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martedì 17 agosto 2010

Ancora su "Un'Agenda bioetica..."

Gentile Dott. P....,
Sono un medico e, anche se non metto in dubbio la Sua buona fede, mi trovo completamente d’accordo con quanto asserisce il dott. Rocchi (vedi Un'Agenda bioetica o le solite bufale?).
Con l’occasione desidero sottoporre alla Sua attenzione alcuni aspetti “medici” della legge 194/78 che mi sembrano particolarmente importanti:
1) La legge 194 (come le altre leggi permissive in materia d’aborto del mondo occidentale) non è stata richiesta dai medici, né in particolare dai ginecologi, ma è stata voluta esclusivamente dai politici. La ragione è che, già negli anni ’70, erano quasi completamente scomparse le indicazioni all’aborto terapeutico (inteso come mezzo assolutamente indispensabile per salvare la vita della madre o per evitare danni gravissimi alla sua salute) grazie allo straordinario sviluppo della medicina avvenuto a partire dagli anni ’50. Anche la mortalità per aborto clandestino era molto rara ( circa 30 decessi all’anno, lo 0,2% della mortalità femminile in età feconda). Per quei casi rarissimi in cui, per ragioni mediche, l’aborto terapeutico era assolutamente indispensabile, questo era legalmente possibile anche prima della legge 194 ricorrendo all’articolo 54 del codice penale (stato di necessità). Negli anni ’70, quindi, i medici italiani non chiedevano un allargamento delle indicazioni dell’aborto legale ma nuove leggi che permettessero i trapianti d’organo. Queste sì erano necessarie per salvare delle vite umane, non la legge 194.

2) La legge 194, mai richiesta dai medici, è stata invece tenacemente voluta dai soli politici esclusivamente per motivi ideologici. Le ideologie che promuovono le leggi abortiste, entrambe di origine anglosassone, sono:
a) l’ideologia femminista radicale che vede nella scelta della donna (choice) fra proseguire o abortire un suo diritto irrinunciabile per la parificazione della donna rispetto all’uomo e alla società.
b) L’ideologia antinatalista neomaltusiana che ispira la potentissima IPPF ( International Planned Parenthood Federation) che, ha partire dal 1969, promuove in tutto il mondo leggi permissive in materia di aborto con lo scopo di abbattere, anche con questo mezzo, la crescita della popolazione mondiale. Fin dall’inizio degli anni ’70 questa politica è fortemente sostenuta e finanziata dai Presidenti Democratici degli USA, da numerose fondazioni nord-americane ed è stata sponsorizzata dall’ ONU tramite l’UNFPA (United Nations Fund for Population Activities), e dall’Unione Europea.

3) Per promuovere la legge 194, negli anni ’70, i politici (Pannella in testa) hanno ipocritamente assunto il ruolo di difensori e promotori della salute delle donne. Secondo loro era indispensabile approvare una legge permissiva in materia di aborto legale perché ogni anno in Italia morivano per aborto clandestino 20000-25000 donne. Queste cifre sono state divulgate da giornali come il Corriere della Sera e La Stampa e sono state riportate anche in tre disegni di legge depositati in Parlamento nel 1972. Se queste affermazioni fossero state vere la Soc. Italiana di Ostetricia e Ginecologia e anche la Magistratura se ne sarebbero accorte ben prima dei politici. Cifre assurde, allora mai ufficialmente smentite né dalla Società di Ostetricia e Ginecologia né dai competenti organi della Magistratura. Queste menzogne inaudite hanno però contribuito potentemente all’approvazione della legge 194.

4) La sentenza della Corte Costituzionale n° 27 del 12/ 2/ 1975 afferma la liceità costituzionale del solo aborto terapeutico diretto a proteggere non solo la vita, ma anche la salute della madre. La sentenza però precisa: “…… ritiene anche la Corte che sia obbligo del legislatore predisporre le cautele necessarie per impedire che l'aborto venga procurato senza seri accertamenti sulla realtà e gravità del danno o pericolo che potrebbe derivare alla madre dal proseguire della gestazione……. ". Perciò non sono costituzionalmente ammissibili né l’aborto a semplice richiesta della donna nei primi 90 giorni di gravidanza, né l’aborto eugenetico. Come ha fatto allora il legislatore a legalizzare “di fatto” l’aborto a richiesta e l’aborto eugenetico? Ha regolamentato per legge il solo aborto terapeutico, stabilendo però che nei primi 90 giorni di gravidanza è la sola donna che, a suo insindacabile giudizio, valuta se l’aborto è necessario per la sua salute fisica o psichica e decide di richiederlo al Sevizio Sanitario, che è obbligato ad eseguirlo. Nel caso di “rilevanti anomalie o malformazioni” l’aborto è legale fino alla 24a settimana di gravidanza perché mettere al mondo un figlio malato o con una malformazione rappresenta un “pericolo” per la salute, anche solo psichica, della madre persino quando la malformazione o la malattia potrebbero essere corrette o guarite prima o dopo la nascita.

Conclusione: In trent’anni sono stati eseguiti in Italia cinque milioni di aborti, tutti “formalmente terapeutici”, per salvaguardare la salute fisica e psichica della madre, in un’epoca in cui il progresso della medicina ha quasi del tutto azzerato la necessità del vero aborto terapeutico e permette di tutelare la salute delle donne e dei nascituri in modo ben diverso . Al contrario i politici, con la legge 194/78 e con la collaborazione dei medici non obbiettori, sono riusciti ad uccidere un numero di vite umane superiore a quello che, nello stesso periodo di tempo, ha ucciso il cancro. Non pensa, dr. Privitera, che questo sia un fatto umanamente e scientificamente inaccettabile, e che in questo campo la medicina sia diventata serva dell’ideologia?

Cordiali saluti
Dr. Roberto Algranati

giovedì 4 giugno 2009

Nazioni Unite contro la tortura o contro i bambini?


Il Comitato contro la Tortura delle Nazioni Unite (CAT, per la sua sigla in inglese), ha deciso di adottare sedici raccomandazioni nei confronti dello Stato del Nicaragua, che ha sottoscritto la Convenzione contro la Tortura nel 1985 e l'ha ratificata nel 2005.
La sedicesima raccomandazione?
"Il Comitato esprime la sua profonda preoccupazione per il divieto generale dell’aborto negli artt. 143 e 145 del codice penale, compresi i casi di violenza sessuale, incesto o di gravidanza che probabilmente minacciano la vita delle donne, che in molti casi, sono direttamente collegate ai reati di violenza sessuale. Questa situazione significa per i gruppi di donne una costante esposizione a violazioni commesse contro di esse, che producono un grave stress traumatico con il rischio di soffrire prolungati problemi psicologici, come ansia e depressione.
Il Comitato nota con preoccupazione che le donne che chiedono l’aborto per le predette circostanze corrono il rischio di una sanzione penale.
Il comitato è preoccupato che la legge che autorizzava l’aborto terapeutico in queste condizioni era stata abrogata dal Parlamento nel 2006 e che dopo l’adozione di questo divieto sono stati documentati vari casi nei quali la morte di una donna incinta è stata associata alla mancanza di un opportuno intervento medico diretto a salvarle la vita, in chiara violazione delle numerose norme di deontologia medica.
Il Comitato osserva con preoccupazione che il personale medico può essere sottoposto ad indagini e sanzionato penalmente per la pratica dell’aborto terapeutico".

Le "preoccupazioni" del Comitato si traducono in dictat per il piccolo stato che - democraticamente, con una legge del Parlamento - si era permesso di andare contro le potenti Agenzie delle Nazioni Unite:
"Il Comitato esige che lo Stato riveda la sua legislazione in materia di aborto, così come era stato raccomandato dal Consiglio dei Diritti Umani, dal Comitato per la eliminazione della discriminazione contro la donna e dal Comitato dei diritti economici, sociali e culturali nelle sue ultime osservazioni finali, e studi la possibilità di prevedere eccezioni al divieto generale di aborto per i casi di aborto terapeutico e per le gravidanze conseguenti a violenza sessuale o incesto. In conformità alle direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo Stato deve garantire il trattamento immediato e senza condizioni delle persone che richiedono un intervento medico di emergenza. Lo Stato deve evitare di sottoporre a sanzioni i professionisti della medicina nell’esercizio della loro responsabilità professionale".

Si dirà: se il Comitato contro la Tortura fa queste raccomandazioni, evidentemente la Convenzione contro la tortura (approvata dall'ONU nel 1984) vieta la penalizzazione dell'aborto. Vediamo la definizione di "tortura": "qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di
intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate."

Ovviamente la penalizzazione dell'aborto volontario non ha niente a che vedere con la tortura delle donne.
Piuttosto è l'aborto che ha a che fare con la tortura e l'uccisione dei bambini.

Queste sono le Nazioni Unite, quelle che dovevano servire "a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana" (Preambolo allo Statuto dell'ONU) ...

Giacomo Rocchi