martedì 25 febbraio 2014

UN DECENNALE DI VERITA’ E VITA

Alla luce dei dati che ogni anno puntualmente fornisce il Ministro della Sanità, che confermano quanto da noi ripetutamente e con forza sostenuto fin dalle prime volte che si è parlato di fecondazione in vitro all'interno del MpV ITALIANO, e delle promesse fatte durante la campagna referendaria (marzo/aprile) 2005 dai vertici della CEI “Stiamo inquadrando il referendum in un più ampio lavoro formativo che dovrà andare oltre quella scadenza dopo la quale certe semplificazioni oggi “necessarie” per non confondere la nostra gente dovranno lasciare il posto ad una più puntuale presentazione del pensiero della Chiesa non tanto sul referendum ma sulla fecondazione medicalmente assistita”, auspicavamo un decennale totalmente diverso all'insegna della verità e dell’unità nel giudizio negativo sulla legge 40 e nell'impegno di tutti e di tutti i mezzi a disposizione per far conoscere i mortiferi effetti di queste tecniche di riproduzione umana, che le rendono inaccettabili umanamente ed ancor più cristianamente. 

Leggendo, però i comunicati stampa dell’Associazione SCIENZA E VITA e del MOVIMENTO PER LA VITA ITALIANO e l’articolo di Assuntina Morresi su AVVENIRE del 16 febbraio e la sua perentoria e magisteriale reprimenda su LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA del 21 febbraio u.s. dobbiamo, purtroppo, constatare che le centinaia di migliaia di embrioni sacrificati (479.293 negli anni 2006-2011 per far nascere 41.495 bambini) in questi dieci anni non sono bastati a far prendere coscienza a chi ha proposto questa legge e continua a difenderla a spada tratta elencandone le virtù che spendere tante energie e soldi per arrivare all'approvazione di una tale iniqua legge è stato un gravissimo errore in tutti i sensi. 

In questi dieci anni abbiamo dovuto costituire un’altra Associazione il “COMITATO VERITÀ E VITA” per poter continuare a dire tutta la verità sulla fecondazione in vitro e su altri disegni di legge “di compromesso”, che hanno visto ergersi a protagonisti alcuni esponenti provenienti da associazioni cattoliche con l’intento di ridurre i danni, di perseguire il “male minore”. 
Per poter esprimere un giudizio sui fatti bisogna conoscerli ed a noi sembra che nella seconda metà degli anni novanta Assuntina Morresi fosse in tutt'altre faccende affaccendata per poter essere informata su quanto accadeva nel MpV Italiano e nel laicato cattolico vicino ai vertici della CEI. 
Per capire come è nata la proposta di legge del NUOVO MILLENNIO, che i Consiglieri Nazionali del MpV Italiano trovarono nella cartellina del Consiglio Direttivo del 29-30 novembre 1997 e che già era stata pubblicata nel n.12 di SÌ ALLA VITA di dicembre 1997, bisogna leggere il n. 25 di SANARE INFIRMOS del 1996 alle pagg. 37-40, poiché la proposta di legge del Novo Millennio non è altro che la fotocopia di quanto già veniva fatto nell’Ospedale San Raffaele di Milano facendolo passare per conforme “agli insegnamenti complessivi del magistero ecclesiale, interpretati e applicati secondo i criteri generali e comunemente proposti dai  moralisti  cattolici. …” con il silenzio assenso degli Ordinari ambrosiani nonostante i ripetuti richiami della Congregazione della dottrina della Fede a rispettare il magistero della Chiesa cattolica. 
La totale sordità di Carlo Casini all'ANNUNCIO DOVEROSO fatto da 19 Consiglieri Nazionali e la spudorata difesa fatta sul supplemento di Sì alla Vita n.3 di marzo 1998 della fivet omologa facendola addirittura passare per terapia della sterilità ci ha spinti – dopo che uno di noi ha chiesto il parere autorevole di Docenti di Teologia Morale altamente qualificati – di rivolgerci alla Congregazione della Dottrina della Fede ottenendo un’udienza l’8 febbraio 2000 durante la quale abbiamo appurato che l’iter di questa proposta di legge è nato da un’interpretazione errata o compiacente del n. 73 dell'EVANGELIUM VITAE fatta da un porporato specialista in teologia morale, ed è stato ribadito che gli interventi di fecondazione in vitro fatti all'Ospedale San Raffaele di Milano erano contrari al Magistero della Chiesa Cattolica, che 
considera sempre la fecondazione in vitro – omologa ed eterologa – illecita e disumana. 
Nonostante questi pareri sono stati portati a conoscenza del Direttivo e dell’Assemblea del MpV Italiano, dei vertici della CEI e dell’Ordinario Ambrosiano l’iter della proposta di legge di Casini/Ruini è continuato approdando all'approvazione della legge 40 del 19 febbraio 2004. 
In occasione del referendum peggiorativo della legge 40/2004 del 2005 interpretando correttamente il n. 73 di E.V. come legislatori abbiamo cercato d’impedire il peggioramento – non consentendo l’istituto del referendum di poterla migliorare od abolire! - di una legge già esistente invitando ad astenersi ma utilizzando materiale illustrativo da noi prodotto con lo scopo di far conoscere tutta la verità scientifica sulla fecondazione in vitro e mettendo in evidenza la disumanità di una legge che riduce l’uomo ad oggetto nelle mani dei biologi e che permette il sacrificio di 9 embrioni per ottenere un bambino in braccio. 
In estrema sintesi abbiamo riportato solo alcuni passi della via dolorosa che ha portato all'approvazione di questa legge gravemente ingiusta, scandalosa dal punto di vista teologico e pedagogicamente devastante. 
Tutti gli interventi giustificativi di questo assurdo operato, specialmente quelli successivi all'approvazione della legge ed alla sua conferma col referendum sono assurdi ed incomprensibili specialmente se pubblicati sul quotidiano dei Vescovi Italiani, che è letto prevalentemente da praticanti che sono indotti a credere che gli effetti della legge 40 sono positivi visto che aumenta il numero delle coppie che vi fanno ricorso e non viene mai sottolineato abbastanza l’altissimo prezzo in vite umane indifese ed innocenti che si paga per avere un figlio in braccio! Sorprende che né la Morresi né altri abbiano citato l’istruzione della CDF DIGNITAS PERSONAE del dicembre 2008, che più ampiamente della Donum Vitae tratta della fecondazione in vitro a 30 anni dalla nascita della prima bambina in provetta. 
Non è mai troppo tardi per i credenti e siamo certi che questa via crucis dei pro life italiani si concluderà con il trionfo della Verità e della Vita. 


(Articolo non firmato)

sabato 21 dicembre 2013

Lo schiaffo di Costanza Miriano

“La legge che consente l’aborto va eliminata. Adesso ci sono i mezzi per decidere prima e se una donna non vuole più il figlio può abbandonarlo dopo la nascita, ci sono famiglie in fila per l’adozione. E’ possibile abbandonarlo in ospedale senza riconoscerlo”. “Una donna incinta deve essere costretta a partorire” “Dobbiamo essere tutti costretti ad aiutarla ad accogliere il figlio. Va eliminata la possibilità di abortire. Il bambino è un essere umano da subito"
Costanza Miriano,
autrice di due bellissimi libri – "Sposati e sii sottomessa" e "Sposala e muori per lei" - e che gestisce un blog imperdibile, pieno di spunti e riflessioni – ha deciso di affrontare una prova durissima: quella di essere intervistata da Giuseppe Cruciani nel programma La Zanzara su Radio 24. Lo spunto per l'intervista erano le polemiche sorte in Spagna per la pubblicazione del primo dei suoi libri; ma il conduttore – che, come è noto, segue percorsi ed obbiettivi suoi, come è legittimo – ha indotto la giornalista del TG3 a rispondere anche su temi come l'aborto.
Le parole di Costanza Miriano che abbiamo riportato sopra sono uno schiaffo al "politicamente corretto" così diffuso nel mondo cattolico prolife, secondo cui "bisogna applicare interamente la legge 194", soprattutto nelle sue "parti buone", e per il quale non è mai il momento per tentare di abrogarla o di limitare i casi in cui l'aborto – l'uccisione di un essere umano innocente – è autorizzato; sì, perché, secondo la vulgata corrente in quel mondo, la legge 194 "non riconosce l'aborto come diritto" e appresta gli strumenti per evitarlo.

Ci si ritrae, quindi, di fronte alla battaglia contro la legge 194, gettandosi a capofitto sull'aiuto delle donne incinte in difficoltà, che devono essere accolte, comprese, sostenute nella loro "scelta" … non certo obbligate!
Che questo non basti per salvare tutti i bambini che rischiano di essere uccisi (lo sforzo ingente ed ammirevoli dei Centri di Aiuto alla Vita ha permesso, nel 2012, la nascita di circa 10.000 bambini, contro 110.000 uccisi da aborti legali, almeno 40.000 da aborti clandestini, decine di migliaia di embrioni uccisi con le pillole dei giorni dopo e altre decine di migliaia con le tecniche di fecondazione in vitro. I C.A.V., dall'anno della fondazione del primo di essi, quello di Firenze (1975) hanno fatto nascere 150.000 bambini, contro sei milioni di bambini uccisi da aborti legali svolti dal 1978 ad aggi, oltre a quelli clandestini ecc.) evidentemente non induce ad ulteriori riflessioni: no, la legge 194 non si tocca e non si deve toccare!
Lo schiaffo, si diceva: sì, perché affrontando il tema dall'origine, dalla verità dell'aborto ("il bambino è un essere umano da subito"), la Miriano non può che giungere a ritenere necessaria l'eliminazione di una legge che consente l'uccisione di quegli esseri umani ("La legge che consente l'aborto va eliminata"). Non solo: eliminare la legge che consente l'aborto comporta "costringere una donna incinta a partorire"; ma, naturalmente, comporta anche "costringere tutti ad aiutarla ad accogliere il figlio".
"Costringere" significa minacciare sanzioni (non necessariamente il carcere) alla donna che abortisce e gravi sanzioni a coloro che eseguono l'aborto e a coloro che abbandonano la donna incinta in difficoltà, o ancora di più, la spingono a quell'atto.

Impossibile? Assolutamente improponibile? Imbarazzante?
Un fatto è certo: la battaglia per salvare la vita dei bambini si combatte in tutto il mondo (tranne in Italia?) sulle leggi: si cerca di modificarle e cambiarle (Spagna, Texas), si tenta di rafforzare la tutela prenatale con l'inserimento in Costituzione (Ungheria, Irlanda); con gli strumenti giuridici più vari si cerca di far chiudere quante più cliniche che eseguono gli aborti (U.S.A.), anche denunciando i medici, fino a scoprire che alcuni di loro erano dei sadici assassini (Gossnell); si afferma la necessità di tutela dell'embrione anche a livello sopranazionale (Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, 2010); d'altro canto, anche i nemici della vita combattono sulle leggi e nelle Corti: obbligando, per esempio, l'Irlanda a approvare una legge che permetta l'aborto in caso di pericolo di vita. 
Si potrebbe continuare: la battaglia sulla legge 194 – su questa legge ingiusta, che ha permesso l'uccisione cruenta di quasi sei milioni di bambini! – è tutto tranne che secondaria.

Qualche giorno prima dell'intervista della Miriano a La Zanzara avevo letto la bella omelia del Vescovo di Brescia per la festa dell'Immacolata Concezione. 
Mons. Munari osservava: "Mi sembra che tutti – quali che siano le loro preferenze politiche o le loro convinzioni – debbano desiderare sinceramente che i matrimoni durino, che non ci siano aborti, che le persone s'impegnino in una relazione di amore stabile: un matrimonio che dura è un valore maggiore che un legame matrimoniale spezzato; un bambino nato è un valore più grande che un bambino non nato; un impegno di amore per sempre è un valore più grande di un amore incerto, sballottato dagli alti e bassi della vita affettiva. D'altra parte, quando si sono introdotte le leggi sul divorzio e sull'aborto, le si presentavano come scelte necessarie per sanare situazioni di disagio, non come ideali da proporre e da perseguire. È chiaro che un matrimonio stabile immette nella società una preziosa dose di fiducia, di sicurezza, di progettazione e speranza verso il futuro; che garantisce ai figli una crescita più serena, meno tormentata e conflittuale. I figli vedono il mondo attraverso il filtro dei loro genitori: il grande mondo apparirà ai loro occhi amabile e credibile, se il mondo immediato della famiglia apparirà amabile e credibile. È altrettanto chiaro che un aborto è sempre una sconfitta della donna, che pesa inevitabilmente sul suo vissuto e sulla sua gioia di vivere; e che è sempre una sconfitta della società. Dietro a una scelta di aborto c'è un giudizio, almeno implicito, del tipo: non è bene che mio figlio nasca in queste condizioni. Ma questo vuol dire che la società non è ritenuta sufficientemente umana da garantire le condizioni di vita che permetterebbero a una donna di diventare gioiosamente madre."

Il Vescovo si poneva una domanda: "La domanda allora diventa: come è possibile favorire la durata del matrimonio, la nascita dei figli, la progettazione di un futuro familiare, l'offerta ai figli di un ambiente familiare caldo e sicuro, la solidarietà tra le generazioni, la cura personale dei malati e degli anziani e così via? (…) E' possibile favorire l'attenzione al bene di tutti, mettendo anche in conto la possibilità del sacrificio di se stessi? È possibile favorire l'attenzione al bene futuro di altri, anche con la rinuncia a un bene presente nostro?"
La risposta non poteva tralasciare il tema delle leggi ingiuste; ma mons. Munari, in precedenza, aveva già messo le mani avanti: 
"Non m'interessa, in questa sede, la questione delle leggi o di eventuali loro riforme. Desidero, invece, fare un discorso semplicemente umano, riferito al bene delle persone e della società."
La battaglia sulle leggi, quindi, come un aspetto a sé, che viene dopo, che non tocca l'essenza della questione … cosicché la risposta alla domanda che il Vescovo si poneva è debole, balbettante: 
"Ci vorranno anche leggi sagge, ma certo esse non basteranno a garantire i comportamenti virtuosi delle persone; non riusciranno a convincere una persona a rinunciare a una realizzazione personale per il bene della società, forse nemmeno a rinunciare a un bene immediato per la speranza di un bene futuro".
Non voglio certamente contrapporre la Miriano ad un Vescovo: certo è che, con l'agilità del laico slegato dalla correttezza intraecclesiale, la giornalista giunge ad una risposta razionale e convincente. 

Non si tratta solo di approvare "leggi sagge" dal contenuto indefinito; "la legge che consente l'aborto va eliminata".
Grazie, Costanza!

Giacomo Rocchi

domenica 8 dicembre 2013

Democratico?

Davvero interessante ed istruttiva la reazione dell'on. Ivan Scalfarotto – autore della proposta di legge sull'omofobia in discussione al Parlamento italiano – all'esito del referendum costituzionale in Croazia.
Scalfarotto ha presentato un'interrogazione al Ministro degli Affari Esteri: in essa premette che "domenica 1° dicembre si è tenuto in Croazia un referendum sull’emendamento costituzionale che intende limitare l’istituto giuridico del matrimonio alle coppie eterosessuali; (…) alle urne si è recato solo il 37,86% degli elettori. La maggioranza dei votanti, il 65,77%, si è espressa a favore del “sì “al quesito in cui si chiedeva: ”Vuoi definire il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna?”. Contro questa modifica costituzionale si è schierato invece il 33,62% dei votanti".
Come è possibile, si chiede Scalfarotto? Eppure "il 24 giugno 2013 il Consiglio dell’Unione europea ha adottato il documento n. 11492/13 recante “Gli orientamenti per la promozione e la tutela dell’esercizio di tutti i diritti umani da parte di lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI)”; sia l’Italia sia la Croazia sono membri del Consiglio d’Europa e sottoscrittori della Convenzione europea dei diritti umani. Da ultimo con la raccomandazione CM/Rec(2010)5 del Consiglio dei Ministri agli stati membri è stata avanzata la richiesta di adottare misure per combattere la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere"!
L'indignazione, evidentemente non basta: l'on. Scalfarotto "chiede al Ministro quali azioni intenda intraprendere per conto dell’Italia o di quali iniziative intenda farsi promotore presso altri Paesi al fine di verificare e garantire che i diritti umani in Croazia siano pienamente tutelati e che il referendum in questione, per quanto formalmente insindacabile da parte dell’Unione Europea, non risulti essere un espediente che nella sostanza mira ad aggirare gli standard democratici, di rispetto e di inclusione di tutti i cittadini – indipendentemente dal loro orientamento sessuale – che devono inderogabilmente caratterizzare tutti gli Stati membri".

Evidentemente, secondo l'on. Scalfarotto, definire il matrimonio come "unione tra un uomo e una donna" significa effettuare "una discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere": altrimenti perché richiamerebbe la Raccomandazione del Consiglio dei Ministri del Consiglio d'Europa? Chissà cosa avrà pensato dei Giudici della Corte Costituzionale italiana (Sentenza n. 138 del 2010) quando affermarono che "con riferimento all’art. 3 Cost., la normativa del codice civile che contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nell'art. 29 Cost., sia perché la normativa non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio" …

L'on. Scalfarotto, poi, bleffa: la raccomandazione del Comitato dei Ministri della CEDU adottata il 31/3/2010 affrontava il tema "matrimonio" solo per un aspetto: "Gli Stati membri dovrebbero adottare tutte le misure appropriate per accertarsi che, una volta avvenuto e accertato il cambiamento di genere e riconosciuto conformemente ai precedenti paragrafi 20 e 21, sia effettivamente garantito il diritto di una persona transgender di sposare una persona di sesso opposto al suo nuovo sesso". Vedete? Anche quei Ministri consideravano il matrimonio come riferito a persone di sesso diverso, tanto da enucleare il diritto del transessuale a sposare una persona di sesso diverso!
Quei Ministri, che pure raccomandavano agli Stati membri "di vigilare affinché siano adottate e applicate in modo efficace misure legislative e di altro tipo miranti a combattere ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere" si guardavano bene dall'indicare il matrimonio tra persone dello stesso sesso come una delle misure da adottare, menzionando, fra l'altro, la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo secondo cui "qualsiasi differenza di trattamento è ritenuta discriminatoria se non poggia su una giustificazione obiettiva e ragionevole, cioè se non persegue uno scopo legittimo e se non sussiste un ragionevole rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo che si vuole raggiungere".
Anche il Consiglio dell'Unione Europea, nel documento citato da Scalfarotto, parla di tutto, ma non di matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ma sono interessanti altri due aspetti.
Scalfarotto contrappone la volontà del popolo della Croazia espressa nel referendum costituzionale a due documenti approvati da Ministri senza nome e che in nessun modo possono ritenersi legittimati dalla volontà degli elettori, e nemmeno di quella degli eletti delle Assemblee Parlamentari dei due organismi europei. Senza parere, sottolinea che i votanti sono stati pochi, ma si dimentica di ricordare che, anche in Italia, il referendum costituzionale non richiede un quorum di votanti e la modifica costituzionale è approvata se è approvata dalla maggioranza dei voti validi … (art. 138 comma 2 Costituzione).
L'Europa che ha in mente Scalfarotto è questa: non l'Europa dei popoli, ma quella dei corridoi, dei funzionari zelanti che preparano per i loro amici i documenti ridondanti da sottoporre ai Ministri (avete notato il numero della Raccomandazione del Consiglio dell'Unione Europea? 11492! Chiedete ai Ministri se si ricordano di tutti i documenti approvati …)

L'altro aspetto è la curiosa reazione meccanica che è scattata nella mente dell'on. Scalfarotto: "qualcuno pensa che il matrimonio è solo tra uomo e donna? Bisogna punirlo!"
E siccome questo "qualcuno" è, in questo caso, un popolo intero, le sanzioni devono essere quelle internazionali! Quindi il Ministro degli Affari Esteri deve prendere iniziative e intraprendere azioni! E quali, di grazia, on. Scalfarotto? Dichiarerà guerra alla Croazia? Promuoverà un boicottaggio dei prodotti croati? Esprimerà con una nota all'ambasciatore croato il proprio sdegno perché il popolo croato pensa che solo un uomo o una donna possono realizzare un matrimonio?

Si può sorridere … ma il problema è che l'on. Scalfarotto questa punizione di chi la pensa diversamente da lui la vuole realizzare davvero in Italia e le sanzioni che ha in mente sono sanzioni penali …

Un'ultima riflessione: l'on. Scalfarotto è davvero democratico?
Un'ultima domanda ai dirigenti del Partito Democratico: la presenza dell'on. Scalfarotto non inizia a diventare imbarazzante?


Giacomo Rocchi  

mercoledì 20 novembre 2013

DEMOCRAZIA E OBIEZIONE DI COSCIENZA

Il 70% dei sanitari italiani è obiettore di coscienza in materia di aborto. In altre parole il 70% di chi è chiamato ogni giorno a lavorare nei nostri ospedali giudica la soppressione del bimbo che si sviluppa nel ventre materno un atto che contrastata con i principi morali ed etici della professione sanitaria. Obiettivamente l'atto chirurgico con il quale si lacera il corpicino inerme del nascituro è tutto meno che curativo, così come la somministrazione di pillole idonee a provocare l'avvelentameto di quel figlio rifiutato nulla ha di amorevole e salvifico. È, quindi, di tutta evidenza come, nei fatti, alla coscienza dei più ripugni piegare la professione sanitaria ad una pratica che procura la morte di una persona innocente, in barba all'ideologia di morte che ha avvelenato la cultura moderna degli ultimi sessanta anni. Questo stato di cose, però, sta stretto all'ideologismo abortista di una élite intellettuale tardo femminista che vorrebbe proibire l'obiezione di coscienza. Del resto proprio la possibilità di sollevare obiezione di coscienza nei confronti di un atto che non ha contenuto curativo è la prova provata che l'aborto ha in sé una valenza malvagia che contrasta con la funzione stessa del sanitario. È la prova provata inscritta nella legge 194/78 che l'aborto non è un diritto della donna, ma un delitto depenalizzato, ovvero un crimine che lo Stato permette e finanzia in ossequio ad una cultura di morte. Se fosse vero il contrario, se cioè ci trovassimo davanti ad un diritto pieno non sarebbe legittima alcuna obiezione di coscienza. Si è visto mai un medico sollevere obiezione di coscienza per sottrarsi dal praticare un'appendicectomia o una operazione a cuore aperto ? No, mai è capitato e mai capiterà perché quelli sono atti medici a tutela del diritto alla vita del paziente, l'omissione di uno di quegli atti porta alla galera. L'attacco all'obiezione di coscienza è, quindi, l'ultimo atto necessario per negare ciò che è palese a tutti, ovvero che l'aborto è un atto omicida. Diceva Pier Paolo Pasolini: " Che la Vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora di ogni principio di democrazia." Purtroppo la democrazia ha dissacrato la Vita e di questo siamo tutti responsabili. Pietro Brovarone per il Movimento per la Vita Biella

sabato 16 novembre 2013

Prove tecniche di Stato totalitario


Perché l'aggressione nei confronti dell'obiezione di coscienza e degli obiettori è così virulento?
I medici che - applicando una norma contenuta in quella stessa legge 194 del 1978 che tanti vogliono difendere ad ogni costo - si rifiutano di essere coinvolti nelle pratiche abortive dimostrano silenziosamente la natura di quell'atto: un bambino, che cresce felice nel grembo di sua madre, viene ingiustamente e brutalmente ucciso, avvelenato o fatto a pezzi.
La realtà è quella ... ed è una realtà che, spessissimo quell'atto cui la donna si è sottoposta per i più diversi motivi lascia nella stessa donna sofferenze e postumi, fisici e psicologici.
Ma, evidentemente, la realtà non deve apparire: le donne devono essere tenute all'oscuro di quanto avverrà; la popolazione intera non deve sapere, non deve riflettere, non deve usare il proprio cervello e la propria coscienza. Ecco: i medici obiettori non sono disposti a smettere di agire e pensare in "scienza e coscienza".
Per questo bisogna combatterli, intimidirli, licenziarli, esporli al pubblico ludibrio.
Ma in questo slancio è evidente la volontà di andare oltre: dell'aborto non si deve parlare oppure si deve dire solo le cose che lo Stato abortista vuole che si dica ... altrimenti minacce, provvedimenti repressivi, denunce.

Due episodi mostrano quanto abbiamo appena scritto.
A Bergamo, il Corriere della Sera si scomoda perché un medico obiettrice - di cui ovviamente si fornisce il nome e il cognome, e anche l'indirizzo dello studio, così da permettere a qualche femminista nostalgica o a qualche esagitato di fare il suo lavoro ... - nel proprio studio privato ha cancellato un passo del manifesto dello "Spazio Giovani" della ASL di Bergamo in cui si riporta che in quello "Spazio" si forniscono anche informazioni relative all'interruzione della gravidanza. Fra l'altro quel medico, oltre a rivendicare il diritto di appendere quello che vuole nel suo studio privato, dice esattamente che "se qualcuno vuole sapere qualcosa su questo argomento ne parla con il medico, non leggendone sui manifesti".
Ma, evidentemente, questo non è possibile, tanto che la Direttrice dell'ASL ipotizza che la condotta del medico avrebbe leso "il diritto dei pazienti a essere informati sui propri diritti e sui servizi messi a disposizione dall’Asl" e preannuncia provvedimenti, sostenendo che "la spiegazione che l’ambulatorio è suo non regge". 
E perché non "regge"? Perché la verità di Stato sull'aborto deve poter entrare anche nei luoghi privati, così da prevalere sul contenuto dei colloqui che la dottoressa, se richiesta, farebbe con le sue pazienti?

Per un fatto avvenuto a Jesi si è, invece, mosso l'Espresso, che, come sappiamo, ha in atto una campagna con cui vuole dimostrare che, per colpa degli obiettori di coscienza, gli aborti sono impossibili in Italia. 
Jesi era salita all'onore della cronaca qualche tempo fa perché, per un certo periodo, nel locale ospedale gli interventi abortivi non erano stati eseguiti per essere tutti i medici obiettori di coscienza. Si tratta di episodio che fa onore alla classe medica di Jesi ma che - ovviamente - non ha in alcun modo leso il diritto ad abortire delle donne in base alla legge 194, "costringendole" solo a spostarsi di qualche decina di chilometri. Fra l'altro - come si ricava dallo stesso articolo - il problema è stato "risolto" esattamente come la legge 194 aveva previsto: con la mobilità del personale non obiettore.
Ma torniamo al punto. Qui "una lettrice dell'Espresso, Rita", ha da dire sui manifesti presenti nel Consultorio Pubblico: in particolare una bacheca del Centro di aiuto alla Vita in cui si propongono le immagini di feti ai vari stati di sviluppo e si riportava una drammatica testimonianza di una donna che aveva abortito con gravi conseguenze fisiche e psicologiche.
Vedete: negli studi privati è obbligatorio mettere i manifesti dei Consultori pubblici che parlano di aborto alle ragazze a partire dai 14 anni (!); nei Consultori pubblici è vietato parlare di aborto come è nella realtà ...
Vediamo cosa dice "Rita": 
"Trovo questo volantino raccapricciante nel suo fanatismo, oltre che scientificamente inaccettabile nel suo contenuto: il suo unico scopo evidente è di colpevolizzare e, peggio, criminalizzare, le donne che hanno fatto la sempre difficile e drammatica scelta di abortire e che, a termini di legge, rivolgendosi alla sanità pubblica, hanno il diritto di essere aiutate e accompagnate nella loro comunque dolorosa scelta".
Le parole sono ben conosciute: "fanatismo"; sì, perché avvisare le donne che pensano all'aborto che: a) con quell'atto uccideranno un bambino; b) con quell'atto rischieranno gravi danni fisici e psichici, è fanatismo, non è rispetto del "diritto del paziente ad essere informato", per usare le parole della Direttrice della ASL di Bergamo ...
"Colpevolizzare" e "criminalizzare": "Rita" vuole le donne inconsapevoli e felici, eterne minorenni?
"Scientificamente inaccettabile": dove, signora Rita?
"Le donne devono essere aiutate e accompagnate nella loro dolorosa scelta": e non vengono aiutate se, con tutto l'aiuto che un Centro di Aiuto alla Vita fornisce, riescono a portare avanti la gravidanza e a far nascere un bambino?
Ma l'Espresso non si accontenta: si lamenta che 
"la bacheca del “Centro di aiuto alla vita” domina lo spazio centrale del corridoio e non essendo bilanciata da nessun altro tipo di comunicazione attigua ed ufficiale dell'Asl diventa di fatto il primo riferimento che una donna si trova di fronte una volta arrivata al consultorio".
In altre parole: i manifesti che dimostrano che quello che rischia di essere abortito è un bambino devono essere "bilanciati": ci si chiede da cosa, da un manifesto che sostiene che, invece, quello è un semplice "grumo di materia" (per usare le parole di un noto assessore)?

Naturalmente "Rita" e con lei l'Espresso, dimentica che la legge 194 impone ai consultori di informare la donna sui servizi sociali, sanitari ed assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti sul territorio" e che lo scopo è quello di "contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione volontaria della gravidanza", che può essere raggiunto anche con la collaborazione di "idonee formazioni sociali di base e associazioni di volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita" (art. 2). 

Ma quello che colpisce è, anche in questo caso, la decisa spinta verso una "verità ufficiale", che deve dire determinate cose (ad esempio, alle ragazzine di 14 anni che possono avere una bella vita sessuale, usare contraccettivi e non preoccuparsi delle gravidanze, tanto c'è la possibilità di interromperla ...) e deve cancellarne altre, proprio quelle vere!
E allora: andate a guardare la "bacheca degli orrori" di Jesi! Guardate in faccia il volto di quel bambino che sorride, e ringraziate l'Espresso per questo splendido autogol!
Giacomo Rocchi

sabato 9 novembre 2013

L'obiezione di coscienza serve a fare carriera?


Una delle affermazioni più ricorrenti nella quotidiana battaglia contro l'esercizio dell'obiezione di coscienza dei medici, che si rifiutano di uccidere bambini applicando la previsione della legge 194 del 1978, è che esiste una discriminazione nei confronti dei medici non obiettori: se il medico vuole fare carriera, è meglio che faccia obiezione di coscienza.
La LAIGA, l'associazione che raduna i medici non obiettori, tra i suoi compiti statutari ha quello della "sorveglianza sulle pari opportunità in ambito lavorativo tra personale non obiettore e obiettore con denuncia lì ove vi sia discriminazione"; anche il reclamo della CGIL al Consiglio d'Europa lamentava una discriminazione operata nei confronti dei medici non obiettori.
Poco più di un anno fa, un articolo su Repubblica esprimeva al meglio questa posizione: si affermava, infatti, che "I medici obiettori in Italia vedono favoriti carriera e guadagni. E infatti la loro percentuale dilaga: sono obiettori il 71 per cento dei ginecologi italiani": quell'infatti dimostrava chiaramente come l'Autore dell'articolo non credesse affatto che l'obiezione dei medici sia fondata su effettivi motivi di coscienza: Adriano Sofri scriveva, poco dopo, che "una dose modica di ipocrisia è essenziale alla convivenza civile. L'eccesso di ipocrisia la degrada". 
Si intervistava la dottoressa Giovanna Scassellati, direttrice del Day Hospital-Day Surgery della legge 194 al San Camillo di Roma.
La d.ssa Scassellati affermava, tra l'altro: 
"Con l'aborto non ti fai clienti: succede che non abbiano più voglia di vederti, dopo. E la gente per lo più sceglie questo mestiere per fare i soldi". 
Di fronte alla domanda sul perché non fosse diventata primario, rispondeva: 
"Non ci sono primari non obiettori. Poi sono donna".
Quindi, doppia discriminazione: i non obiettori non diventeranno mai primari; se sono donne, poi ... sì perché, evidentemente, il rifiuto di eseguire aborti è un atto tipico del maschio - che ha fatto il medico per fare i soldi e che non accetta che la donna eserciti in pieno la sua autodeterminazione.

La d.ssa Scassellati si sarà (suppongo) stupita a leggere l'intervista della d.ssa Alessandra Kustertmann all'Huffington Post, presentata ai lettori come "primario alla clinica Mangiagalli di Milano, donna di sinistra, laica, da sempre impegnata nella difesa della 194, ha aiutato migliaia di donne a interrompere una gravidanza".
La d.ssa Kustermann risponde sulla polemica relativa al cimitero dei bambini non nati deliberata dal Consiglio Comunale di Firenze. L'intervistatrice cerca, però, di trascinarla sul solito argomento: l'alto numero degli obiettori di coscienza impedirebbe l'attuazione della legge 194. Questa la risposta: 
"L'obiezione è ineliminabile. È duro lavorare come ginecologo non obiettore, ma non possiamo fare altro. Penso che in Lombardia, dove ha governato Comunione e liberazione per molti anni, alla fine sia rimasto intatto il diritto a interrompere una gravidanza. Soltanto a Milano siamo tre primarie non obiettrici: abbiamo comunque fatto carriera nonostante facessimo aborti. Forse siamo nate in un luogo più fortunato di altri."
Tre donne medico, tre non obiettrici, tre primarie - solo a Milano! In una Regione in cui - per la vulgata corrente - la giunta Formigoni (che la d.ssa Kustermann etichetta come "di Comunione e Liberazione") avrebbe fatto il bello e cattivo tempo, piazzando i propri uomini in tutti i posti chiave ...
La d.ssa Kustermann, alla fine "tira il freno": "Forse siamo nate in un luogo più fortunati di altri" ... o forse non è affatto vero che facendo aborti non si fa carriera ...

Giacomo Rocchi