sabato 12 luglio 2014

Colpa degli obiettori di coscienza?


"Io faccio 500 interruzioni all'anno, da 25 anni. 500 all'anno, hai capito?" 
Questa frase, secondo le notizie provenienti dai quotidiani, è stata pronunciata da un medico dell'ospedale di Cerignola parlando al telefono, senza sapere di essere intercettato dagli inquirenti, che l'hanno arrestato perché, per ogni aborto eseguito, pretendeva la somma di 100 euro con la minaccia di lasciare superare il termine di 90 giorni dall'inizio della gravidanza.
Secondo Repubblica (la notizia è ripresa da molti altri organi di informazione), "le indagini hanno accertato che sussisteva un vero e proprio sistema che subordinava la celere interruzione di gravidanza al pagamento di somme di denaro". Il medico dava ai colleghi la disponibilità ad intervenire celermente, anche il giorno successivo alla telefonata, sempre che pagassero la somma richiesta: "se tu vuoi io la posso fare pure domani mattina".

Il dato numerico spinge inevitabilmente ad un calcolo, una banale moltiplicazione. Il fatto è che la parola "interruzione" impedisce di identificare l'oggetto di questa operazione.
Dobbiamo chiederci: è più importante calcolare quanto denaro il medico ha guadagnato illecitamente (sempre che le indagini dimostrino ciò che i giornali danno per provato, questo è ovvio), oppure quanti aborti ha fatto, cioè quanti bambini ha ucciso

500 x 25 ...

Una domanda a me pare inevitabile: come stupirsi che un medico - dimentico del giuramento di Ippocrate e sordo alla propria coscienza - che da 25 anni uccide (eh, sì: l'aborto uccide) due bambini (eh, sì, l'aborto uccide bambini ...) che stanno crescendo felici (qualcuno può negare che il bambino che cresce nel corpo di sua madre sia felice?) ogni giorno lavorativo faccia la "cresta" su questo "servizio" fornito alla collettività?

Sì, perché i commenti sbigottiti dei dirigenti della ASL e dei politici locali parlano di "questione etica". 
Il parlamentare del PD Colomba Mongiello ha commentato pubblicamente: "Mi sento offesa e oltraggiata dal cinismo di due medici che hanno lucrato ignobilmente sulla sofferenza psicologica e fisica di così tante donne, alle quali va tutta la mia solidarietà personale ed istituzionale", aggiungendo: "Mi aspetto che l’ASL e la Regione attivino un’indagine interna per far emergere eventuali collusioni morali e responsabilità deontologiche".

Vi sono, poi, riflessi politici locali davvero significativi. Vi ricordate di Elena Gentile, che minacciava di stanare i falsi obiettori e di scatenare contro di loro la Guardia di Finanza? L'Assessore alla Sanità della Regione Puglia è ora parlamentare europeo, ma, come osserva un assai informato giornale locale, lo scandalo riguarda proprio quello che "è stato per lungo tempo il centro di una fetta importante del potere nella sanità pugliese, fino a qualche settimana fa rappresentato da Elena Gentile, una che si è fatta le ossa proprio nella Pediatria del “Tatarella”".
Insomma: quell'Assessore alla Sanità minacciava i medici obiettori, senza avvedersi che certi traffici avvenivano proprio nell'ospedale in cui lavorava...

Torniamo alle cose importanti. 
Quanto è successo è colpa degli obiettori di coscienza? 
La già menzionata on. Mongiello lo fa intendere: "mi auguro che, anche a partire da questa scandalosa vicenda, si apra una discussione politica e istituzionale seria sull’obiezione di coscienza all’aborto che in alcuni ospedali pugliesi ha perfino messo in discussione l’applicazione di una legge dello Stato".

Ecco: apriamo questa discussione! 
A mettere in discussione una legge dello Stato" sono stati forse i medici obiettori che l'hanno applicata, oppure medici non obiettori che, caduta ogni remora morale, hanno approfittato per guadagnare un po' di denaro in più?

Quali sono le responsabilità morali?
E quali le responsabilità deontologiche?

Giacomo Rocchi

martedì 17 giugno 2014

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa: che fare? 3. Una strategia di attacco contro la fecondazione artificiale.

Nei due precedenti post abbiamo visto che non è lecito dare il proprio appoggio ad una legge intrinsecamente malvagia che legittimasse la pratica della fecondazione artificiale seppur animati dalla buona intenzione di limitare i danni provocati dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha aperto all’eterologa sempre e comunque. 
Neppure in stato di necessità, cioè neppure se non ci fossero altre soluzioni percorribili.

Ora facciamoci questa domanda: di fronte a tale situazione creatasi dalla sentenza della Consulta, quali sono le strade lecite sotto il profilo morale per opporsi alla pratica ormai legale della eterologa? 
Appuntiamo che, per espressa decisione dei giudici, il Parlamento non deve intervenire sulla materia essendo già sufficienti le norme vigenti (semmai occorrerà aggiustare qualcosa nelle linee guida). Per quello che qui a noi interessa ciò significa che l’eterologa è già sin d’ora pratica legittima in ogni sua forma.

Dunque abbiamo escluso che il male si possa combattere legalizzandolo (v. anche legge 194). Non vale il brocardo: se il male è inevitabile almeno che lo si faccia bene. Il male mai si può compiere anche se minore.

Le soluzioni per arginare il male, tra le molte, potrebbero essere le seguenti. 
La prima: per gli operatori sanitari ricorrere all’obiezione di coscienza prevista dalla legge 40 (per gli interessati: non serve alcuna pratica aggiuntiva dato che l’obiezione di coscienza è valida per qualsiasi tecnica di fecondazione artificiale compresa quella eterologa).
In secondo luogo, sul piano giurisprudenziale, prendere esempio dai Radicali. All’indomani dalla batosta referendaria sulla legge 40 nel 2005 iniziarono ad intasare i tribunali di ricorsi per cambiare la legge e ci sono riusciti. Non si sono pianti addosso dicendo: “Con questa disfatta referendaria ormai tutto è perso e la partita sulla Fivet è chiusa”.
In terzo luogo occorre combattere la sentenza dei giudici sotto il profilo culturale – anche le azioni di carattere politico e giurisprudenziale possono assumere una veste culturale - ponendo la scure alla radice del problema, non cercando solo di sfrondare i rami più alti. Ciò significa che è doveroso ripetere in tutti i modi e in tutte le sale che è la stessa fecondazione artificiale ad essere una pratica iniqua.

Se la Corte costituzionale avesse aperto la porta alla sperimentazione sull’uomo, quale strategia sarebbe stata lecita sotto il profilo morale? Quella che contestava in radice tale provvedimento e si adoperava perché nella prassi non fosse applicata o quella che invocava una legge che confermasse il pronunciamento dei giudici? 
E a parte invertite: cosa avrebbero fatto i Radicali se la Consulta avesse ad esempio soppresso il divieto di imporre le cure, anche quelle salvavita? Avrebbero chiesto una legge per porre dei limiti oppure avrebbero criticato la decisione in radice?

Infine sul piano legislativo è necessario proporre disegni di leggi che mirino (solo) a limitare la portata lesiva della legge 40, attaccandola articolo per articolo. 
Si obietterà: “Proprio ora dopo la sentenza della Consulta? E’ da folli, da gente che non vive nella realtà! E’ fatica sprecata, non servirà a nulla e il disegno di legge finirà nel cestino della prima commissione che lo esaminerà!”. 
Tutto vero, ma per intanto si cambia la direzione dello scontro (e si fa opinione): non più stretti a catenaccio nella difesa della legge 40 per paura che cambi in peggio, ma tesi ad attaccare il nemico. In tal modo saranno i pro-choice ad essere costretti a difendere questa legge e non i cattolici.
Infatti tali derive della Consulta sono anche l’esito della posizione rinunciataria di ampi settori della cultura cattolica volti sempre, come accennato prima, alla difesa del male esistente – pensato ormai come realtà inestirpabile e irreversibile – e mai protesi all’attacco. 
Se chiedi cento magari dieci ottieni, ma se difendi il tuo dieci che ti tieni gelosamente stretto al petto vedrai che anche quel dieci ti verrà tolto. 
La storia sui principi non negoziabili ce lo insegna.


Tommaso Scandroglio

lunedì 16 giugno 2014

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa: che fare? 2. L'obbligo morale di astenersi dal compiere il male.

Nel precedente post abbiamo visto che non è lecito battersi per avere una legge sull’eterologa al fine di limitare i danni della sentenza della Consulta che ha spalancato le porte a questa pratica. Anche per un fine buono mai si può fare il male.

In merito a tale argomentazione c’è però chi obietta: rimanendo con le mani in mano e non adoperandosi per promulgare una legge più restrittiva si fa il gioco del nemico. Sarebbe una collaborazione al male tramite omissione. 
Nessuno vorrebbe varare una legge sull’eterologa, ma stretti da necessità meglio una legge che provoca pochi danni rispetto alla sentenza della Consulta che provocherà molti più danni. 

Risposta che parte da un esempio: se non uccido Tizio, un pazzo ha deciso che ucciderà altre tre persone. Sono dunque in un vicolo cieco: o la morte di mia mano di una persona (eterologa per legge in alcuni casi), oppure la morte di altre tre persone (eterologa sempre come vuole la Consulta). Anche in questo caso, se non ci sono alternative valide, non posso che astenermi dal compiere il male, perché – altro principio morale – le circostanze (in questo caso lo stato di necessità) non possono legittimare un atto intrinsecamente malvagio (l’uccisione di una persona innocente). 
E non vi è poi collaborazione al male da parte di chi si astiene: infatti non sono io che ho collaborato alla morte della altre tre persone per mano del pazzo, bensì è il folle stesso che le ha uccise ed ha congegnato tutto questo piano perverso a cui ho deciso di non collaborare. Non ho deciso io il verificarsi di questa condizione capestro, ma la mente del folle. Sarà Tizio ad essersi macchiato del sangue di tre innocenti, non io.

L’uomo è chiamato sempre a fare il bene, non sempre a ricercare l’utile. 
E se in una situazione concreta il maggior bene possibile è l’astensione dal compiere il male, occorre assumere questa condotta anche se dal punto di vista dell’utilità è la scelta peggiore. 
Ma dal punto di vista morale – l’unico punto di vista valido per l’uomo - i danni provocati non potranno essere addebitati a chi si è astenuto dal volere compiere il male, ma a chi – i giudici della Consulta – ha deciso di legittimare una pratica iniqua.

In sintesi: mai è lecito compiere un'azione intrinsecamente malvagia (voto di una legge iniqua) anche se il fine è buono (limitare i danni: restringere i casi in cui l'eterologa sarà praticata) ed anche se le circostanze non ci offrono alternative buone (o situazione molto malvagia - eterologa in ogni sua forma - o situazione meno malvagia - eterologa solo in alcuni casi: stato di necessità).

Nel prossimo post invece tenteremo di rispondere alla seguente domanda: di fronte a tale situazione creatasi dalla sentenza della Consulta, quali sono le strade lecite sotto il profilo morale per opporsi alla pratica ormai legale della eterologa?


Tommaso Scandroglio

domenica 15 giugno 2014

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa: che fare? 1. Approvare una legge che regoli la materia?

Qualche giorno prima che fossero pubblicate le motivazioni della sentenza della Consulta che ha sancito l’incostituzionalità del divieto inerente alla fecondazione eterologa, si è svolto presso la sala della Regina alla Camera un convegno proprio su questa sentenza. A parere dei giuristi e politici intervenuti – molti dei quali di estrazione “cattolica” – ora sarebbe necessario una legge per arginare i danni provocati dalla Consulta. 
Detto in parole semplici: la sentenza della Corte Costituzionale permette l’eterologa sempre e comunque. Adesso dobbiamo fare di tutto in Parlamento per limitare questa pratica il più possibile. Simile posizione è stata sposata sui media da moltissimi altri giuristi.

Tralasciamo il fatto che nelle motivazioni della sentenza i giudici hanno espressamente affermato che non ci sono lacune normative da colmare e che quindi non serve una legge. Al di là di questo, poniamoci una domanda: è lecito sotto il profilo morale invocare una legge per limitare i danni provocati da questa sentenza? 

La risposta è netta: no, perché anche una legge limitativa sarebbe una legge intrinsecamente malvagia, magari con contenuto meno iniquo rispetto al contenuto della sentenza della Consulta, ma pur sempre malvagia. 
Infatti la pratica della fecondazione artificiale – omologa o eterologa poco importa – è pratica intrinsecamente malvagia e la legge che la permette è anch’essa ugualmente malvagia. Una legge che disciplinasse la pratica dell’eterologa, seppur riducendone i casi legittimi, rimarrebbe una legge cattiva e dunque non sarebbe lecito sotto il profilo morale dare il proprio assenso al varo di una norma di tale natura.

C’è chi obietta: “Ma il varo di questa legge è fatta per un fine buono: limitare i danni provocati dalla sentenza della Corte Costituzionale”. 
Risposta: c’è un principio morale che afferma che vi sono azioni intrinsecamente malvagie che mai possono essere compiute anche per un fine buono. Ad esempio non è lecito sotto il profilo morale uccidere volontariamente e direttamente una persona innocente per il fine buono di salvarne cento.
Dunque è lecito e a volte doveroso adoperarsi per limitare i danni, ma a patto che l’azione di impedimento sia lecita sotto il profilo morale. Se per impedire la morte di una persona l’unico modo è quello di ammazzarne un’altra innocente, non posso che astenermi da questa azione iniqua. 

Non è dunque lecito impedire “l’eterologa sempre” dando il proprio “Sì” all’ “eterologa qualche volta”.
L'errore di chi dice "meglio una legge restrittiva che la situazione di legittimità assoluta dell'eterologa creata dalla sentenza della Consulta" è il medesimo di chi diceva prima del varo della legge 40 "meglio una legge restrittiva che la situazione attuale di legittimità assoluta della fecondazione artificiale in ogni sua forma creatasi dal fatto che non c'è una legge". Ed infatti la Consulta eliminando il divieto di eterologa riporta la situazione a quella ante legem 40. 
Inoltre, ma non è aspetto centrale seppur importante: una legge restringerebbe sì il campo dell'iniquo (però rimarrebbe una legge iniqua), ma - rispetto alla sentenza della Consulta - lo eleverebbe di categoria giuridica: da pronunciamento giurisprudenziale ad atto normativo. La qual cosa è ancor più grave.

Nel prossimo post tenteremo di superare un’altra obiezione: se sto a braccia conserte avrò lasciato campo al nemico per fare quello che vuole e quindi avrò collaborato alla diffusione dell’eterologa.


Tommaso Scandroglio

mercoledì 28 maggio 2014

La difesa della vita ha bisogno di verità: un punto fermo per la strategia prolife. 2. La fedeltà alla verità come strategia prolife

Nell'articolo precedente ho cercato di individuare le cause del disastroso fallimento della strategia perseguita da chi volle a tutti i costi l'approvazione della legge 40 sulle fecondazione artificiale, nonostante la tenace opposizione di un minoritario gruppo di prolife: il tradimento della verità.

La fedeltà alla verità ha due aspetti, entrambi importanti.

Il primo è quello che il prof. D'Agostino, nell'articolo su Avvenire del 15 aprile, definisce la "verità delle cose": è l'adesione alla realtà naturale, il riconoscimento – senza nessuna censura, né verso se stessi, né verso gli altri – di cosa avviene veramente; cosicché una raffigurazione "vera" della fecondazione in vitro parte dalla constatazione che gli embrioni prodotti sono esseri umani, passa dalla morte certa e prevista della maggior parte di loro, valuta per quello che sono le barbare pratiche del congelamento, della diagnosi preimpianto e della sperimentazione sugli embrioni.
Non solo: un atteggiamento fedele alla realtà non nasconde l'ideologia della fecondazione in vitro, che produce l'uomo, lo seleziona, lo fornisce ai richiedenti, lo rende un prodotto esente da difetti o utile per gli esperimenti … basta pagare.

Vi è poi la verità sulle leggi. Si tratta di un giudizio diverso e – direi – molto più difficile, che il Comitato Verità e Vita ha nel suo DNA. 
La difficoltà nel giudicare una legge sta innanzitutto nel tecnicismo che inevitabilmente è richiesto, soprattutto nell'epoca contemporanea in cui le leggi sono sempre più complesse; vi è poi il problema delle "leggi ipocrite", quelle il cui testo nasconde la portata effettiva della decisione politica che è stata assunta: le leggi degli ultimi decenni in materia bioetica descrivono, di solito, un "procedimento", un "protocollo", il cui esito è la condotta che – di fatto – viene autorizzata (ad esempio: le pratiche di fecondazione in vitro, oppure l'aborto volontario o ancora – si pensi al famigerato "protocollo di Groningen" – l'uccisione di un bambino).

Non vi è dubbio che è più facile criticare aspramente un progetto di legge piuttosto che una legge definitivamente approvata: lo dimostra la battaglia a viso aperto che i Giuristi per la Vita, la Nuova Bussola Quotidiana e altri soggetti stanno facendo per contrastare l'approvazione della liberticida legge sull'omofobia; nonostante la censura dei media, in qualche modo è possibile argomentare e denunciare il reale contenuto del progetto di legge e gli effetti che esso avrà se definitivamente approvato, suscitando una grande attenzione nella popolazione.
Una discussione del genere fu tacitata prima dell'approvazione della legge 40, in conseguenza della scelta fatta dall'alto: si impedì alle persone di comprendere ciò che veniva autorizzato.

Molto più difficile è l'opera successiva all'approvazione della legge. 
La caratteristica delle leggi ingiuste è di stravolgere e nascondere la verità sulla loro natura e sui loro effettivi contenuti, ma anche sulla realtà sottostante, sulle pratiche che si autorizzano: sulla "verità delle cose".
Ciò è già evidente per le pratiche di fecondazione in vitro: provate ora – solo dieci anni dopo l'approvazione della legge 40! – a convincere le persone che gli embrioni prodotti sono esseri umani e che la maggior parte di loro muore! O che queste tecniche sono antiumane, ledono la dignità degli esseri prodotti, spingono inevitabilmente verso la selezione eugenetica! 
Come dimenticare che i primi commenti "ufficiali" da parte cattolica sui primi anni di attuazione della legge 40 evidenziavano con soddisfazione che la legge "funzionava", tanto che il ricorso alla fecondazione in vitro era aumentato!
Quello che si poteva – anzi: si doveva! – dire di male della fecondazione artificiale fu tenuto nascosto ai più prima dell'approvazione della legge; ora – quando ormai le tecniche sono fornite dal Servizio Sanitario nazionale – è molto più difficile, perfino nel mondo cattolico.

E così la battaglia contro le leggi ingiuste è ardua, difficile, è percepita con fastidio perché non riesce a far emergere l'essenza di quella legge e della pratica ingiusta che autorizza.

Lo stato dell'opposizione alla iniqua legge sull'aborto, che da 36 anni permette di uccidere legalmente i bambini in Italia, ne è la dimostrazione: non solo la popolazione ritiene l'autodeterminazione della donna un dato acquisito, indiscutibile, e ritiene impossibile metterlo in discussione, ma la natura stessa dell'aborto – l'uccisione cruenta di un essere umano vivo e felice – è ormai quasi ignorata; il bambino non c'è più, è nascosto, dimenticato.

Forte è, quindi, la tentazione di condurre battaglie parziali. 
Ma si può davvero – ad esempio – spingere per una maggiore presenza dei Centri di Aiuto alla Vita negli ospedali senza contestualmente ribadire l'iniquità della legge? Oppure il patto tacito è quello di non contestare l'ingiustizia della legge (fino all'eccesso di zelo di qualcuno che ha definito la legge la "migliore possibile")?
Il criterio non può che essere quello della verità integrale, sulla legge e sull'aborto: solo se affermo pubblicamente che è ingiusto che la legge permetta alla donna incinta di scegliere liberamente di uccidere il proprio figlio e che, quindi, questa legge deve essere spazzata via, allora potrò davvero aiutare la donna a "scegliere" di non uccidere, indicandole la natura dell'atto che la legge le permette di compiere.
Molte battaglie parziali – una fra tutte: quella contro la RU486 contrapposta all'aborto chirurgico – sembrano talvolta voler nascondere la verità intera: quasi che si voglia parlare d'altro per distrarre il popolo prolife dall'obiettivo – l'unico vero obiettivo che si debba perseguire: il divieto dell'aborto volontario, la negazione del principio di autodeterminazione.

Ecco perché la Marcia per la Vita – cui il Comitato Verità e Vita aderisce con entusiasmo – è quasi un miracolo: ha permesso di rimettere al centro la verità integrale sull'aborto e la verità integrale sulla legge 194, senza riserve, senza frasi lasciate a metà, senza eccessiva preoccupazione per i timori dei politici "amici" (che, ormai lo abbiamo capito, diranno sempre che "non è il momento", che "si rischia di peggiorare la legge" e che "bisogna lasciar fare a loro" …).

L'unica strategia del mondo prolife è la verità tutta intera: e così dovremo tutti imparare a dire che – come la matrigna legge 194 – la legge 40 è "integralmente iniqua" e che la fecondazione in vitro deve essere, senza se e senza ma, vietata dalla legge, così come l'aborto volontario.

Attenzione: la battaglia sull'eutanasia sta per riprendere! 
Davvero il mondo cattolico e prolife vuole ripetere l'errore fatto per la fecondazione artificiale con la legge 40? Davvero – come è successo nella precedente legislatura, in cui siamo arrivati ad un passo dall'approvazione di una legge sulle DAT "cattolica" (!) – rinunceremo a dire che un anziano, un disabile o un neonato prematuro sono uccisi se vengono lasciati morire, anche se, tempo prima, hanno lasciato scritto qualcosa o i genitori hanno deciso così; e che l'unica legge giusta per queste uccisioni è la norma penale sull'omicidio volontario?


Giacomo Rocchi

lunedì 26 maggio 2014

La difesa della vita ha bisogno di verità: un punto fermo per la strategia prolife. 1. Il disastro

Francesco D'Agostino, su Avvenire del 15 aprile, con l'articolo "L'etica essenziale" commentava la sentenza della Corte Costituzionale che ha spazzato via il divieto di fecondazione eterologa posto dalla legge 40 del 2004 e l'episodio di scambio di embrioni avvenuto all'Ospedale "Pertini". L'autorevole autore osservava che i commenti eludono il "cuore della questione", vale a dire "l'essenza del problema della procreazione assistita, che non è sanitario, né giuridico, ma etico". 
Il prof. D'Agostino ammoniva: "di etica dobbiamo parlare, perché l'etica non trova le sue radici nelle sentenze dei giudici, ma nella verità delle cose".

La "verità delle cose": un richiamo forte per me, chiamato alla presidenza del Comitato Verità e Vita al posto di Mario Palmaro, che definiva la nostra associazione "una piccola compagnia di gente che non si prefigge di cambiare il mondo a colpi di male minore e di compromessi, ma affermando qui e ora tutta la verità, pur sapendo che è messa in minoranza dall'opinione pubblica"!

Ma quale è l'essenza della fecondazione in vitro, la "verità delle cose"? 
"La procreazione assistita non è terapia, ma artificio; realizza sì, il desiderio genitoriale, ma col sacrificio di un numero spropositato di vite umane embrionali, create appositamente in provetta; altera i vincoli familiari (…); fa venire al mondo esseri umani per i quali la domanda identitaria fondamentale ("di chi sono figlio?") può arrivare a non avere risposta alcuna". 
D'Agostino concludeva richiamando ancora – due volte in una sola frase! – la verità: "La verità è che, fondandosi sul sistematico occultamento della verità generativa, la procreazione artificiale fa violenza a tutte le persone coinvolte in questa procedura".

consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita": l'essenza della legge 40 del 2004 sta in questo periodo dell'art. 1: di fronte all'alternativa tra vietare e permettere quelle pratiche, la scelta fu la seconda: "è consentito".
Certo: quella scelta era circondata da finalità ("Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana, è consentito …"), da limiti ("è consentito … alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge") e da garanzie ("la presente legge … assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito"). Sono i "paletti", caduti velocemente uno ad uno: nessun collegamento vincolante con i problemi di sterilità di coppia, sovrapproduzione degli embrioni, diagnosi preimpianto e selezione, congelamento selvaggio, nessun diritto per gli embrioni, tutti i diritti per i desideri degli adulti (mancano alcuni paletti: ma come sperare che anch'essi non saranno travolti?); soprattutto, il sacrificio di centinaia di migliaia di embrioni creati appositamente in provetta.
Ecco che i veli cadono e la verità sulla legge 40 appare con nitidezza: una legge che non solo permette, ma riconosce come diritto garantito e finanziato dallo Stato una pratica di violenza sugli esseri umani, che si fonda sulla menzogna, presentando come terapia pratiche che – con la morte programmata di innumerevoli esseri umani – servono a soddisfare ad ogni costo i desideri – qualunque desiderio! – degli adulti.

Giunti a questo punto, una domanda provocatoria: possiamo parlare di strategie? 
Beh, direi che dobbiamo parlare di strategie, visto che la legge 40 è stata ideata, approvata e difesa, sotto la spinta del principale Movimento prolife del nostro Paese, dal mondo cattolico ufficiale, che ha ritenuto la legge sulla fecondazione artificiale "un primo passo nella giusta direzione" e che ha esclamato: "finalmente è finito il far west della provetta!".
Il fallimento della strategia è un fatto oggettivo, di cui non si può che prendere atto: il "far west della provetta" è stato in realtà legalizzato e reso definitivo. 
Le previsioni fatte da chi ha sostenuto la legge sono state oggettivamente smentite: basta leggere le risposte ad alcune domande del Presidente del Movimento per la Vita, nel libro pubblicato subito dopo l'approvazione[1]: "La legge è anticostituzionale? No, assolutamente. È una legge antieuropea? Al contrario. Da dove risulta che la diagnosi preimpianto è vietata? Lo stesso art. 13 alla lett. b) del terzo comma vieta ogni forma di selezione a scopo eugenetico e il primo comma vieta la soppressione di embrioni".

Il fallimento di una strategia – in ambiti diversi dal nostro – provocherebbe dimissioni o pentimenti pubblici; ma qui interessa piuttosto capire perché quella strategia è fallita e perché le previsioni erano sbagliate. 
Davvero possiamo rifugiarci dietro le toghe dei "magistrati cattivi e politicizzati"? 
Per quanto tempo potrà essere utilizzato il "far west" per giustificare, a decenni di distanza dall'approvazione della legge, il disastro che vediamo, il fenomeno che il prof. D'Agostino definisce di "una società che cammina a grandi passi verso la propria auto-dissoluzione"?
E tra questi "grandi passi" verso la autodissoluzione non c'è forse quel "primo passo" che – ahimè – non era affatto "nella giusta direzione"?

Due risposte possibili alle domande sui motivi del fallimento.
La prima: la legge 40 è stata frutto di una strategia ingenua, che riteneva di essere in grado di piegare a finalità "buone" (la cura della infertilità delle coppie coniugate, quindi stabili, eterosessuali, disponibili all'accoglienza dei bambini) una tecnica di origine zootecnica, sviluppata per la selezione e che quindi porta in sé sovrapproduzione, congelamento, diagnosi preimpianto, distruzione, sperimentazioni sugli embrioni. Un'ingenuità pagata a caro prezzo, con la caduta di tutti i paletti, travolti dalla potenza economica, scientifica e mediatica della fecondazione artificiale, un business enorme in tutto il mondo, capace di convincere, in un modo o nell'altro, chiunque …

La seconda: fu approvata a tutti i costi una legge di compromesso, con la consapevolezza degli effetti dell'applicazione delle tecniche - primo fra tutti: la morte di innumerevoli embrioni - nell'indifferenza verso l'obiettivo della difesa integrale della vita e della famiglia. 
Lo si fece per vincere una singola battaglia politica, disinteressandosi dell'esito della guerra.
Che questa sia la risposta esatta (che non esclude un buon tasso di ingenuità) si coglie da tanti aspetti: ad esempio dal fatto che, da molti anni, un gruppo di sinceri prolife aveva pubblicamente ammonito che "la fecondazione umana extracorporea (omologa ed eterologa) è eticamente inaccettabile in quanto viola il diritto alla vita e la dignità della persona umana; (essa) comporta la decisione di ricercare la nascita di un figlio mediante l'intervento di tecnici estranei, pur nella consapevolezza del sacrificio di embrioni fratelli; non è un trattamento terapeutico perché non cura né rimuove le cause della sterilità"[2], continuando, fino all'approvazione della legge 40, a ribadire che "il riconoscimento del diritto alla vita fin dalla fecondazione è intrinsecamente impossibile usando la tecnica FIVET,  non importa se omologa o eterologa. L'aborto entro tempi in genere brevissimi di ogni concepito-in-provetta è infatti un aborto procurato, volontario e, in ultima analisi, premeditato"[3]

Il Comitato Verità e Vita è stato costituito subito dopo l'approvazione della legge 40 per continuare ad affermare queste verità.

Eppure la scelta fu di permettere la fecondazione in vitro omologa e di vietare quella eterologa; disciplina giustificata con una distinzione artificiosa, non a caso oggi esplicitamente sconfessata dal prof. D'Agostino: da una parte vi sarebbe una distruzione programmata e premeditata di embrioni derivante dalla loro sovrapproduzione, congelamento e selezione, dall'altra la morte – non procurata direttamente, né programmata – della stragrande maggioranza di embrioni prima e dopo il trasferimento in utero. 
Si giunse addirittura a sostenere che "una volta che gli embrioni sono trasferiti in utero essi sono affidati alla natura. Molti muoiono anche nel caso di fecondazione naturale e comunque manca una programmazione diretta e premeditata della distruzione di nuovi esseri umani"[4]: un artificio semantico, che cancellava dallo scenario centinaia di migliaia di embrioni morti dopo la produzione, ritenendo "uccisi" solo pochi di essi.
L'ipocrisia di tale posizione – che giungeva a presentare il ricorso alla fecondazione in vitro omologa nell'ambito della legge 40 come un problema di "morale cattolica" – era ben rappresentata dal numero massimo, fissato dalla legge, di embrioni producibili: tre; da esso si deduceva che uno o due embrioni prodotti erano comunque destinati alla morte. Sarebbe stata la Corte Costituzionale a svelare l'ipocrisia, individuando nella legge "un limite alla tutela apprestata all’embrione, poiché anche nel caso di limitazione a soli tre del numero di embrioni prodotti, si ammette comunque che alcuni di essi possano non dar luogo a gravidanza"[5].
Che dire poi del congelamento degli embrioni, deprecato in pubblico e permesso esplicitamente dall'art. 14, comma 3 della legge? E del mancato espresso divieto della diagnosi genetica preimpianto, tecnica ampiamente conosciuta all'epoca di approvazione della legge 40? E dell'esplicita "salvezza" delle norme della legge 194 sull'aborto anche per i (pochissimi) embrioni che fossero riusciti ad impiantarsi nell'utero materno?

Il fallimento della strategia che ha portato all'approvazione della legge 40 del 2004, a mio parere, ha una vera ed unica causa: il tradimento della verità
Si fingeva di voler autorizzare le tecniche di fecondazione artificiale per casi limitati e solo per scopi "buoni"; in realtà si accettava la logica della fecondazione in vitro e le inevitabili conseguenze che essa portava. Le sentenze dei giudici e della Corte Costituzionale sono, quindi, commentate con indignazione apparente da chi aveva previsto (o almeno: non poteva non averlo fatto) l'evoluzione in atto.
Eppure, con il Manifesto Appello del 28/2/2004, il Comitato Verità e Vita denunciava che "senza sacrificare embrioni umani non è possibile fare la FIVET omologa. Il diritto alla vita degli embrioni dei quali sia avvenuto l’impianto è violato a favore del principio di autodeterminazione della madre, in forza della confermata vigenza della legge 194/78. (La FIVET)  riduce l’uomo-embrione a oggetto da usare come mezzo per ottenere una gravidanza; incoraggia la selezione eugenetica dei concepiti per l’eliminazione dei difettosi; crea le premesse per l’uccisione dei gemelli con l’aborto selettivo – legale in forza della legge 194/78 – nel caso di gravidanze plurime. Inoltre, non è oggettivamente possibile garantire una effettiva tutela giuridica a un embrione umano che si trovi fuori del corpo della madre"[6].

E allora: quale strategia è necessaria? Lo vedremo nel prossimo articolo.

Giacomo Rocchi




[1] Carlo Casini, La legge sulla fecondazione artificiale. Un primo passo nella giusta direzione, Cantagalli, Siena, 2004
[2] Un annuncio doveroso, Studi Cattolici, novembre 1998
[3] Lettera alla Conferenza Episcopale italiana e a tutti i vescovi italiani, 1/1/2002
[4] Movimento per la Vita Italiano, Primo Rapporto al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 40, Si alla Vita, Agosto 2007
[5] Corte Costituzionale, sentenza n. 151 del 2009
[6] Manifesto Appello, Una legge gravemente ingiusta: la verità sulla fecondazione artificiale in vitro, http://www.comitatoveritaevita.it/pub/nav_Manifesto_Appello.php