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giovedì 12 luglio 2012

Davvero l'aborto non è un diritto in Italia? Risposta ad Assuntina Morresi \3

Concludiamo con il presente post il commento ad un passo dell'intervista che Assuntina Morresi ha rilasciato al sito dell'UCCR. Come sempre abbiamo fatto, le argomentazioni sono sui contenuti dell'intervista, sul merito della questione. Certo, se alcune affermazioni vengono fatte da persone importanti, e che per di più rappresentano in qualche modo una "linea politica" (che è quella di Eugenia Roccella), l'urgenza di commentare diventa più forte. E' un "commento", con argomentazioni che ci sembrano pacate e razionali, non un "attacco"; è la segnalazione di un dissenso ragionato.
Assuntina Morresi, sul sito "strano cristiano", definisce i due post frutto di un "atteggiamento molto stupido"; successivamente definisce gli attacchi "divisivi" (in altre parole: esprimo un'opinione contraria alla sua), arroganti e un po' vili. Non commento gli aggettivi, se non esprimendo il mio stupore per il richiamo alla "viltà": la rete è un "luogo" dove circolano le idee e dove si commentano i fatti e le parole; è uno strumento bello e "democratico", perché permette a molti - che non hanno la possibilità di ricorrere ai mass media - di esprimersi. Non capisco cosa ci sia di vile in questo. D'altro canto, chi rilascia un'intervista ad un giornale (o, nel caso di specie, ad un sito web), evidentemente si aspetta che le parole che pronuncia siano lette e commentate.
La prof.ssa Morresi non riferisce il merito delle argomentazioni che espongo (non indica nemmeno che i due post sono apparsi su Notizie prolife: invece, voi sapete dove leggere le considerazioni della prof.ssa Morresi), accusa il sottoscritto di attaccare lei e non altri (un po' come quando uno trova il vigile che gli ha fatto la multa: perché non va, invece, a multare quelli là ...) e conclude: "Per combattere una legge bisogna innanzitutto conoscerla. Urlare “non la voglio, perché è ingiusta” (io l'ho fatto nel referendum del 1981, quello che abbiamo perso), lascia il tempo che trova e non porta a niente, anche se ha indubbiamente alcuni vantaggi: non ci si espone in modo pericoloso, e ci si sente a posto con la coscienza".

Spero che la prof.ssa Morresi abbia letto i due post in cui inizio a dimostrare di conoscere la legge 194. Le riflessioni - come preannunciato, di tipo giuridico - che espongo di seguito sono, comunque, il sunto di un contributo a "L'aborto e i suoi retroscena", a cura di Virginia Lalli e Alessia Affinito, IF Press, 2010. Sul tema dell'aborto ho scritto anche un contributo su "Legge 194, trent'ani dopo, Gribaudi, Milano, 2008".
Torniamo al testo dell'intervista: "“Cosa ne pensa di questi tentativi di limitare la libertà del medico?” «L’attacco all’obiezione di coscienza serve per far passare l’idea che abortire è un diritto. Nella legge 194, invece, l’aborto non è considerato un diritto, ma l’ultima opzione possibile nel caso di una maternità rifiutata. Stiamo parlando del testo di legge, e non della percezione che invece si ha, dell’aborto. Attaccare l’obiezione di coscienza nei termini in cui si sta facendo in questi ultimi mesi significa affermare che chi obietta lede un diritto, quello di abortire.»
Che la legge 194 crei un diritto della donna di abortire, almeno nei primi novanta giorni, si ricava da tre considerazioni, alle quali deve essere anteposta l'osservazione che perché sorga un diritto non è necessario che la legge lo stabilisca esplicitamente.
Il primo dato è quello della depenalizzazione dell'aborto volontario che non può non richiamare il principio penalistico stabilito dall'art. 51 del codice penale secondo cui "L'esercizio di un diritto ... esclude la punibilità". In effetti, la lievissima pena prevista per la donna maggiorenne (la minorenne è in ogni caso esente da pena) non è dettata per il caso di "aborto eseguito in assenza dei gravi pericoli per la salute della donna" (come sarebbe dovuto derivare dalla sentenza della Corte Costituzionale del 1975), ma solo per l'aborto eseguito senza seguire le procedure di legge.
Il secondo dato è l'esistenza di un dovere di eseguire l'aborto a richiesta della donna. Tutti sappiamo che, se qualcuno ha un diritto, qualcun altro ha l'obbligo di rispettarlo e, se richiesto, di attuarlo e nessuno può impedire che il diritto venga esercitato. Ebbene: la legge 194 prevede, appunto, che nessuno possa impedire alla donna di abortire se lo richiede (salvo l'obbligo di aspettare sette giorni ...): né il padre del bambino, né i genitori, né i medici. Questi ultimi, come abbiamo già visto, non possono rifiutarsi di rilasciare l'attestato che, sette giorni dopo, permetterà alla donna di abortire, anche se sono convinti che le cause che la stessa "accusa" sono inesistenti. Inoltre, come scritto esplicitamente dall'art. 9, comma 4, della legge 194, gli ospedali "sono tenuti in ogni caso ad assicurare l'espletamento delle procedure e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza"; quindi un obbligo della struttura, che non può rifiutarsi; e, corrispondentemente anche un obbligo dei sanitari che non hanno prestato obiezione di coscienza. In effetti, se un medico non obiettore si rifiuta di eseguire un aborto, riceve delle sanzioni (disciplinari e/o penali).
Il terzo dato è che il diritto di aborto è stato esplicitamente riconosciuto dai Giudici civili. Come è noto, sono essi quelli che riconoscono i diritti e condannano chi li ha lesi a risarcire il danno a favore del titolare. Questo avviene ripetutamente in Italia, da molti anni, e da parte della Cassazione, nel caso di donne che non hanno potuto esercitare il loro diritto ad abortire per non essere state avvisate dai sanitari delle possibili malformazioni del nascituro. In queste sentenze si parla esplicitamente di "diritto di aborto", anche con riferimento a quello compiuto nel secondo trimestre di gravidanza.

Un'ultima considerazione: una cosa è dire come la legge dovrebbe essere; un'altra è riconoscere come una determinata legge è effettivamente. L'ottica dei post - forse non del tutto compresa dalla prof.ssa Morresi - è questa: come è fatta la legge sull'aborto davvero? Contrapporre la legge 194 (una legge nazionale) ad una risoluzione del Consiglio d'Europa confonde le idee: tutti abbiamo esultato per quella risoluzione perché è una fiammella di speranza di cambiamento della legge 194.

Per ora, la legge è quella: è la stessa legge ingiusta così definita nel 1981 da Assuntina Morresi (e da me); non è cambiata. Il fatto che quel referendum sia stato perso non ha cambiato l'ingiustizia di quella legge. Molti di quei milioni di bambini uccisi per l'aborto sono stati uccisi perché abbiamo perso quel referendum.

Giacomo Rocchi

mercoledì 11 luglio 2012

Davvero l'aborto non è un diritto in Italia? Risposta ad Assuntina Morresi \2

Ripartiamo, allora, dalla risposta che Assuntina Morresi ha dato nell'intervista al sito UCCR sull'obiezione di coscienza:
«L’attacco all’obiezione di coscienza serve per far passare l’idea che abortire è un diritto. Nella legge 194, invece, l’aborto non è considerato un diritto, ma l’ultima opzione possibile nel caso di una maternità rifiutata. Stiamo parlando del testo di legge, e non della percezione che invece si ha, dell’aborto. Attaccare l’obiezione di coscienza nei termini in cui si sta facendo in questi ultimi mesi significa affermare che chi obietta lede un diritto, quello di abortire.»
Da questa frase abbiamo ritenuto che emergesse con chiarezza la posizione della Morresi sulla bontà della legge 194 e sulla inopportunità di abolirla. Nella risposta precedente l'intervistata aveva affermato anche che "Non si può essere costretti a uccidere esseri umani per legge, anche se si tratta di una legge decisa in istituzioni democratiche. La tutela dell’obiezione di coscienza è indice del rispetto della coscienza dei cittadini, indice di civiltà di un popolo e di chi lo governa": quindi la situazione attuale, in cui l'obiezione di coscienza è (ancora) tutelata dimostra che siamo un "popolo civile con governanti civili" (anche se, appunto, le istituzioni democratiche e il popolo nel referendum ha permesso l'uccisione di milioni di bambini innocenti ...).

Morresi contrappone testo di legge a percezione che si ha dell'aborto: la "gente", cioè, avrebbe una "percezione sbagliata"; crede erroneamente che ogni donna nei primi mesi di gravidanza può abortire a semplice richiesta; invece no, la legge (anzi: il "testo della legge") è tutto diverso; le donne che chiedono di abortire sono autorizzate a farlo solo in pochissimi casi, solo quando tutte le "opzioni" sono state prese in considerazione (soldi, alloggio, adozione, cure ecc.) ... non è un diritto!
Le risposte sono di due tipi (oltre ad un terzo: non ci prendete in giro!).
La prima risposta è leggere il "testo di legge" invocato dalla Morresi. La quale, peraltro, deve essersi fermata all'articolo 4, senza andare oltre; così accontentandosi del proclama iniziale secondo cui "Lo Stato ... tutela la vita umana dal suo inizio", alla definizione ipocrita secondo cui "l'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite", all'articolo "buonista" che presenta i consultori familiari come strutture che assistono la donna in gravidanza, contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurla all'aborto, e, infine, appunto, all'articolo 4 che finge - finge! lo vedremo subito dopo - che l'aborto nei primi novanta giorni possa essere eseguito solo quando la "prosecuzione della gravidanza comporterebbe un serio pericolo per il suo stato di salute fisica o psichica, in relazione al suo stato di salute, alle sue condizioni economiche o sociali o familiari o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito".
Vedete, sembra dirci la prof.ssa Morresi? La vita umana è tutelata, la donna incinta la aiutano in ogni modo e l'aborto è permesso solo in casi specifici, mica sempre ... 


Peccato che c'è l'art. 5 ... il quale prevede che la donna che intende abortire si reca ad un consultorio o da un medico di sua scelta, dice che vuole abortire, il medico del consultorio le rilascia un "attestato" (non un certificato!) in cui dà atto che la donna ha chiesto di abortire; dopo sette giorni la donna può recarsi all'ospedale per abortire.
Le cause della richiesta della donna? Irrilevanti: qualunque sia il motivo addotto, il medico deve rilasciargli l'attestato e non ha nessuna possibilità di verificarlo.
Il medico può rifiutarsi di rilasciare l'attestato? No.
L'ospedale può rifiutarsi di eseguire l'aborto? No.
Se la donna è al quinto aborto (e, quindi, usa chiaramente l'aborto come mezzo di controllo delle nascite), i medici si possono rifiutare? No.
Se, durante il colloquio, la donna si rifiuta di ascoltare quanto il medico le dice, il medico può rifiutarsi di rilasciare l'attestato? No.
Il medico è obbligato a indirizzare la donna ad un centro di aiuto alla vita? No.
Se il medico indica alla donna un Centro di aiuto alla vita, la donna è obbligata a rivolgersi ad esso? No. Se il medico dell'ospedale sa che non esiste il motivo che la donna ha addotto, può rifiutarsi di eseguire l'aborto? No.
Il padre del bambino può impedire alla donna di abortire? No.
Il padre del bambino può interloquire sulla scelta di abortire? No.
La donna che ha abortito dopo il rilascio dell'attestato rischia qualche sanzione se ha accusato motivi inesistenti? No.

E allora: l'aborto è un diritto?
La seconda risposta è di tipo giuridico. La prof.ssa Morresi parla del testo della legge e, quindi, intende riferirsi al concetto di "diritto" in senso tecnico.
Daremo questa risposta nel prossimo post.

Giacomo Rocchi

lunedì 9 luglio 2012

Davvero l'aborto non è un diritto in Italia? Risposta ad Assuntina Morresi \1

Il meritorio sito web dell'UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali) http://www.uccronline.it/ ha avviato una campagna a difesa dell'obiezione di coscienza dei medici per contrapporsi all'attacco sempre più violento orchestrato dalla famigerata Consulta di Bioetica. La campagna si intitola: "L'obiettore è un buon medico" (mi permetterei di aggiungere: l'obiettore è un buon infermiere, un buon operatore socio-sanitario, un buon farmacista).
Consiglio vivamente di accedere a questo sito, davvero pieno di contenuti e fedele all'impegnativo nome che si è dato.

L'UCCR ha intervistato, tra gli altri, Assuntina Morresi, che non ha mancato di riproporre la sua visione della legge 194. Riportiamo il passo (l'intervista completa è al seguente link: http://www.uccronline.it/2012/06/28/lobiettore-e-un-buon-medico-parla-assuntina-morresi/):

“Cosa ne pensa di questi tentativi di limitare la libertà del medico?” «L’attacco all’obiezione di coscienza serve per far passare l’idea che abortire è un diritto. Nella legge 194, invece, l’aborto non è considerato un diritto, ma l’ultima opzione possibile nel caso di una maternità rifiutata. Stiamo parlando del testo di legge, e non della percezione che invece si ha, dell’aborto. Attaccare l’obiezione di coscienza nei termini in cui si sta facendo in questi ultimi mesi significa affermare che chi obietta lede un diritto, quello di abortire.»

Il giudizio di Assuntina Morresi sulla legge 194 di legalizzazione dell'aborto è noto: "Una buona legge, una delle migliori leggi sull'aborto nel mondo" (Tempi, 29/11/2007).

Scopriamo, allora, che la giusta battaglia per la difesa di questo diritto fondamentale degli operatori sanitari, una battaglia da cui non ci si può astenere, rischia di nascondere i dissensi che all'interno del mondo cattolico italiano, e anche del mondo prolife, esistono. Farli venire alla luce in maniera razionale non dovrebbe certo  intimorire un sito che - giustamente - si richiama alla razionalità del cristianesimo.

Inizio da una domanda provocatoria: la battaglia per la difesa dell'obiezione di coscienza è un'azione a difesa della legge 194? A leggere Assuntina Morresi sembra proprio di si: questa legge, oltre ad essere "una delle migliori del mondo" e a permettere l'uccisione del bambino solo come "ultima opzione possibile", ha anche previsto il diritto all'obiezione di coscienza dei sanitari, mostrandosi, così illuminata, democratica, rispettosa delle opinioni di tutti e della libertà religiosa e di coscienza.
Quindi: Viva la 194?

Non è che la Morresi vede questa azione come una delle battaglie di retroguardia che hanno caratterizzato la parte prevalente della politica cattolica nell'ultimo decennio? Consentiamo la produzione in vitro dell'uomo pur di evitare il "far west della provetta" e la fecondazione eterologa; sosteniamo l'astensione al referendum sulla legge 40 per sommare ai nostri pochi voti la massa degli astensionisti; lottiamo contro l'aborto chimico (RU486) perché l'aborto chirurgico (cioè la macellazione del bambino, invece del suo avvelenamento) è più sicuro per la salute della donna; facciamo la legge sul testamento biologico che permetterà (anche se non si può dire) l'eutanasia, perché altrimenti la decidono i Giudici; e ora: fate pure gli aborti, ma lasciateci la libertà di non farli?

Oppure l'obiezione di coscienza deve essere vista come una previsione doverosa da parte di uno Stato che, nel 1978, aveva compiuto la scelta più abietta: permettere l'uccisione dei bambini innocenti?
Si può combattere per l'obiezione di coscienza dei sanitari senza ribadire che la legge che ha consentito di sterminare cinque milioni e mezzo di bambini è integralmente iniqua, è una "non legge" dal punto di vista del diritto naturale?

Ecco che quella frase lasciata cadere dalla Morresi nell'intervista all'UCCR non è per niente casuale. La frase è una presa di posizione implicita, ma "pesante": la legge 194 non si tocca, non si deve modificare: e ciò viene affermato chiaramente contro chi, nel mondo cattolico e prolife, non si stanca di ribadire la iniquità di questa legge, tanto da immaginare un'iniziativa referendaria.
Come è noto, questo è la posizione pregiudiziale per essere ammessi al tavolo del potere in Italia. Se parli di abolire la 194, sei fuori; se premetti che non intendi modificarla ... vieni, possiamo parlare e vedere cosa fare insieme.

Ecco perché, nel prossimo post, vedremo come, al contrario, sì: la legge 194 considera l'aborto volontario - cioè la volontaria soppressione di un essere umano - un diritto; anzi, un diritto pieno e potestativo, il cui esercizio è rimesso alla semplice volontà della donna.

Giacomo Rocchi