita, Primo Rapporto al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 40/04: "Spesso si obietta che tali perdite di embrioni sarebbero il più delle volte preterintenzionali, o avverrebbero addirittura contro la volontà dei genitori e dei medici. Si afferma che si tratterebbe di rischi non molto diversi da quelli connessi al processo naturale della generazione ... E' vero che non tutte le perdite di embrioni nell'ambito della procreazione in vitro hanno lo stesso rapporto con la volontà dei soggetti interessati. Ma è anche vero che in molto casi l'abbandono, la distruzione o le perdite di embrioni sono previsti e voluti").

La vicenda della legge 40 ricorda a tutti noi che, quando si tenta un compromesso su materie non negoziabili, i valori non vengono difesi per nulla e, velocemente, si perde la capacità di riconoscere le azioni che li violano ...

Giacomo Rocchi