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giovedì 7 marzo 2013

Lo scienziato sensibile ... un sogno

Il prof. Umberto Veronesi tiene un blog all'interno del sito web che porta il suo nome (www.fondazioneveronesi.it).

L'ultimo post ha un titolo accattivante: "ASCOLTIAMO I NOSTRI FIGLI, “INESPERTI” MA SAGGI". Vi si legge: 
"Non dobbiamo più liquidare con un sorriso e un’alzata di spalle l’emozione che esplode in rete quando c’è una vera e propria mobilitazione per salvare i bambini nel grembo della madre destinati all'aborto, o quando un’opinione pubblica prevalentemente di giovani commenta con indignazione l'eutanasia di disabili o di anziani malati.
I bambini prima della nascita e i soggetti in stato di incoscienza non hanno l’anima? Riconosciamogli almeno la capacità di esseri «senzienti». Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l’angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle «cose», sottomesse all'inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e torna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza alcun rimorso, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento"

Che bello! Che sensibilità: il grande e anziano scienziato che contribuisce al progresso della nostra società, ad una coscienza collettiva che riconosce che tutti gli uomini, dal concepimento alla morte naturale, sono uguali e hanno diritto a vivere e ad essere amati!

Driiin! Suona la sveglia. Mi sveglio con una sensazione di felicità, quasi leggero. Voglio rileggere quel post, voglio farlo conoscere a più persone possibile. 
E leggo:
"Non dobbiamo più liquidare con un sorriso e un’alzata di spalle l’emozione che esplode in rete quando c’è una vera e propria mobilitazione per salvare gli agnellini pasquali avviati alla macellazione, o quando un’opinione pubblica prevalentemente di giovani commenta con indignazione l’abbattimento di un lupo o di un orso. Gli animali non hanno l’anima? Riconosciamogli almeno la capacità di esseri «senzienti». Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l’angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle «cose», sottomesse all’inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e torna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza alcun rimorso, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento."
Ah, era un sogno ... per fortuna è vero che molti nostri figli sono sì, inesperti, ma assai più saggi di tanti professori ...

Giacomo Rocchi

martedì 29 marzo 2011

Chi decide della vita e della morte?


Da "Il diritto di non soffrire", di Umberto Veronesi

"Ma i cittadini italiani vogliono veramente affidare ai medici la decisione su come desiderano morire? Tramite la Fondazione Veronesi, all’inizio del 2007 volli affidare la risposta a un sondaggio (...) mi sembra fondamentale rispondere alla domanda più importante, che il legislatore non può far finta di ignorare: a chi spetta la decisione? Agli intervistati è stato sottoposto un quesito molto dettagliato: «Se una persona è affetta da una malattia o lesione cerebrale irreversibile che le impedisce di esprimere la sua volontà e la costringe alla dipendenza da macchine, a chi dovrebbe aspettare la decisione di non somministrare o eventualmente sospendere i trattamenti che la tengono artificialmente in vita?». Ecco le risposte: solo il 5% degli intervistati ha detto che la decisione spetta al medico che ha in cura il paziente (in ospedale, in reparto di rianimazione, a casa), mentre il 50% ha risposto che la decisione spetta al paziente che ha espresso la proprio volontà in merito quando ancora era in piena lucidità mentale. Questa risposta è stata data dalla metà di coloro che si erano posti il problema e dal 40% di coloro che non se l’erano mai posto. Questa risposta mi sembra assolutamente illuminante e nettamente prevalente rispetto alle altre, che comunque riporto: il 20% ha risposto che la decisione spetta a un familiare (coniuge/genitore/figli o altri parenti), il 20% che la decisione non spetta a nessuno perché «la vita è un dono e bisogna fare di tutto per tutelarla», un altro 5% affida la decisione «a una commissione etica di esperti», e un residuo 1% «a un giudice/magistrato».


Dalla prolusione del cardinal Bagnasco:

"una legge sulle dichiarazioni anticipate di fine vita è necessaria e urgente. Si tratta infatti di porre limiti e vincoli precisi a quella “giurisprudenza creativa” che sta già introducendo autorizzazioni per comportamenti e scelte che, riguardando la vita e la morte, non possono restare affidate all’arbitrarietà di alcuno. Non si tratta di mettere in campo provvedimenti intrusivi che oggi ancora non ci sono, ma di regolare piuttosto intrusioni già sperimentate, per le quali è stato possibile interrompere il sostegno vitale del cibo e dell’acqua. Chi non comprende che il rischio di avallare anche un solo caso di abuso, poiché la vita è un bene non ripristinabile, non può non indurre tutti a molta, molta cautela? Per rispettare la quale è necessario adottare regole che siano di garanzia per persone fatalmente indifese, e la cui presa in carico potrebbe un domani – nel contesto di una società materialista e individualista - risultare scomoda sotto il profilo delle risorse richieste"


Umberto Veronesi e il card. Bagnasco sembrano concordare sulla domanda di fondo che sta dietro al progetto di legge sulle DAT: chi deve decidere, quando una persona è "indifesa", della sua vita e della sua morte?


Veronesi esprime con la consueta franchezza la sua opinione.

Il Presidente della CEI, da parte sua, mostra di credere che il contenuto del progetto di legge sia limitativo: "regolare intrusioni già sperimentate ... da certa giurisprudenza creativa".

Cosa viene limitato (anzi: "regolato")? "La possibilità di interrompere il sostegno vitale del cibo e dell'acqua".

E le altre decisioni? Sulla possibilità di interrompere la respirazione artificiale (non è un sostegno vitale?), sulla possibilità di non erogare terapie di tutti i tipi ...?


Leggiamo bene cosa dice il card. Bagnasco. Egli non afferma: "le persone devono essere curate sempre, a meno che non si tratti di soggetti morenti per i quali ci si deve astenere dall'accanimento terapeutico". Piuttosto afferma: "le scelte che riguardano la vita e la morte non possono restare affidate all'arbitrarietà di alcuno ... per esse devono essere adottate regole di garanzia".


Quali sono queste regole? Bagnasco non ne fa cenno; e allora leggiamole nel progetto di legge:

- se il paziente è minorenne i genitori possono decidere di non curarlo, fino alla morte

- se il paziente è interdetto il tutore può decidere di non curarlo, fino alla morte

- se un paziente è incapace e in stato di "fine vita" i medici possono decidere di non curarlo ritenendo le terapie "sporporzionate" o "non tecnicamente adeguate", fino alla morte

- se il paziente è incosciente i medici possono decidere di sospendere anche nutrizione e idratazione se le ritengono "non più efficaci";

-le dichiarazioni anticipate possono impedire ai medici terapie salvavita.


Se questa è la garanzia ...


Giacomo Rocchi


mercoledì 24 dicembre 2008

Testamento biologico: la trappola

Capita nella vita di qualcuno l'irrompere di un rovescio di carattere economico: la perdita del lavoro, ingenti spese impreviste; spesso, nell'affannosa ricerca di denaro, si mette in vendita l'immobile di proprietà, acquistato con i risparmi di tutta una vita, soprattutto se non c'è qualche familiare disposto a soccorrere il parente in difficoltà. Quale è il rischio? Che il potenziale acquirente si renda conto delle difficoltà e della fretta di chi pone in vendita l'immobile e ne approfitti per abbassare drasticamente la sua offerta.
Quando il venditore si troverà a sottoscrivere il contratto di compravendita ad un prezzo stracciato, il notaio attesterà la sua piena capacità di intendere e di volere e la sua effettiva volontà di vendere l'immobile a quel prezzo: ma si può dire che, in quell'occasione, il venditore è stato veramente libero, ha esercitato pienamente la sua autodeterminazione?

Coloro che propongono il testamento biologico si disinteressano della questione: non solo - come si è visto in precedenti post - rendono possibili abusi (testamenti fatti sottoscrivere con inganno o con la forza), ma adottano un modello contrattuale - la volontà scritta e firmata è valida, purché chi redige l'atto non sia incapace di intendere e di volere - che la pratica di tutti i giorni dimostra che raramente ha a che fare con l'effettiva libertà della persona.

L'uomo che redige la dichiarazione anticipata di trattamento è solo: isolato rispetto ai suoi familiari, ai suoi amici, ai suoi medici; è sufficiente che firmi l'atto, tutto il resto non conta.

A ben pensarci è la stessa situazione della donna incinta di fronte all'aborto: non a caso anche nel testamento biologico si parla di autodeterminazione; ma la pratica di questi trent'anni di aborto legale dimostra chiaramente che l'attribuire esclusiva rilevanza alla volontà della donna fa sì che ella spesso rimanga davvero sola! E' proprio la legge sull'aborto che permette al padre del bambino di lavarsene le mani - e magari scomparire - dicendo alla madre: "decidi tu, non sei obbligata a proseguire la gravidanza".

Ricordiamo allora le statistiche olandesi sui motivi che inducevano i malati a chiedere il suicidio assistito: le richieste aumentavano enormemente in presenza di una legge che lo consentiva!
In altre parole: la comparsa all'orizzonte di una opzione in ordine al proseguimento delle cure e della vita, opzione che prima non esisteva, si trasforma inevitabilmente in una domanda per ogni soggetto: in che modo devo disporre? Una risposta diventa di fatto inevitabile, anche se il testamento biologico non viene reso obbligatorio.

Quali saranno i motivi della risposta? Dipenderà dalla situazione concreta in cui si trova il soggetto (esattamente come nell'esempio della vendita dell'immobile): se anziano, magari in una casa di cura, abbandonato dai familiari o con la percezione di essere un peso per loro; o se malato e dipendente da altre persone ma non circondato da amore e affetto, il soggetto si sentirà in dovere di scegliere per l'interruzione delle cure, perché percepirà la prosecuzione della sua vita come senza significato, inutile, di peso agli altri: ricordiamo quanto ha affermato a chiare lettere la baronessa Warnock (di cui abbiamo parlato in precedenti post): "se qualcuno vuole assolutamente, disperatamente morire perché è un fardello per la propria famiglia e per lo Stato, penso che anche a lui dovrebbe essere permesso di morire ... non c'è nulla di veramente sbagliato nel sentire il dovere di farlo tanto nell'interesse degli altri quanto nell'interesse proprio".

Ecco che il testamento biologico mostra il suo vero volto: una trappola tesa nei confronti degli anziani soli e poveri o dei malati gravi o inguaribili o dei disabili.

La legge è per loro (per noi se saremo in quelle condizioni): che si sentano liberi di farsi uccidere!

Ma se quelle espressioni anticipate di volontà non saranno in realtà frutto dell'autodeterminazione del soggetto, chi avrà davvero deciso al suo posto?

Giacomo Rocchi

sabato 6 dicembre 2008

Testamento biologico e autodeterminazione/2

La proposta di legge del senatore Umberto Veronesi, recita: "Ogni persona ha il diritto di redigere una dichiarazione, con atto datato e sottoscritto, ovvero con atto ricevuto da notaio o da avvocato, nella quale è espressa la propria volontà di essere o di non essere sottoposto ad alcuna cura, indicando eventualmente quali terapie effettuare e quali non effettuare, incluse l'alimentazione e l'idratazione artificiale, in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile che costringa ad una esistenza vegetativa dipendente da apparecchiature o sistemi che impediscano una vita di relazione ... Medici e operatori sanitari sono tenuti a rispettare le volontà espresse anticipatamente dalla persona. Qualora il medico non condivida il principio del diritto al rifiuto delle cure, si astiene dal curare il malato, lasciando il compito assistenziale ad altri".

Abbiamo detto che una vera autodeterminazione del soggetto che rifiuta le cure può aversi soltanto se l'interessato: a) è pienamente capace di intendere e di volere e non affetto da alcuna forma di malattia mentale, o anche di patologia quale la depressione; b) è pienamente informato dello stato della sua malattia, delle prospettive di evoluzione, degli effetti prevedibili delle cure proposte e di quelli derivanti dalla mancanza delle cure; c) "sente" sul proprio corpo gli effetti della malattia; d) percepisce che la sua decisione di rifiutare le cure lo porterà a morte; e) è pienamente libero da ogni condizionamento esterno della sua volontà.
Circa quest'ultimo punto, si può forse ritenere che la drammaticità della decisione - "se rifiuto le cure morirò entro poco tempo" - in qualche misura (ma non del tutto) possa aiutare una decisione libera: di fronte all'alternativa tra la vita e la morte si dovrebbero mettere da parte i timori relativi ai rapporti con altre persone; ma questa osservazione, ovviamente, vale solo se la persona è matura, consapevole, non depressa, non dipendente da altri.

Il testamento biologico non rispetta nessuno dei requisiti che abbiamo appena detto.
Quanto alla piena capacità di intendere e di volere della persona che lo redige, Veronesi non ne fa alcun cenno: prevede solo che l'atto sia datato e sottoscritto e propone, come alternativa non vincolante, la redazione davanti ad un avvocato o ad un notaio (modalità che, di per sé, non garantisce affatto una piena capacità); ma anche il progetto del senatore Ignazio Marino non si occupa per niente del problema: tralascia il ricorso ad un avvocato o ad un notaio e si limita a richiedere che l'atto sia "scritto per intero, datato e sottoscritto dal soggetto interessato", precisando che "la data deve contenere l'indicazione del giorno, mese ed anno". Che dire, poi, del progetto (di stampo radicale) della senatrice Poretti? Esso prevede che la dichiarazione anticipata di trattamento possa essere redatta da "ogni persona capace e maggiore di 14 anni", quindi anche da ragazzi adolescenti, limitandosi a pretendere la presenza di due testimoni ...

Non solo, quindi, è del tutto tralasciata la tematica di atti redatti da soggetti incapaci (eppure il codice civile, articolo 591, prevede l'impugnazione di testamenti redatti dai soggetti - anche non interdetti - che erano incapaci di intendere e di volere al momento in cui espressero le volontà testamentarie), ma è omessa del tutto la questione delle condizioni psicologiche - ad esempio: depressione - presenti nel momento in cui le dichiarazioni anticipate di trattamento furono stilate.

Quanto alla effettiva informazione in ordine alla malattia, alle sue conseguenze e a quelle del rifiuto della terapia, manca del tutto: non solo dal punto di vista strettamente intellettuale (non è previsto, fra l'altro, alcun colloquio con un medico: ma è la relazione medico-paziente che pone le basi del consenso informato!), ma soprattutto da quello della effettiva percezione del proprio stato. Riguardiamo il modulo preparato da Umberto Veronesi:

e comprenderemo che la comprensione della situazione futura ed eventuale che viene sollecitata nei confronti di chi dovrebbe firmare l'atto è del tutto superficiale: è un'ipotesi vaga, descritta non scientificamente ("malattia che costringe ...", "sistemi artificiali che impediscono una normale vita di relazione") e molto, molto lontana.
Insomma: è facile firmare un atto di questo genere, perché non si sente sulla propria carne la decisione e l'evento è considerato altamente improbabile.
L'ultima questione - che è davvero preoccupante - è quella della effettiva libertà nel redigere il testamento biologico: la affronteremo nel prossimo post.
Giacomo Rocchi

venerdì 28 novembre 2008

Testamento biologico e autodeterminazione


I fautori del testamento biologico - o delle Dichiarazioni anticipate di trattamento - propongono un ragionamento apparentemente lineare: se il malato ha il diritto di rifiutare le cure e anche di rifiutare la nutrizione o idratazione, fino a lasciarsi morire, la volontà della persona espressa in precedenza deve poter valere nel caso in cui il soggetto si trovasse, in futuro, in una condizione di incapacità di esprimere le proprie volontà; il testamento, quindi, sarebbe lo strumento per rendere esercitabile sempre il diritto di ciascuno di rifiutare terapie e cure nel caso in cui ritenga la propria condizione contraria alla dignità personale.
La questione è davvero così semplice?

Il diritto a rifiutare terapie e nutrizione presuppone alcune condizioni. In primo luogo non lo può esercitare chi non è pienamente capace di intendere e di volere: non a caso esiste l'istituto del Trattamento sanitario obbligatorio con il quale determinate terapie vengono irrogate coattivamente a soggetti che le rifiutano.
Il problema della piena capacità di comprendere e di decidere adeguatamente, in realtà, è molto più ampio rispetto alle ipotesi dei malati di mente o con turbe di tipo psichiatrico: nel caso di malati gravi e inguaribili, infatti, ha influenza decisiva per la richiesta di non essere curati la depressione, intesa nel senso di vera e propria patologia: uno studio olandese pubblicato nel 2005 e relativo alle condizioni dei malati che chiedevano l'eutanasia ha dimostrato che, tra i pazienti depressi, il 44% aveva chiesto l'eutanasia, mentre la percentuale dei non depressi che aveva avanzato la richiesta si fermava al 15%; quindi un rischio 4,1 volte maggiore (già uno studio russo aveva riportato analoghi risultati).

Rispetto ad un paziente che chiede di non essere più curato ma che presenta una sindrome di stato depressivo, il medico non potrà evidentemente dare corso alla richiesta, ma dovrà (dovrebbe ...) dapprima tentare di curare la depressione: ma i medici sono adeguatamente preparati ad affrontare questi stati dei loro malati? E le decisioni dei medici dipendono anche dalle convinzioni personali in ordine all'eutanasia? Un altro studio dimostra che le richieste di eutanasia provenivano in maggiore misura dai pazienti di medici che erano favorevoli all'eutanasia ...

Solo un paziente pienamente capace al momento della decisione di rifiutare terapie salvavita può esprimere una volontà pienamente informata: può, infatti, comprendere quale è la condizione attuale in cui si trova - il dolore, le disabilità - e misurare la sua capacità di affrontarla; può ricevere e capire le spiegazioni del medico sulle prospettive future, sia nel caso di erogazione della terapia, sia nel caso opposto; può quindi pienamente comprendere il percorso verso la morte che dovrà affrontare a partire dal momento del rifiuto.
Alla luce di questa piena comprensione - sia intellettiva, sia basata su quanto già il malato sente nel suo corpo - la decisione di rifiutare la cura - quindi la decisione di andare verso la morte - diventerà possibile ma, insieme, verrà vissuta nella sua portata piena: se non mi curo adesso, morirò entro un breve lasso di tempo ... quanti di noi saremmo in grado di prendere una decisione di questo tipo?

Questo non basta ancora per ritenere che una eventuale decisione di rifiutare una terapia salvavita adottata da un malato pienamente capace di intendere, di comprendere e pienamente informato sia in ogni caso libera, sia quindi davvero frutto dell'autodeterminazione del soggetto: il malato, infatti, potrebbe essere costretto a rifiutare le cure o, molto più banalmente, indotto al rifiuto da coloro che lo circondano; non è davvero un caso che, nello stesso studio già ricordato, i due fattori che inducevano i pazienti a chiedere la morte, oltre alla depressione, erano stati individuati nella maggiore percezione di essere divenuto un peso per gli altri e in una minore coesione familiare. Detto in parole brutali: nessun malato grave chiede di morire se ha intorno a sé una famiglia unita che non lo fa sentire un peso e un ostacolo.

La vera autodeterminazione richiede questi presupposti e questa vera libertà. Ma i fautori del testamento biologico o delle dichiarazioni anticipate di trattamento cosa prevedono per garantire la stessa autodeterminazione?

mercoledì 19 novembre 2008

Autodeterminazione?



Il precedente post si concludeva con una domanda: "Siamo proprio sicuri che chi propone il testamento biologico ha davvero l'autodeterminazione come unico punto di riferimento?".


Torniamo agli esempi fatti: Eluana Englaro (quindi persone in condizione di stato vegetativo persistente), aborto procurato ed eutanasia di neonati prematuri; per tutti vengono addotte motivazioni che apparentemente non intaccano il principio del rispetto della dignità del soggetto ucciso e non negano - in linea di principio - il suo diritto alla vita: nel caso Englaro si richiama la volontà del soggetto di cui il tutore si sarebbe fatto voce; nell'aborto volontario ci si appella alla prevalenza del diritto alla salute della madre sul diritto alla vita del figlio (sentenza n. 27/75 della Corte Costituzionale); nel caso dei neonati prematuri si fa riferimento ad una presunta inutilità degli sforzi di rianimazione nel caso di nascita ampiamente pretermine, sforzi che, quindi, rischierebbero di trasformarsi in una pratica crudele sugli stessi bambini.



In realtà, accanto a queste motivazioni "ufficiali" esistono correnti di pensiero - che si fanno sentire sempre più forte - che giustificano gli stessi atti uccisivi negando radicalmente ogni diritto e ogni dignità alle vittime: per tutte - bambini prima della nascita, neonati prematuri, pazienti in SVP - si contesta l'essere gli stessi "persone", introducendo una categoria - quella degli esseri umani viventi non ancora o non più persone - per la quale non sarebbero applicabili le dichiarazioni universali dei diritti dell'uomo, la Costituzione italiana, le norme del codice penale e così via.


Ecco che l'aborto non può che essere consentito, in questa ottica, in qualunque fase della gravidanza e per mera volontà - che non richiede motivazioni - della madre; ecco che, nel caso di neonati prematuri a rischio di disabilità (ma, per qualcuno, coerente fino in fondo: per tutti i neonati fino al trentesimo giorno di vita ...) la decisione di uccidere (mediante omessa rianimazione) può dipendere da una decisione dei genitori (che quindi possono valutare se se la sentono di accudire un figlio disabile per molti anni); ecco che uguale diritto di decidere viene riconosciuta ai parenti nel caso di pazienti in SVP.
Non perderemo certo tempo a confutare queste tesi, di solito basate sul principio di autocoscienza: chi non ce l'ha, non è persona ... sono un semplice paravento per nascondere la legge del più forte, che deve poter decidere sulla sorte del più debole senza essere in alcun modo limitato nei propri desideri e istinti; interessa di più notare che, in realtà, queste tesi "estreme" portano, in sostanza, agli stessi risultati delle motivazioni "ufficiali", nobili.

Grande scandalo ha destato l'intervento a Firenze qualche giorno fa di un "neonatologo" (sic!) che ha detto a chiare lettere che, secondo lui, i neonati non sono persone: ma gli stessi benpensanti da tempo sostengono la necessità di far morire i neonati troppo prematuri nel caso il rischio di disabilità sia troppo alto o le probabilità di successo delle pratiche di rianimazione troppo basse; il tutto semplicemente sulla base della settimana di gestazione in cui è avvenuto il parto e non curando ciascun bambino per come è.
Quanto all'aborto: il richiamo della Corte Costituzionale al bilanciamento degli interessi tra madre e figlio non ha impedito l'approvazione di una legge che rende assolutamente libero l'aborto procurato, disinteressandosi delle motivazioni addotte dalla donna e, anzi, valorizzando quelle eugenetiche: ma il primo passo non l'aveva forse fatto la stessa Corte Costituzionale quando (ingenuamente?) aveva definito l'embrione come colui "che persona deve ancora diventare"?

E quanto ai pazienti in stato vegetativo persistente? Che pensare quando - en passant - il "grande scienziato" Veronesi definisce il loro stato "uno stato intermedio tra la vita e la morte", "una condizione di vita artificiale" o "il limbo della vita artificiale"? Quando cioè - implicitamente - non considera questi pazienti vivi, ma vivi artificialmente, quasi morti? Del resto il senatore Marino, autore della principale proposta di legge in discussione, accenna positivamente al fatto che in altri paesi è "prassi comune nelle strutture sanitarie ... interrompere le terapie quando non esiste una ragionevole speranza di riportare il paziente ad una condizione di vita accettabile": esistono quindi una vita accettabile e una vita non accettabile...

Il sospetto che - in fondo - ai fautori del testamento biologico il rispetto dell'autodeterminazione del paziente non interessi, poi, granché, si rafforza: perché dovrebbe davvero contare la volontà di chi, al momento di decidere sulla sua soppressione, non è in una condizione di pieno possesso dei suoi diritti?

Giacomo Rocchi



domenica 16 novembre 2008

Verso l'eutanasia/L'autodeterminazione

Stiamo andando verso la legalizzazione dell'eutanasia, sembra evidente.

Il coro unanime secondo cui "è necessaria una legge!" che si è alzato ancora più forte dopo la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione è composto in realtà di tante voci che - in prima battuta - è sorprendente siano concordi: ma, come già si intravede, parte di quelle voci - quelle di chi vuole ottenere la legalizzazione dell'eutanasia - hanno ben chiaro quale legge deve essere approvata; mentre altre - quelle che si richiamano alla difesa della vita e della dignità di ogni uomo - sono deboli, timide, con poche idee ma confuse ...

L'esito del lavoro parlamentare che sta avviandosi già si intravede: un compromesso che, in realtà, sarà più che sufficiente ai cultori della morte legalizzata per raggiungere il risultato sperato, mentre farà gridare al successo anche gli altri, sicuri di avere piantato "paletti" insuperabili e soddisfatti di non avere subito una sconfitta sonora.

Perché questo conta, no? Non prenderle e cercare di tirare avanti ...

Che fare? Non si può che riflettere e parlare chiaramente, dire tutta e soltanto la verità.

Partiamo allora dalla parola d'ordine: autodeterminazione; quella che, secondo le sentenze che hanno condannato a morte Eluana Englaro, giustificano la condotta del padre, "voce" della figlia interdetta, quella di cui si riempiono la bocca coloro che propongono il testamento biologico.

Così Veronesi, nella relazione al suo progetto di legge: "Noi pensiamo che nessuno debba decidere per noi. Ognuno ha il diritto di autodeterminazione e di esprimere cosa vuol fare della propria esistenza nel caso si trovasse nelle condizioni che lo privano della capacità di esprimersi. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliere ... il principio dell'autodeterminazione è l'unico che garantisce il rispetto della globalità della persona, del corpo, della mente e della loro armonia, anche quando questa armonia si spezza e ci si trova nella condizione di massima debolezza".

Si fa passare, quindi, l'idea che la morte procurata è legittima - anzi: doverosa! - se ciò corrisponde alla volontà dell'interessato, volontà espressa in piena libertà.

Si vedrà in seguito quanto sia fittizia l'autodeterminazione invocata da Veronesi: ma fin da subito ci chiediamo: Eluana Englaro ha chiesto di essere uccisa? La risposta è indubitabilmente: no, ma molti esultano fingendo che ciò sia avvenuto.
Le altre migliaia di pazienti in stato vegetativo persistente per i quali molti chiedono una "soluzione", hanno forse chiesto di essere uccisi? No, ma la soluzione deve essere trovata lo stesso!
I quasi cinque milioni di bambini abortiti legalmente in questi trent'anni, anche (non solo) per considerazioni strettamente eugenetiche, hanno forse chiesto di essere uccisi? No, ma l'aborto è stato compiuto ugualmente.
E i neonati estremamente prematuri, quelli che possono sopravvivere grazie al progresso delle tecniche di rianimazione, ma che rischiano di riportare disabilità: molti (anche una commissione ministeriale!) suggeriscono di non rianimarli, o di lasciare la decisione ai loro genitori; chiedono forse di non essere aiutati a sopravvivere? No, ma (come già si fa altrove) siamo già pronti a lasciar perdere ...

Siamo circondati da uccisioni che non sono affatto frutto di autodeterminazione, ma che sono decise da altri - spesso medici; e se allarghiamo lo sguardo al mondo intero vediamo che il tutto avanza inesorabilmente, verso l'uccisione non richiesta degli adulti disabili.
Siamo proprio sicuri che chi propone il testamento biologico ha davvero l'autodeterminazione come unico punto di riferimento?

Giacomo Rocchi