mercoledì 28 maggio 2014

La difesa della vita ha bisogno di verità: un punto fermo per la strategia prolife. 2. La fedeltà alla verità come strategia prolife

Nell'articolo precedente ho cercato di individuare le cause del disastroso fallimento della strategia perseguita da chi volle a tutti i costi l'approvazione della legge 40 sulle fecondazione artificiale, nonostante la tenace opposizione di un minoritario gruppo di prolife: il tradimento della verità.

La fedeltà alla verità ha due aspetti, entrambi importanti.

Il primo è quello che il prof. D'Agostino, nell'articolo su Avvenire del 15 aprile, definisce la "verità delle cose": è l'adesione alla realtà naturale, il riconoscimento – senza nessuna censura, né verso se stessi, né verso gli altri – di cosa avviene veramente; cosicché una raffigurazione "vera" della fecondazione in vitro parte dalla constatazione che gli embrioni prodotti sono esseri umani, passa dalla morte certa e prevista della maggior parte di loro, valuta per quello che sono le barbare pratiche del congelamento, della diagnosi preimpianto e della sperimentazione sugli embrioni.
Non solo: un atteggiamento fedele alla realtà non nasconde l'ideologia della fecondazione in vitro, che produce l'uomo, lo seleziona, lo fornisce ai richiedenti, lo rende un prodotto esente da difetti o utile per gli esperimenti … basta pagare.

Vi è poi la verità sulle leggi. Si tratta di un giudizio diverso e – direi – molto più difficile, che il Comitato Verità e Vita ha nel suo DNA. 
La difficoltà nel giudicare una legge sta innanzitutto nel tecnicismo che inevitabilmente è richiesto, soprattutto nell'epoca contemporanea in cui le leggi sono sempre più complesse; vi è poi il problema delle "leggi ipocrite", quelle il cui testo nasconde la portata effettiva della decisione politica che è stata assunta: le leggi degli ultimi decenni in materia bioetica descrivono, di solito, un "procedimento", un "protocollo", il cui esito è la condotta che – di fatto – viene autorizzata (ad esempio: le pratiche di fecondazione in vitro, oppure l'aborto volontario o ancora – si pensi al famigerato "protocollo di Groningen" – l'uccisione di un bambino).

Non vi è dubbio che è più facile criticare aspramente un progetto di legge piuttosto che una legge definitivamente approvata: lo dimostra la battaglia a viso aperto che i Giuristi per la Vita, la Nuova Bussola Quotidiana e altri soggetti stanno facendo per contrastare l'approvazione della liberticida legge sull'omofobia; nonostante la censura dei media, in qualche modo è possibile argomentare e denunciare il reale contenuto del progetto di legge e gli effetti che esso avrà se definitivamente approvato, suscitando una grande attenzione nella popolazione.
Una discussione del genere fu tacitata prima dell'approvazione della legge 40, in conseguenza della scelta fatta dall'alto: si impedì alle persone di comprendere ciò che veniva autorizzato.

Molto più difficile è l'opera successiva all'approvazione della legge. 
La caratteristica delle leggi ingiuste è di stravolgere e nascondere la verità sulla loro natura e sui loro effettivi contenuti, ma anche sulla realtà sottostante, sulle pratiche che si autorizzano: sulla "verità delle cose".
Ciò è già evidente per le pratiche di fecondazione in vitro: provate ora – solo dieci anni dopo l'approvazione della legge 40! – a convincere le persone che gli embrioni prodotti sono esseri umani e che la maggior parte di loro muore! O che queste tecniche sono antiumane, ledono la dignità degli esseri prodotti, spingono inevitabilmente verso la selezione eugenetica! 
Come dimenticare che i primi commenti "ufficiali" da parte cattolica sui primi anni di attuazione della legge 40 evidenziavano con soddisfazione che la legge "funzionava", tanto che il ricorso alla fecondazione in vitro era aumentato!
Quello che si poteva – anzi: si doveva! – dire di male della fecondazione artificiale fu tenuto nascosto ai più prima dell'approvazione della legge; ora – quando ormai le tecniche sono fornite dal Servizio Sanitario nazionale – è molto più difficile, perfino nel mondo cattolico.

E così la battaglia contro le leggi ingiuste è ardua, difficile, è percepita con fastidio perché non riesce a far emergere l'essenza di quella legge e della pratica ingiusta che autorizza.

Lo stato dell'opposizione alla iniqua legge sull'aborto, che da 36 anni permette di uccidere legalmente i bambini in Italia, ne è la dimostrazione: non solo la popolazione ritiene l'autodeterminazione della donna un dato acquisito, indiscutibile, e ritiene impossibile metterlo in discussione, ma la natura stessa dell'aborto – l'uccisione cruenta di un essere umano vivo e felice – è ormai quasi ignorata; il bambino non c'è più, è nascosto, dimenticato.

Forte è, quindi, la tentazione di condurre battaglie parziali. 
Ma si può davvero – ad esempio – spingere per una maggiore presenza dei Centri di Aiuto alla Vita negli ospedali senza contestualmente ribadire l'iniquità della legge? Oppure il patto tacito è quello di non contestare l'ingiustizia della legge (fino all'eccesso di zelo di qualcuno che ha definito la legge la "migliore possibile")?
Il criterio non può che essere quello della verità integrale, sulla legge e sull'aborto: solo se affermo pubblicamente che è ingiusto che la legge permetta alla donna incinta di scegliere liberamente di uccidere il proprio figlio e che, quindi, questa legge deve essere spazzata via, allora potrò davvero aiutare la donna a "scegliere" di non uccidere, indicandole la natura dell'atto che la legge le permette di compiere.
Molte battaglie parziali – una fra tutte: quella contro la RU486 contrapposta all'aborto chirurgico – sembrano talvolta voler nascondere la verità intera: quasi che si voglia parlare d'altro per distrarre il popolo prolife dall'obiettivo – l'unico vero obiettivo che si debba perseguire: il divieto dell'aborto volontario, la negazione del principio di autodeterminazione.

Ecco perché la Marcia per la Vita – cui il Comitato Verità e Vita aderisce con entusiasmo – è quasi un miracolo: ha permesso di rimettere al centro la verità integrale sull'aborto e la verità integrale sulla legge 194, senza riserve, senza frasi lasciate a metà, senza eccessiva preoccupazione per i timori dei politici "amici" (che, ormai lo abbiamo capito, diranno sempre che "non è il momento", che "si rischia di peggiorare la legge" e che "bisogna lasciar fare a loro" …).

L'unica strategia del mondo prolife è la verità tutta intera: e così dovremo tutti imparare a dire che – come la matrigna legge 194 – la legge 40 è "integralmente iniqua" e che la fecondazione in vitro deve essere, senza se e senza ma, vietata dalla legge, così come l'aborto volontario.

Attenzione: la battaglia sull'eutanasia sta per riprendere! 
Davvero il mondo cattolico e prolife vuole ripetere l'errore fatto per la fecondazione artificiale con la legge 40? Davvero – come è successo nella precedente legislatura, in cui siamo arrivati ad un passo dall'approvazione di una legge sulle DAT "cattolica" (!) – rinunceremo a dire che un anziano, un disabile o un neonato prematuro sono uccisi se vengono lasciati morire, anche se, tempo prima, hanno lasciato scritto qualcosa o i genitori hanno deciso così; e che l'unica legge giusta per queste uccisioni è la norma penale sull'omicidio volontario?


Giacomo Rocchi

lunedì 26 maggio 2014

La difesa della vita ha bisogno di verità: un punto fermo per la strategia prolife. 1. Il disastro

Francesco D'Agostino, su Avvenire del 15 aprile, con l'articolo "L'etica essenziale" commentava la sentenza della Corte Costituzionale che ha spazzato via il divieto di fecondazione eterologa posto dalla legge 40 del 2004 e l'episodio di scambio di embrioni avvenuto all'Ospedale "Pertini". L'autorevole autore osservava che i commenti eludono il "cuore della questione", vale a dire "l'essenza del problema della procreazione assistita, che non è sanitario, né giuridico, ma etico". 
Il prof. D'Agostino ammoniva: "di etica dobbiamo parlare, perché l'etica non trova le sue radici nelle sentenze dei giudici, ma nella verità delle cose".

La "verità delle cose": un richiamo forte per me, chiamato alla presidenza del Comitato Verità e Vita al posto di Mario Palmaro, che definiva la nostra associazione "una piccola compagnia di gente che non si prefigge di cambiare il mondo a colpi di male minore e di compromessi, ma affermando qui e ora tutta la verità, pur sapendo che è messa in minoranza dall'opinione pubblica"!

Ma quale è l'essenza della fecondazione in vitro, la "verità delle cose"? 
"La procreazione assistita non è terapia, ma artificio; realizza sì, il desiderio genitoriale, ma col sacrificio di un numero spropositato di vite umane embrionali, create appositamente in provetta; altera i vincoli familiari (…); fa venire al mondo esseri umani per i quali la domanda identitaria fondamentale ("di chi sono figlio?") può arrivare a non avere risposta alcuna". 
D'Agostino concludeva richiamando ancora – due volte in una sola frase! – la verità: "La verità è che, fondandosi sul sistematico occultamento della verità generativa, la procreazione artificiale fa violenza a tutte le persone coinvolte in questa procedura".

"È consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita": l'essenza della legge 40 del 2004 sta in questo periodo dell'art. 1: di fronte all'alternativa tra vietare e permettere quelle pratiche, la scelta fu la seconda: "è consentito".
Certo: quella scelta era circondata da finalità ("Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana, è consentito …"), da limiti ("è consentito … alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge") e da garanzie ("la presente legge … assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito"). Sono i "paletti", caduti velocemente uno ad uno: nessun collegamento vincolante con i problemi di sterilità di coppia, sovrapproduzione degli embrioni, diagnosi preimpianto e selezione, congelamento selvaggio, nessun diritto per gli embrioni, tutti i diritti per i desideri degli adulti (mancano alcuni paletti: ma come sperare che anch'essi non saranno travolti?); soprattutto, il sacrificio di centinaia di migliaia di embrioni creati appositamente in provetta.
Ecco che i veli cadono e la verità sulla legge 40 appare con nitidezza: una legge che non solo permette, ma riconosce come diritto garantito e finanziato dallo Stato una pratica di violenza sugli esseri umani, che si fonda sulla menzogna, presentando come terapia pratiche che – con la morte programmata di innumerevoli esseri umani – servono a soddisfare ad ogni costo i desideri – qualunque desiderio! – degli adulti.

Giunti a questo punto, una domanda provocatoria: possiamo parlare di strategie? 
Beh, direi che dobbiamo parlare di strategie, visto che la legge 40 è stata ideata, approvata e difesa, sotto la spinta del principale Movimento prolife del nostro Paese, dal mondo cattolico ufficiale, che ha ritenuto la legge sulla fecondazione artificiale "un primo passo nella giusta direzione" e che ha esclamato: "finalmente è finito il far west della provetta!".
Il fallimento della strategia è un fatto oggettivo, di cui non si può che prendere atto: il "far west della provetta" è stato in realtà legalizzato e reso definitivo. 
Le previsioni fatte da chi ha sostenuto la legge sono state oggettivamente smentite: basta leggere le risposte ad alcune domande del Presidente del Movimento per la Vita, nel libro pubblicato subito dopo l'approvazione[1]: "La legge è anticostituzionale? No, assolutamente. È una legge antieuropea? Al contrario. Da dove risulta che la diagnosi preimpianto è vietata? Lo stesso art. 13 alla lett. b) del terzo comma vieta ogni forma di selezione a scopo eugenetico e il primo comma vieta la soppressione di embrioni".

Il fallimento di una strategia – in ambiti diversi dal nostro – provocherebbe dimissioni o pentimenti pubblici; ma qui interessa piuttosto capire perché quella strategia è fallita e perché le previsioni erano sbagliate. 
Davvero possiamo rifugiarci dietro le toghe dei "magistrati cattivi e politicizzati"? 
Per quanto tempo potrà essere utilizzato il "far west" per giustificare, a decenni di distanza dall'approvazione della legge, il disastro che vediamo, il fenomeno che il prof. D'Agostino definisce di "una società che cammina a grandi passi verso la propria auto-dissoluzione"?
E tra questi "grandi passi" verso la autodissoluzione non c'è forse quel "primo passo" che – ahimè – non era affatto "nella giusta direzione"?

Due risposte possibili alle domande sui motivi del fallimento.
La prima: la legge 40 è stata frutto di una strategia ingenua, che riteneva di essere in grado di piegare a finalità "buone" (la cura della infertilità delle coppie coniugate, quindi stabili, eterosessuali, disponibili all'accoglienza dei bambini) una tecnica di origine zootecnica, sviluppata per la selezione e che quindi porta in sé sovrapproduzione, congelamento, diagnosi preimpianto, distruzione, sperimentazioni sugli embrioni. Un'ingenuità pagata a caro prezzo, con la caduta di tutti i paletti, travolti dalla potenza economica, scientifica e mediatica della fecondazione artificiale, un business enorme in tutto il mondo, capace di convincere, in un modo o nell'altro, chiunque …

La seconda: fu approvata a tutti i costi una legge di compromesso, con la consapevolezza degli effetti dell'applicazione delle tecniche - primo fra tutti: la morte di innumerevoli embrioni - nell'indifferenza verso l'obiettivo della difesa integrale della vita e della famiglia. 
Lo si fece per vincere una singola battaglia politica, disinteressandosi dell'esito della guerra.
Che questa sia la risposta esatta (che non esclude un buon tasso di ingenuità) si coglie da tanti aspetti: ad esempio dal fatto che, da molti anni, un gruppo di sinceri prolife aveva pubblicamente ammonito che "la fecondazione umana extracorporea (omologa ed eterologa) è eticamente inaccettabile in quanto viola il diritto alla vita e la dignità della persona umana; (essa) comporta la decisione di ricercare la nascita di un figlio mediante l'intervento di tecnici estranei, pur nella consapevolezza del sacrificio di embrioni fratelli; non è un trattamento terapeutico perché non cura né rimuove le cause della sterilità"[2], continuando, fino all'approvazione della legge 40, a ribadire che "il riconoscimento del diritto alla vita fin dalla fecondazione è intrinsecamente impossibile usando la tecnica FIVET,  non importa se omologa o eterologa. L'aborto entro tempi in genere brevissimi di ogni concepito-in-provetta è infatti un aborto procurato, volontario e, in ultima analisi, premeditato"[3]. 

Il Comitato Verità e Vita è stato costituito subito dopo l'approvazione della legge 40 per continuare ad affermare queste verità.

Eppure la scelta fu di permettere la fecondazione in vitro omologa e di vietare quella eterologa; disciplina giustificata con una distinzione artificiosa, non a caso oggi esplicitamente sconfessata dal prof. D'Agostino: da una parte vi sarebbe una distruzione programmata e premeditata di embrioni derivante dalla loro sovrapproduzione, congelamento e selezione, dall'altra la morte – non procurata direttamente, né programmata – della stragrande maggioranza di embrioni prima e dopo il trasferimento in utero. 
Si giunse addirittura a sostenere che "una volta che gli embrioni sono trasferiti in utero essi sono affidati alla natura. Molti muoiono anche nel caso di fecondazione naturale e comunque manca una programmazione diretta e premeditata della distruzione di nuovi esseri umani"[4]: un artificio semantico, che cancellava dallo scenario centinaia di migliaia di embrioni morti dopo la produzione, ritenendo "uccisi" solo pochi di essi.
L'ipocrisia di tale posizione – che giungeva a presentare il ricorso alla fecondazione in vitro omologa nell'ambito della legge 40 come un problema di "morale cattolica" – era ben rappresentata dal numero massimo, fissato dalla legge, di embrioni producibili: tre; da esso si deduceva che uno o due embrioni prodotti erano comunque destinati alla morte. Sarebbe stata la Corte Costituzionale a svelare l'ipocrisia, individuando nella legge "un limite alla tutela apprestata all’embrione, poiché anche nel caso di limitazione a soli tre del numero di embrioni prodotti, si ammette comunque che alcuni di essi possano non dar luogo a gravidanza"[5].
Che dire poi del congelamento degli embrioni, deprecato in pubblico e permesso esplicitamente dall'art. 14, comma 3 della legge? E del mancato espresso divieto della diagnosi genetica preimpianto, tecnica ampiamente conosciuta all'epoca di approvazione della legge 40? E dell'esplicita "salvezza" delle norme della legge 194 sull'aborto anche per i (pochissimi) embrioni che fossero riusciti ad impiantarsi nell'utero materno?

Il fallimento della strategia che ha portato all'approvazione della legge 40 del 2004, a mio parere, ha una vera ed unica causa: il tradimento della verità. 
Si fingeva di voler autorizzare le tecniche di fecondazione artificiale per casi limitati e solo per scopi "buoni"; in realtà si accettava la logica della fecondazione in vitro e le inevitabili conseguenze che essa portava. Le sentenze dei giudici e della Corte Costituzionale sono, quindi, commentate con indignazione apparente da chi aveva previsto (o almeno: non poteva non averlo fatto) l'evoluzione in atto.
Eppure, con il Manifesto Appello del 28/2/2004, il Comitato Verità e Vita denunciava che "senza sacrificare embrioni umani non è possibile fare la FIVET omologa. Il diritto alla vita degli embrioni dei quali sia avvenuto l’impianto è violato a favore del principio di autodeterminazione della madre, in forza della confermata vigenza della legge 194/78. (La FIVET)  riduce l’uomo-embrione a oggetto da usare come mezzo per ottenere una gravidanza; incoraggia la selezione eugenetica dei concepiti per l’eliminazione dei difettosi; crea le premesse per l’uccisione dei gemelli con l’aborto selettivo – legale in forza della legge 194/78 – nel caso di gravidanze plurime. Inoltre, non è oggettivamente possibile garantire una effettiva tutela giuridica a un embrione umano che si trovi fuori del corpo della madre"[6].

E allora: quale strategia è necessaria? Lo vedremo nel prossimo articolo.

Giacomo Rocchi




[1] Carlo Casini, La legge sulla fecondazione artificiale. Un primo passo nella giusta direzione, Cantagalli, Siena, 2004
[2] Un annuncio doveroso, Studi Cattolici, novembre 1998
[3] Lettera alla Conferenza Episcopale italiana e a tutti i vescovi italiani, 1/1/2002
[4] Movimento per la Vita Italiano, Primo Rapporto al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 40, Si alla Vita, Agosto 2007
[5] Corte Costituzionale, sentenza n. 151 del 2009
[6] Manifesto Appello, Una legge gravemente ingiusta: la verità sulla fecondazione artificiale in vitro, http://www.comitatoveritaevita.it/pub/nav_Manifesto_Appello.php

martedì 18 marzo 2014

L'aborto legale tutela la vita e la salute delle donne?

Un'altra donna morta per aborto volontario a Salerno: ne riferisce il Corriere del Mezzogiorno.

Pochi mesi fa abbiamo riferito della morte di una donna per aborto volontario a Milano e di quella dopo un'amniocentesi - verosimilmente eseguita in vista di un aborto tardivo - a Bologna.

Le morte delle donne si susseguono nel tempo, con cadenza regolare; e del resto, come stupirsi? Le statistiche americane indicano un numero di donne morte in conseguenza dell'esecuzione di aborto volontario legale nella misura di 0,64 donne morte ogni 100.000 interventi eseguiti?

Carlo Flamigni e Corrado Melega ("L'aborto farmacologico in Italia, in Nascere e morire: quando decido io?, a cura di Gianni Baldini e Monica Soldano, Firenze University Press, Firenze, 2011), nel riferire delle conseguenze dell'aborto chirurgico legale, indicano tra le complicazioni più frequenti e di maggiore gravità la perforazione dell'utero e le endometriti, oltre ai problemi che possono conseguire all'anestesia, aggiungendo che "non sono note le probabilità che le interruzioni chirurgiche delle gravidanza siano responsabili della formazione di sinechie all'interno della cavità uterina e di flogosi peritoneali e anessiali asintomatiche, tutte cause di sterilità secondarie". Riferiscono che, dal 2000 al 2006, sono stati denunciati 45 decessi negli Stati Uniti dovuti ad interruzioni di gravidanza legali e precisano che "la mortalità delle donne dovute ad aborto chirurgico si è aggirata tra un caso su 80.000 e un caso su 120.000".
In un passo successivo, Flamigni e Melega osservano: "le reali complicazioni degli aborti chirurgici in realtà non le conosce nessuno, anche perché le denunce vengono quasi sempre compilate al momento della dimissione e di cosa succede il giorno dopo nessuno si interessa (almeno ai fini della raccolta dati). Dunque, mancano i dati relativi alle gravidanze extrauterine non diagnosticate, alle perforazioni dell'utero, alle flogosi tardive, alle conseguenze di interventi eseguiti per sinechie intrauterine e così via. Resta poi il miracolo delle anestesie, che non fanno danni solo alle donne che abortiscono (...) se le statistiche hanno un senso, ogni anno ci dovrebbero essere tra uno a cinque casi di decesso da anestesia generale in Italia, ma non se ne sente parlare da tempi immemorabili".

Flamigni e Melega domandano retoricamente: "Fa notizia un decesso se riguarda una interruzione di gravidanza?"

Già: fa notizia una donna morta in un intervento legale diretto all'uccisione del suo bambino?
E come mai le Relazioni Ministeriali sull'attuazione della legge 194 di queste morte non ne fanno alcun cenno?

E il famoso "consenso informato"? Le donne che si sottopongono all'aborto legale sono avvisate dei pericoli per la loro vita e per la loro salute?

Giacomo Rocchi

martedì 25 febbraio 2014

UN DECENNALE DI VERITA’ E VITA

Alla luce dei dati che ogni anno puntualmente fornisce il Ministro della Sanità, che confermano quanto da noi ripetutamente e con forza sostenuto fin dalle prime volte che si è parlato di fecondazione in vitro all'interno del MpV ITALIANO, e delle promesse fatte durante la campagna referendaria (marzo/aprile) 2005 dai vertici della CEI “Stiamo inquadrando il referendum in un più ampio lavoro formativo che dovrà andare oltre quella scadenza dopo la quale certe semplificazioni oggi “necessarie” per non confondere la nostra gente dovranno lasciare il posto ad una più puntuale presentazione del pensiero della Chiesa non tanto sul referendum ma sulla fecondazione medicalmente assistita”, auspicavamo un decennale totalmente diverso all'insegna della verità e dell’unità nel giudizio negativo sulla legge 40 e nell'impegno di tutti e di tutti i mezzi a disposizione per far conoscere i mortiferi effetti di queste tecniche di riproduzione umana, che le rendono inaccettabili umanamente ed ancor più cristianamente. 

Leggendo, però i comunicati stampa dell’Associazione SCIENZA E VITA e del MOVIMENTO PER LA VITA ITALIANO e l’articolo di Assuntina Morresi su AVVENIRE del 16 febbraio e la sua perentoria e magisteriale reprimenda su LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA del 21 febbraio u.s. dobbiamo, purtroppo, constatare che le centinaia di migliaia di embrioni sacrificati (479.293 negli anni 2006-2011 per far nascere 41.495 bambini) in questi dieci anni non sono bastati a far prendere coscienza a chi ha proposto questa legge e continua a difenderla a spada tratta elencandone le virtù che spendere tante energie e soldi per arrivare all'approvazione di una tale iniqua legge è stato un gravissimo errore in tutti i sensi. 

In questi dieci anni abbiamo dovuto costituire un’altra Associazione il “COMITATO VERITÀ E VITA” per poter continuare a dire tutta la verità sulla fecondazione in vitro e su altri disegni di legge “di compromesso”, che hanno visto ergersi a protagonisti alcuni esponenti provenienti da associazioni cattoliche con l’intento di ridurre i danni, di perseguire il “male minore”. 
Per poter esprimere un giudizio sui fatti bisogna conoscerli ed a noi sembra che nella seconda metà degli anni novanta Assuntina Morresi fosse in tutt'altre faccende affaccendata per poter essere informata su quanto accadeva nel MpV Italiano e nel laicato cattolico vicino ai vertici della CEI. 
Per capire come è nata la proposta di legge del NUOVO MILLENNIO, che i Consiglieri Nazionali del MpV Italiano trovarono nella cartellina del Consiglio Direttivo del 29-30 novembre 1997 e che già era stata pubblicata nel n.12 di SÌ ALLA VITA di dicembre 1997, bisogna leggere il n. 25 di SANARE INFIRMOS del 1996 alle pagg. 37-40, poiché la proposta di legge del Novo Millennio non è altro che la fotocopia di quanto già veniva fatto nell’Ospedale San Raffaele di Milano facendolo passare per conforme “agli insegnamenti complessivi del magistero ecclesiale, interpretati e applicati secondo i criteri generali e comunemente proposti dai  moralisti  cattolici. …” con il silenzio assenso degli Ordinari ambrosiani nonostante i ripetuti richiami della Congregazione della dottrina della Fede a rispettare il magistero della Chiesa cattolica. 
La totale sordità di Carlo Casini all'ANNUNCIO DOVEROSO fatto da 19 Consiglieri Nazionali e la spudorata difesa fatta sul supplemento di Sì alla Vita n.3 di marzo 1998 della fivet omologa facendola addirittura passare per terapia della sterilità ci ha spinti – dopo che uno di noi ha chiesto il parere autorevole di Docenti di Teologia Morale altamente qualificati – di rivolgerci alla Congregazione della Dottrina della Fede ottenendo un’udienza l’8 febbraio 2000 durante la quale abbiamo appurato che l’iter di questa proposta di legge è nato da un’interpretazione errata o compiacente del n. 73 dell'EVANGELIUM VITAE fatta da un porporato specialista in teologia morale, ed è stato ribadito che gli interventi di fecondazione in vitro fatti all'Ospedale San Raffaele di Milano erano contrari al Magistero della Chiesa Cattolica, che 
considera sempre la fecondazione in vitro – omologa ed eterologa – illecita e disumana. 
Nonostante questi pareri sono stati portati a conoscenza del Direttivo e dell’Assemblea del MpV Italiano, dei vertici della CEI e dell’Ordinario Ambrosiano l’iter della proposta di legge di Casini/Ruini è continuato approdando all'approvazione della legge 40 del 19 febbraio 2004. 
In occasione del referendum peggiorativo della legge 40/2004 del 2005 interpretando correttamente il n. 73 di E.V. come legislatori abbiamo cercato d’impedire il peggioramento – non consentendo l’istituto del referendum di poterla migliorare od abolire! - di una legge già esistente invitando ad astenersi ma utilizzando materiale illustrativo da noi prodotto con lo scopo di far conoscere tutta la verità scientifica sulla fecondazione in vitro e mettendo in evidenza la disumanità di una legge che riduce l’uomo ad oggetto nelle mani dei biologi e che permette il sacrificio di 9 embrioni per ottenere un bambino in braccio. 
In estrema sintesi abbiamo riportato solo alcuni passi della via dolorosa che ha portato all'approvazione di questa legge gravemente ingiusta, scandalosa dal punto di vista teologico e pedagogicamente devastante. 
Tutti gli interventi giustificativi di questo assurdo operato, specialmente quelli successivi all'approvazione della legge ed alla sua conferma col referendum sono assurdi ed incomprensibili specialmente se pubblicati sul quotidiano dei Vescovi Italiani, che è letto prevalentemente da praticanti che sono indotti a credere che gli effetti della legge 40 sono positivi visto che aumenta il numero delle coppie che vi fanno ricorso e non viene mai sottolineato abbastanza l’altissimo prezzo in vite umane indifese ed innocenti che si paga per avere un figlio in braccio! Sorprende che né la Morresi né altri abbiano citato l’istruzione della CDF DIGNITAS PERSONAE del dicembre 2008, che più ampiamente della Donum Vitae tratta della fecondazione in vitro a 30 anni dalla nascita della prima bambina in provetta. 
Non è mai troppo tardi per i credenti e siamo certi che questa via crucis dei pro life italiani si concluderà con il trionfo della Verità e della Vita. 


(Articolo non firmato)

sabato 21 dicembre 2013

Lo schiaffo di Costanza Miriano

“La legge che consente l’aborto va eliminata. Adesso ci sono i mezzi per decidere prima e se una donna non vuole più il figlio può abbandonarlo dopo la nascita, ci sono famiglie in fila per l’adozione. E’ possibile abbandonarlo in ospedale senza riconoscerlo”. “Una donna incinta deve essere costretta a partorire” “Dobbiamo essere tutti costretti ad aiutarla ad accogliere il figlio. Va eliminata la possibilità di abortire. Il bambino è un essere umano da subito"
Costanza Miriano,
autrice di due bellissimi libri – "Sposati e sii sottomessa" e "Sposala e muori per lei" - e che gestisce un blog imperdibile, pieno di spunti e riflessioni – ha deciso di affrontare una prova durissima: quella di essere intervistata da Giuseppe Cruciani nel programma La Zanzara su Radio 24. Lo spunto per l'intervista erano le polemiche sorte in Spagna per la pubblicazione del primo dei suoi libri; ma il conduttore – che, come è noto, segue percorsi ed obbiettivi suoi, come è legittimo – ha indotto la giornalista del TG3 a rispondere anche su temi come l'aborto.
Le parole di Costanza Miriano che abbiamo riportato sopra sono uno schiaffo al "politicamente corretto" così diffuso nel mondo cattolico prolife, secondo cui "bisogna applicare interamente la legge 194", soprattutto nelle sue "parti buone", e per il quale non è mai il momento per tentare di abrogarla o di limitare i casi in cui l'aborto – l'uccisione di un essere umano innocente – è autorizzato; sì, perché, secondo la vulgata corrente in quel mondo, la legge 194 "non riconosce l'aborto come diritto" e appresta gli strumenti per evitarlo.

Ci si ritrae, quindi, di fronte alla battaglia contro la legge 194, gettandosi a capofitto sull'aiuto delle donne incinte in difficoltà, che devono essere accolte, comprese, sostenute nella loro "scelta" … non certo obbligate!
Che questo non basti per salvare tutti i bambini che rischiano di essere uccisi (lo sforzo ingente ed ammirevoli dei Centri di Aiuto alla Vita ha permesso, nel 2012, la nascita di circa 10.000 bambini, contro 110.000 uccisi da aborti legali, almeno 40.000 da aborti clandestini, decine di migliaia di embrioni uccisi con le pillole dei giorni dopo e altre decine di migliaia con le tecniche di fecondazione in vitro. I C.A.V., dall'anno della fondazione del primo di essi, quello di Firenze (1975) hanno fatto nascere 150.000 bambini, contro sei milioni di bambini uccisi da aborti legali svolti dal 1978 ad aggi, oltre a quelli clandestini ecc.) evidentemente non induce ad ulteriori riflessioni: no, la legge 194 non si tocca e non si deve toccare!
Lo schiaffo, si diceva: sì, perché affrontando il tema dall'origine, dalla verità dell'aborto ("il bambino è un essere umano da subito"), la Miriano non può che giungere a ritenere necessaria l'eliminazione di una legge che consente l'uccisione di quegli esseri umani ("La legge che consente l'aborto va eliminata"). Non solo: eliminare la legge che consente l'aborto comporta "costringere una donna incinta a partorire"; ma, naturalmente, comporta anche "costringere tutti ad aiutarla ad accogliere il figlio".
"Costringere" significa minacciare sanzioni (non necessariamente il carcere) alla donna che abortisce e gravi sanzioni a coloro che eseguono l'aborto e a coloro che abbandonano la donna incinta in difficoltà, o ancora di più, la spingono a quell'atto.

Impossibile? Assolutamente improponibile? Imbarazzante?
Un fatto è certo: la battaglia per salvare la vita dei bambini si combatte in tutto il mondo (tranne in Italia?) sulle leggi: si cerca di modificarle e cambiarle (Spagna, Texas), si tenta di rafforzare la tutela prenatale con l'inserimento in Costituzione (Ungheria, Irlanda); con gli strumenti giuridici più vari si cerca di far chiudere quante più cliniche che eseguono gli aborti (U.S.A.), anche denunciando i medici, fino a scoprire che alcuni di loro erano dei sadici assassini (Gossnell); si afferma la necessità di tutela dell'embrione anche a livello sopranazionale (Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, 2010); d'altro canto, anche i nemici della vita combattono sulle leggi e nelle Corti: obbligando, per esempio, l'Irlanda a approvare una legge che permetta l'aborto in caso di pericolo di vita. 
Si potrebbe continuare: la battaglia sulla legge 194 – su questa legge ingiusta, che ha permesso l'uccisione cruenta di quasi sei milioni di bambini! – è tutto tranne che secondaria.

Qualche giorno prima dell'intervista della Miriano a La Zanzara avevo letto la bella omelia del Vescovo di Brescia per la festa dell'Immacolata Concezione. 
Mons. Munari osservava: "Mi sembra che tutti – quali che siano le loro preferenze politiche o le loro convinzioni – debbano desiderare sinceramente che i matrimoni durino, che non ci siano aborti, che le persone s'impegnino in una relazione di amore stabile: un matrimonio che dura è un valore maggiore che un legame matrimoniale spezzato; un bambino nato è un valore più grande che un bambino non nato; un impegno di amore per sempre è un valore più grande di un amore incerto, sballottato dagli alti e bassi della vita affettiva. D'altra parte, quando si sono introdotte le leggi sul divorzio e sull'aborto, le si presentavano come scelte necessarie per sanare situazioni di disagio, non come ideali da proporre e da perseguire. È chiaro che un matrimonio stabile immette nella società una preziosa dose di fiducia, di sicurezza, di progettazione e speranza verso il futuro; che garantisce ai figli una crescita più serena, meno tormentata e conflittuale. I figli vedono il mondo attraverso il filtro dei loro genitori: il grande mondo apparirà ai loro occhi amabile e credibile, se il mondo immediato della famiglia apparirà amabile e credibile. È altrettanto chiaro che un aborto è sempre una sconfitta della donna, che pesa inevitabilmente sul suo vissuto e sulla sua gioia di vivere; e che è sempre una sconfitta della società. Dietro a una scelta di aborto c'è un giudizio, almeno implicito, del tipo: non è bene che mio figlio nasca in queste condizioni. Ma questo vuol dire che la società non è ritenuta sufficientemente umana da garantire le condizioni di vita che permetterebbero a una donna di diventare gioiosamente madre."

Il Vescovo si poneva una domanda: "La domanda allora diventa: come è possibile favorire la durata del matrimonio, la nascita dei figli, la progettazione di un futuro familiare, l'offerta ai figli di un ambiente familiare caldo e sicuro, la solidarietà tra le generazioni, la cura personale dei malati e degli anziani e così via? (…) E' possibile favorire l'attenzione al bene di tutti, mettendo anche in conto la possibilità del sacrificio di se stessi? È possibile favorire l'attenzione al bene futuro di altri, anche con la rinuncia a un bene presente nostro?"
La risposta non poteva tralasciare il tema delle leggi ingiuste; ma mons. Munari, in precedenza, aveva già messo le mani avanti: 
"Non m'interessa, in questa sede, la questione delle leggi o di eventuali loro riforme. Desidero, invece, fare un discorso semplicemente umano, riferito al bene delle persone e della società."
La battaglia sulle leggi, quindi, come un aspetto a sé, che viene dopo, che non tocca l'essenza della questione … cosicché la risposta alla domanda che il Vescovo si poneva è debole, balbettante: 
"Ci vorranno anche leggi sagge, ma certo esse non basteranno a garantire i comportamenti virtuosi delle persone; non riusciranno a convincere una persona a rinunciare a una realizzazione personale per il bene della società, forse nemmeno a rinunciare a un bene immediato per la speranza di un bene futuro".
Non voglio certamente contrapporre la Miriano ad un Vescovo: certo è che, con l'agilità del laico slegato dalla correttezza intraecclesiale, la giornalista giunge ad una risposta razionale e convincente. 

Non si tratta solo di approvare "leggi sagge" dal contenuto indefinito; "la legge che consente l'aborto va eliminata".
Grazie, Costanza!

Giacomo Rocchi

domenica 8 dicembre 2013

Democratico?

Davvero interessante ed istruttiva la reazione dell'on. Ivan Scalfarotto – autore della proposta di legge sull'omofobia in discussione al Parlamento italiano – all'esito del referendum costituzionale in Croazia.
Scalfarotto ha presentato un'interrogazione al Ministro degli Affari Esteri: in essa premette che "domenica 1° dicembre si è tenuto in Croazia un referendum sull’emendamento costituzionale che intende limitare l’istituto giuridico del matrimonio alle coppie eterosessuali; (…) alle urne si è recato solo il 37,86% degli elettori. La maggioranza dei votanti, il 65,77%, si è espressa a favore del “sì “al quesito in cui si chiedeva: ”Vuoi definire il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna?”. Contro questa modifica costituzionale si è schierato invece il 33,62% dei votanti".
Come è possibile, si chiede Scalfarotto? Eppure "il 24 giugno 2013 il Consiglio dell’Unione europea ha adottato il documento n. 11492/13 recante “Gli orientamenti per la promozione e la tutela dell’esercizio di tutti i diritti umani da parte di lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI)”; sia l’Italia sia la Croazia sono membri del Consiglio d’Europa e sottoscrittori della Convenzione europea dei diritti umani. Da ultimo con la raccomandazione CM/Rec(2010)5 del Consiglio dei Ministri agli stati membri è stata avanzata la richiesta di adottare misure per combattere la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere"!
L'indignazione, evidentemente non basta: l'on. Scalfarotto "chiede al Ministro quali azioni intenda intraprendere per conto dell’Italia o di quali iniziative intenda farsi promotore presso altri Paesi al fine di verificare e garantire che i diritti umani in Croazia siano pienamente tutelati e che il referendum in questione, per quanto formalmente insindacabile da parte dell’Unione Europea, non risulti essere un espediente che nella sostanza mira ad aggirare gli standard democratici, di rispetto e di inclusione di tutti i cittadini – indipendentemente dal loro orientamento sessuale – che devono inderogabilmente caratterizzare tutti gli Stati membri".

Evidentemente, secondo l'on. Scalfarotto, definire il matrimonio come "unione tra un uomo e una donna" significa effettuare "una discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere": altrimenti perché richiamerebbe la Raccomandazione del Consiglio dei Ministri del Consiglio d'Europa? Chissà cosa avrà pensato dei Giudici della Corte Costituzionale italiana (Sentenza n. 138 del 2010) quando affermarono che "con riferimento all’art. 3 Cost., la normativa del codice civile che contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nell'art. 29 Cost., sia perché la normativa non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio" …

L'on. Scalfarotto, poi, bleffa: la raccomandazione del Comitato dei Ministri della CEDU adottata il 31/3/2010 affrontava il tema "matrimonio" solo per un aspetto: "Gli Stati membri dovrebbero adottare tutte le misure appropriate per accertarsi che, una volta avvenuto e accertato il cambiamento di genere e riconosciuto conformemente ai precedenti paragrafi 20 e 21, sia effettivamente garantito il diritto di una persona transgender di sposare una persona di sesso opposto al suo nuovo sesso". Vedete? Anche quei Ministri consideravano il matrimonio come riferito a persone di sesso diverso, tanto da enucleare il diritto del transessuale a sposare una persona di sesso diverso!
Quei Ministri, che pure raccomandavano agli Stati membri "di vigilare affinché siano adottate e applicate in modo efficace misure legislative e di altro tipo miranti a combattere ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere" si guardavano bene dall'indicare il matrimonio tra persone dello stesso sesso come una delle misure da adottare, menzionando, fra l'altro, la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo secondo cui "qualsiasi differenza di trattamento è ritenuta discriminatoria se non poggia su una giustificazione obiettiva e ragionevole, cioè se non persegue uno scopo legittimo e se non sussiste un ragionevole rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo che si vuole raggiungere".
Anche il Consiglio dell'Unione Europea, nel documento citato da Scalfarotto, parla di tutto, ma non di matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ma sono interessanti altri due aspetti.
Scalfarotto contrappone la volontà del popolo della Croazia espressa nel referendum costituzionale a due documenti approvati da Ministri senza nome e che in nessun modo possono ritenersi legittimati dalla volontà degli elettori, e nemmeno di quella degli eletti delle Assemblee Parlamentari dei due organismi europei. Senza parere, sottolinea che i votanti sono stati pochi, ma si dimentica di ricordare che, anche in Italia, il referendum costituzionale non richiede un quorum di votanti e la modifica costituzionale è approvata se è approvata dalla maggioranza dei voti validi … (art. 138 comma 2 Costituzione).
L'Europa che ha in mente Scalfarotto è questa: non l'Europa dei popoli, ma quella dei corridoi, dei funzionari zelanti che preparano per i loro amici i documenti ridondanti da sottoporre ai Ministri (avete notato il numero della Raccomandazione del Consiglio dell'Unione Europea? 11492! Chiedete ai Ministri se si ricordano di tutti i documenti approvati …)

L'altro aspetto è la curiosa reazione meccanica che è scattata nella mente dell'on. Scalfarotto: "qualcuno pensa che il matrimonio è solo tra uomo e donna? Bisogna punirlo!"
E siccome questo "qualcuno" è, in questo caso, un popolo intero, le sanzioni devono essere quelle internazionali! Quindi il Ministro degli Affari Esteri deve prendere iniziative e intraprendere azioni! E quali, di grazia, on. Scalfarotto? Dichiarerà guerra alla Croazia? Promuoverà un boicottaggio dei prodotti croati? Esprimerà con una nota all'ambasciatore croato il proprio sdegno perché il popolo croato pensa che solo un uomo o una donna possono realizzare un matrimonio?

Si può sorridere … ma il problema è che l'on. Scalfarotto questa punizione di chi la pensa diversamente da lui la vuole realizzare davvero in Italia e le sanzioni che ha in mente sono sanzioni penali …

Un'ultima riflessione: l'on. Scalfarotto è davvero democratico?
Un'ultima domanda ai dirigenti del Partito Democratico: la presenza dell'on. Scalfarotto non inizia a diventare imbarazzante?


Giacomo Rocchi