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mercoledì 11 marzo 2015

"Importanti mediazioni" e "principi non negoziabili"

Come sappiamo, il Parlamento Europeo ha approvato ieri la Risoluzione Tarabella, nonostante gli appelli e le migliaia di firme raccolte per convincere i parlamentari europei attenti al tema della difesa dei diritti umani, primo fra tutti il diritto alla vita, ad opporsi.

Leggiamo:
"Il Parlamento Europeo:
...AE. considerando che i diritti sessuali e riproduttivi sono diritti umani fondamentali e che dovrebbero essere presi in considerazione nel programma d'azione dell'Unione in materia di salute;
AF. considerando che la formulazione e l'attuazione delle politiche sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi sono di competenza degli Stati membri; ...
"45. osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanità, 2014);
46. rileva che l'elaborazione e l'attuazione delle politiche in materia di salute e diritti sessuali e riproduttivi e in materia di educazione sessuale sono di competenza degli Stati membri; sottolinea, nondimeno, che l'UE può contribuire alla promozione delle migliori pratiche fra gli Stati membri;
47. insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l'accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva;
48. sottolinea l'importanza delle politiche attive di prevenzione, educazione e informazione dirette ad adolescenti, giovani e adulti affinché i cittadini possano godere di una buona salute sessuale e riproduttiva, evitando in tal modo malattie trasmesse sessualmente e gravidanze indesiderate"

Silvia Costa è un politico di lungo corso: è stata eletta alla Camera dei Deputati la prima volta nel 1983 (si, sono davvero 32 anni fa!). Evidentemente consapevole della necessità di tenersi aggiornata sulle nuove tecniche di comunicazione e sulla scia luminosa del Presidente del Consiglio, ha subito commentato su Twitter il suo voto:
"Con emendamento PPE che ribadisce che sanità e diritti sessuali e riproduttivi sono competenza nazionale ho votato a favore della #Tarabella"
Successivamente ha emanato una dichiarazione non molto più lunga: 
"La competenza in materia sanitaria e di diritti sessuali e riproduttivi resta degli Stati Membri, anche se a livello europeo tali diritti vanno tutelati e promossi. Con questa importante mediazione, per la quale ho lavorato insieme ad altro colleghi del PD, ho votato a favore della Risoluzione Tarabella sulla parità tra donne e uomini nell’Unione Europea. Nel testo Tarabella così emendato si chiede di agevolare l’accesso delle donne a tali diritti ma rispettando sensibilità e legislazioni nazionali: un risultato che completa gli altri contenuti della relazione, largamente condivisibili"
Ecco qui: "Importante mediazione". 
Certo, è davvero un grande risultato affermare solennemente che l'accesso alla contraccezione e all'aborto è un diritto umano fondamentale ma rimettere agli Stati membri le modalità con cui attuare questo principio ..."

L'on. Silvia Costa sa bene che la precedente bocciatura della Relazione Estrela le era stata addebitata (la Costa si era astenuta) in quanto "cattolica del PD": nell'intervista a Tempi del 13/12/2013 sosteneva di non condividere l'impostazione culturale della Risoluzione che "faceva dell'aborto un totem e lo considerava un diritto umano" e concludeva che occorreva agire 
"senza rinunciare ai propri princìpi ma nemmeno lasciandosi trasportare dagli opposti estremismi o delegando agli stati membri. Questi problemi si riproporranno di nuovo. Sarebbe utile allora prendere esempio da quello che in Italia è stato fatto con la legge sull'aborto, dove – al di là delle opinioni – c’è stata la preoccupazione di trovare un equilibrio fra diritti e realtà. La 194 è stata fatta bilanciando la garanzia dell’accesso all'aborto in sicurezza e ad alcune condizioni con la tutela della vita umana, l’obiezione di coscienza e il valore sociale della maternità".
A ognuno le proprie riflessioni. Io ne faccio due:
- evidentemente il nuovo corso del PD pretende anche (soprattutto?) dai cattolici una manifestazione palese e pubblica di "elasticità" su certe questioni; evidentemente una eventuale ricandidatura (o incarico di nomina politica) sarà possibile solo per coloro che hanno fatto vedere al capo che si sono adeguati; evidentemente non voterò candidati del genere;
- l'on. Silvia Costa provi a ripetere (o magari a scrivere su Twitter ...) "principi non negoziabili" ...

Giacomo Rocchi

sabato 8 novembre 2014

Le favole della LAIGA sull'obiezione di coscienza all'aborto

Quando la Relazione del Ministro della Salute sull'attuazione della legge 194 sull'aborto ha messo nero su bianco che il numero degli obiettori di coscienza non incide affatto né sulla efficienza del "servizio" (sic!), né, tanto meno, sulla quantità di lavoro dei medici non obiettori, l'imbarazzo di coloro che stanno combattendo contro l'esercizio della coscienza da parte dei sanitari è stato palese.

Vi ricordate? Il quadro che era stato pubblicamente rappresentato e che ha costituito la base del ricorso della CGIL al Consiglio Sociale Europeo era di donne rifiutate dagli ospedali, costrette ad emigrare in altre Regioni per esercitare il loro diritto ad abortire e, insieme, quello dei pochi medici non obiettori sottoposti a turni di lavoro massacranti e costretti a dedicarsi soltanto agli aborti, quindi senza nessuna possibilità di qualificazione professionale. Il ricorso della CGIL lamentava, infatti, anche la lesione dei diritti dei lavoratori non obiettori.

Il fatto è che la Relazione del Ministro, quest'anno, si basa su dati indiscutibili ed approfonditi.
Sull'efficienza del "servizio aborto", leggiamo: 
"Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di IVG effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 (61.5% rispetto a 59.6%) ed è leggermente diminuita la percentuale di IVG effettuate oltre 3 settimane di attesa (15.5% nel 2012 rispetto al 15.7% nel 2011), persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra Regioni".
Avete capito bene: quando voi dovete fissare con un ospedale pubblico un'operazione qualsiasi, che tempi di attesa vi aspettano? Beh, ora sappiamo quali sono i tempi di attesa delle donne che intendono abortire: più di tre su cinque sono sottoposte all'intervento entro due settimane dal rilascio del certificato. Attenzione: la legge prevede che l'intervento non possa essere effettuato prima di una settimana dal certificato; questo significa che tre donne su cinque ricevono il "trattamento" richiesto entro una settimana!

E sul carico di lavoro dei medici non obiettori? Il Ministro della Salute riferisce di dati raccolti in un "tavolo tecnico" istituito con tutte le Regioni: quindi non si è limitato a raccogliere i dati che le Regioni trasmettevano, ma ha ulteriormente approfondito l'argomento. Ebbene, tra i tanti emerge questo dato clamoroso: 
"i dati relativi al 2012 confermano il trend del 2011: considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di IVG per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0.4 della Valle D’Aosta alle 4.2 del Lazio, con una media nazionale di 1.4 IVG a settimana".
Ancora una volta avete capito bene: i medici non obiettori costretti a fare solo aborti con turni massacranti? In media, ciascuno di loro fa 1,4 aborti a settimana, quindi non vi dedica più di mezz'ora! La situazione peggiore è quella del Lazio: 4,2 aborti a settimana in media: quindi circa due ore a settimana!

Di fronte a questi dati oggettivi e indiscutibili, la tattica non poteva che essere quella di gettare dapprima un po' di fumo, e poi cominciare nuovamente a raccontare storie, facendo finta che non sia successo nulla.
La LAIGA (l'associazione dei medici non obiettori) si fa carico di entrambi i compiti. 
Subito dopo la diffusione della Relazione ministeriale, ad esempio, su Il Fatto Quotidiano erano state intervistate la Presidente d.ssa Silvana Agatone e la d.ssa Giovanna Scassellati. Quest'ultima aveva definito "favole" i dati del Ministro e delle Regioni, tuttavia ben guardandosi dal contestarle: 
"Noi così crediamo alle favole – commenta amara – Il San Camillo fa un terzo di tutte gli aborti della regione Lazio. Nel mio reparto di ginecologia, siamo senza primario, lavoriamo sotto organico e su un sacco di turni. Il problema è che non ci si ribella mai, e quando lo si fa, si viene penalizzati": 
assoluta genericità, come si addice alla funzione del discorso, sollevare un po' di fumo. 
E del resto, scendere sui dati oggettivi è molto rischioso, come dimostrava subito dopo l'intervento della Presidente della LAIGA, d.ssa Agatone:
"Anche i numeri sul carico di lavoro settimanale non collimano con quelli della realtà lavorativa quotidiana, come conferma Silvana Agatone, presidente della Laiga. “All’ospedale Pertini di Roma siamo in tre a fare 80 interruzioni di gravidanza al mese, cui ci sono ad aggiungere gli aborti terapeutici". 
La Agatone sarebbe, quindi, uno dei medici "massacrati" dai turni di IVG? Secondo il suo stesso esempio "drammatico" del Pertini di Roma, gli aborti volontari sarebbero circa 20 alla settimana, oltre a un solo aborto "terapeutico" (cioè dopo i primi 90 giorni di gravidanza, che sono il 4% del totale). Quindi, ogni medico fa 7 aborti alla settimana, in circa tre ore ... 
D.ssa Agatone, prima di "sparare" numeri, provi a ragionarci sopra; soprattutto, per usare l'espressione della d.ssa Scassellati, non ci racconti favole!

Ma questo era il "fumo", diffuso perché i dati del Ministro della Salute non venissero compresi. Dopo qualche settimana, ecco il Congresso Nazionale della Laiga, ovviamente ben "coperto" dalla stampa nazionale: e, così, su Repubblica.it la d.ssa Agatone può nuovamente proclamare che l'accesso all'aborto è sempre più difficile e che le donne sono costrette ad "emigrare" da una Regione all'altra (dato che le Relazioni ministeriali hanno sempre mostrato, fin dagli anni '80). Ovviamente taciuto il dato sull'efficienza del servizio. 
La tattica è quella di evidenziare un'emergenza che non esiste. Leggiamo cosi:
"Per questo Laiga ha inaugurato una rete nazionale di avvocati aiuterà le donne che hanno avuto difficoltà nell'accesso all'interruzione di gravidanza. "Attualmente i medici non obiettori applicano con preoccupazione la legge 194 - spiega la presidente Silvana Agatone - non solo perché le strutture non forniscono i mezzi ed il personale necessario, ma anche perché si opera tra mille difficoltà anche burocratiche e organizzative. A tutela delle scelte degli operatori, sarà presentata una rete di avvocati presenti su tutto il territorio nazionale, pronti a seguire l'iter di eventuali denunce nei confronti dei ginecologi e del personale non obiettore e a salvaguardia delle donne cui non siano riconosciuti i propri diritti riproduttivi"
Ecco: aspettiamo cause di donne cui è stato impedito di abortire. Che voi sappiate, questo diritto è stato negato a qualche donna che aveva in mano il famigerato "certificato"? 
E le denunce nei confronti del personale non obiettore? La d.ssa Agatone non può evitare di usare l'aggettivo "eventuali" ... sapete di qualche medico non obiettore che è stato denunciato?
Veramente iniziamo ad avere conoscenza di sanitari obiettori denunciati, vilipesi, oltraggiati, fatti licenziare ... ma, si sa, questo non conta. 

Favole ...

Giacomo Rocchi

venerdì 18 luglio 2014

Colpa degli obiettori di coscienza? /3

Come avevamo previsto, l'arresto di due medici non obiettori che praticavano l'aborto nell'ospedale di Cerignola e si facevano pagare per ogni intervento 100 euro con la minaccia, implicita o esplicita, di lasciare decorrere il termine di 90 giorni dall'inizio della gravidanza, viene strumentalizzato come caso che dimostrerebbe che gli obiettori di coscienza sono troppi, impediscono un regolare servizio e che - in sostanza - il loro numero provoca quegli episodi.
Insomma: la colpa, anche questa volta - soprattutto questa volta! - è degli obiettori di coscienza.

Il Parlamentare Europeo Elena Gentile - che lavorava nello stesso ospedale e che, da Assessore Regionale alla Sanità della Puglia, aveva minacciato di "stanare" i falsi obiettori - ne sembra convinta: prendendo spunto dai due arresti, afferma: 
"La Legge 194 ha consentito alle donne di conquistare il diritto alla autodeterminazione rispetto a una scelta sempre e comunque difficile e dolorosa anche quando ineluttabile. Oggi però questa grande legge deve fare necessariamente i conti con le molteplici difficoltà di applicazione, con il malcostume delle baronie che mortificano quei professionisti eroici che subiscono, a causa della loro scelta, il calvario della marginalizzazione. Con la conseguenza di un aumento del numero dei medici obiettori che si registra non solo in Puglia, ma anche in tutte le regioni italiane, compresa la civilissima Emilia Romagna".
Pensate: di fronte a due medici arrestati perché facevano la "cresta" minacciando le donne che volevano abortire, l'on. Gentile presenta un solo modello di medico che uccide i bambini: il "professionista eroico" (!). I due medici arrestati avevano subito "il calvario della marginalizzazione" perché facevano aborti? Hanno raccolto il denaro mentre procedevano nel loro calvario?
E l'on. Gentile non si rende conto che, se anche nella "civilissima" Emilia Romagna tanti medici hanno sollevato obiezione di coscienza, forse questo deriva proprio dall'essere l'Emilia Romagna "civilissima"?

Vista l'aria che tira, l'avvocato di uno dei due medici si adegua: alla stampa, infatti, l'avv. Farina dichiara che 
"I casi contestati al mio assistito (Belpiede, NdR) sono soltanto 6 con dazioni di 50 euro. In totale, parliamo di 300 euro. Complessivamente, l’indagine ha riguardato 20 casi, di cui 14 imputati al dottor Bettarino. I due facevano tre interruzioni volontarie di gravidanza ad ogni seduta, due a settimana: praticamente si tratta di sei casi. (...) In ogni caso si dovrebbe aprire un dibattito serio sulla opportunità della scelta degli obiettori di coscienza, forse spinti più dalla volontà di non addossarsi possibili rogne che dalla presa di posizione etica”.
Siamo al grottesco: si tratterebbe solo di 20 interventi (tempo massimo per ciascun aborto: 20 minuti; tempo totale: 6 - 7 ore): quindi nessun professionista costretto a dedicare tutto il suo tempo a questa attività ... insomma: nessun "professionista eroico", solo due medici che arrotondavano (sempre che le accuse siano confermate) ...

E la famosa minaccia di lasciare decorrere il termine di 90 giorni dall'inizio della gravidanza? Non dimostra forse che l'alto numero degli obiettori impedisce di eseguire rapidamente l'intervento abortivo?
Peccato che la Relazione Ministeriale sull'attuazione della legge 194, nel riferire sui tempi di attesa dal certificato all'esecuzione dell'intervento (tab. 21), indica la Puglia come una Regione efficientissima: il 70,9% (sette aborti su dieci) del totale degli interventi è effettuato entro 14 giorni dal rilascio del certificato: un dato nettamente migliore della media nazionale, che è pari 59,6% del totale; l'88,7% del totale degli interventi (quasi nove su dieci) viene effettuato entro tre settimane dal rilascio del certificato: anche questo è un dato superiore alla media nazionale, pari all' 84,3% del totale.

Colpa anche questa degli obiettori di coscienza della Regione Puglia?
Giacomo Rocchi

sabato 12 luglio 2014

Colpa degli obiettori di coscienza?


"Io faccio 500 interruzioni all'anno, da 25 anni. 500 all'anno, hai capito?" 
Questa frase, secondo le notizie provenienti dai quotidiani, è stata pronunciata da un medico dell'ospedale di Cerignola parlando al telefono, senza sapere di essere intercettato dagli inquirenti, che l'hanno arrestato perché, per ogni aborto eseguito, pretendeva la somma di 100 euro con la minaccia di lasciare superare il termine di 90 giorni dall'inizio della gravidanza.
Secondo Repubblica (la notizia è ripresa da molti altri organi di informazione), "le indagini hanno accertato che sussisteva un vero e proprio sistema che subordinava la celere interruzione di gravidanza al pagamento di somme di denaro". Il medico dava ai colleghi la disponibilità ad intervenire celermente, anche il giorno successivo alla telefonata, sempre che pagassero la somma richiesta: "se tu vuoi io la posso fare pure domani mattina".

Il dato numerico spinge inevitabilmente ad un calcolo, una banale moltiplicazione. Il fatto è che la parola "interruzione" impedisce di identificare l'oggetto di questa operazione.
Dobbiamo chiederci: è più importante calcolare quanto denaro il medico ha guadagnato illecitamente (sempre che le indagini dimostrino ciò che i giornali danno per provato, questo è ovvio), oppure quanti aborti ha fatto, cioè quanti bambini ha ucciso? 

500 x 25 ...

Una domanda a me pare inevitabile: come stupirsi che un medico - dimentico del giuramento di Ippocrate e sordo alla propria coscienza - che da 25 anni uccide (eh, sì: l'aborto uccide) due bambini (eh, sì, l'aborto uccide bambini ...) che stanno crescendo felici (qualcuno può negare che il bambino che cresce nel corpo di sua madre sia felice?) ogni giorno lavorativo faccia la "cresta" su questo "servizio" fornito alla collettività?

Sì, perché i commenti sbigottiti dei dirigenti della ASL e dei politici locali parlano di "questione etica". 
Il parlamentare del PD Colomba Mongiello ha commentato pubblicamente: "Mi sento offesa e oltraggiata dal cinismo di due medici che hanno lucrato ignobilmente sulla sofferenza psicologica e fisica di così tante donne, alle quali va tutta la mia solidarietà personale ed istituzionale", aggiungendo: "Mi aspetto che l’ASL e la Regione attivino un’indagine interna per far emergere eventuali collusioni morali e responsabilità deontologiche".

Vi sono, poi, riflessi politici locali davvero significativi. Vi ricordate di Elena Gentile, che minacciava di stanare i falsi obiettori e di scatenare contro di loro la Guardia di Finanza? L'Assessore alla Sanità della Regione Puglia è ora parlamentare europeo, ma, come osserva un assai informato giornale locale, lo scandalo riguarda proprio quello che "è stato per lungo tempo il centro di una fetta importante del potere nella sanità pugliese, fino a qualche settimana fa rappresentato da Elena Gentile, una che si è fatta le ossa proprio nella Pediatria del “Tatarella”".
Insomma: quell'Assessore alla Sanità minacciava i medici obiettori, senza avvedersi che certi traffici avvenivano proprio nell'ospedale in cui lavorava...

Torniamo alle cose importanti. 
Quanto è successo è colpa degli obiettori di coscienza? 
La già menzionata on. Mongiello lo fa intendere: "mi auguro che, anche a partire da questa scandalosa vicenda, si apra una discussione politica e istituzionale seria sull’obiezione di coscienza all’aborto che in alcuni ospedali pugliesi ha perfino messo in discussione l’applicazione di una legge dello Stato".

Ecco: apriamo questa discussione! 
A mettere in discussione una legge dello Stato" sono stati forse i medici obiettori che l'hanno applicata, oppure medici non obiettori che, caduta ogni remora morale, hanno approfittato per guadagnare un po' di denaro in più?

Quali sono le responsabilità morali?
E quali le responsabilità deontologiche?

Giacomo Rocchi

sabato 21 dicembre 2013

Lo schiaffo di Costanza Miriano

“La legge che consente l’aborto va eliminata. Adesso ci sono i mezzi per decidere prima e se una donna non vuole più il figlio può abbandonarlo dopo la nascita, ci sono famiglie in fila per l’adozione. E’ possibile abbandonarlo in ospedale senza riconoscerlo”. “Una donna incinta deve essere costretta a partorire” “Dobbiamo essere tutti costretti ad aiutarla ad accogliere il figlio. Va eliminata la possibilità di abortire. Il bambino è un essere umano da subito"
Costanza Miriano,
autrice di due bellissimi libri – "Sposati e sii sottomessa" e "Sposala e muori per lei" - e che gestisce un blog imperdibile, pieno di spunti e riflessioni – ha deciso di affrontare una prova durissima: quella di essere intervistata da Giuseppe Cruciani nel programma La Zanzara su Radio 24. Lo spunto per l'intervista erano le polemiche sorte in Spagna per la pubblicazione del primo dei suoi libri; ma il conduttore – che, come è noto, segue percorsi ed obbiettivi suoi, come è legittimo – ha indotto la giornalista del TG3 a rispondere anche su temi come l'aborto.
Le parole di Costanza Miriano che abbiamo riportato sopra sono uno schiaffo al "politicamente corretto" così diffuso nel mondo cattolico prolife, secondo cui "bisogna applicare interamente la legge 194", soprattutto nelle sue "parti buone", e per il quale non è mai il momento per tentare di abrogarla o di limitare i casi in cui l'aborto – l'uccisione di un essere umano innocente – è autorizzato; sì, perché, secondo la vulgata corrente in quel mondo, la legge 194 "non riconosce l'aborto come diritto" e appresta gli strumenti per evitarlo.

Ci si ritrae, quindi, di fronte alla battaglia contro la legge 194, gettandosi a capofitto sull'aiuto delle donne incinte in difficoltà, che devono essere accolte, comprese, sostenute nella loro "scelta" … non certo obbligate!
Che questo non basti per salvare tutti i bambini che rischiano di essere uccisi (lo sforzo ingente ed ammirevoli dei Centri di Aiuto alla Vita ha permesso, nel 2012, la nascita di circa 10.000 bambini, contro 110.000 uccisi da aborti legali, almeno 40.000 da aborti clandestini, decine di migliaia di embrioni uccisi con le pillole dei giorni dopo e altre decine di migliaia con le tecniche di fecondazione in vitro. I C.A.V., dall'anno della fondazione del primo di essi, quello di Firenze (1975) hanno fatto nascere 150.000 bambini, contro sei milioni di bambini uccisi da aborti legali svolti dal 1978 ad aggi, oltre a quelli clandestini ecc.) evidentemente non induce ad ulteriori riflessioni: no, la legge 194 non si tocca e non si deve toccare!
Lo schiaffo, si diceva: sì, perché affrontando il tema dall'origine, dalla verità dell'aborto ("il bambino è un essere umano da subito"), la Miriano non può che giungere a ritenere necessaria l'eliminazione di una legge che consente l'uccisione di quegli esseri umani ("La legge che consente l'aborto va eliminata"). Non solo: eliminare la legge che consente l'aborto comporta "costringere una donna incinta a partorire"; ma, naturalmente, comporta anche "costringere tutti ad aiutarla ad accogliere il figlio".
"Costringere" significa minacciare sanzioni (non necessariamente il carcere) alla donna che abortisce e gravi sanzioni a coloro che eseguono l'aborto e a coloro che abbandonano la donna incinta in difficoltà, o ancora di più, la spingono a quell'atto.

Impossibile? Assolutamente improponibile? Imbarazzante?
Un fatto è certo: la battaglia per salvare la vita dei bambini si combatte in tutto il mondo (tranne in Italia?) sulle leggi: si cerca di modificarle e cambiarle (Spagna, Texas), si tenta di rafforzare la tutela prenatale con l'inserimento in Costituzione (Ungheria, Irlanda); con gli strumenti giuridici più vari si cerca di far chiudere quante più cliniche che eseguono gli aborti (U.S.A.), anche denunciando i medici, fino a scoprire che alcuni di loro erano dei sadici assassini (Gossnell); si afferma la necessità di tutela dell'embrione anche a livello sopranazionale (Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, 2010); d'altro canto, anche i nemici della vita combattono sulle leggi e nelle Corti: obbligando, per esempio, l'Irlanda a approvare una legge che permetta l'aborto in caso di pericolo di vita. 
Si potrebbe continuare: la battaglia sulla legge 194 – su questa legge ingiusta, che ha permesso l'uccisione cruenta di quasi sei milioni di bambini! – è tutto tranne che secondaria.

Qualche giorno prima dell'intervista della Miriano a La Zanzara avevo letto la bella omelia del Vescovo di Brescia per la festa dell'Immacolata Concezione. 
Mons. Munari osservava: "Mi sembra che tutti – quali che siano le loro preferenze politiche o le loro convinzioni – debbano desiderare sinceramente che i matrimoni durino, che non ci siano aborti, che le persone s'impegnino in una relazione di amore stabile: un matrimonio che dura è un valore maggiore che un legame matrimoniale spezzato; un bambino nato è un valore più grande che un bambino non nato; un impegno di amore per sempre è un valore più grande di un amore incerto, sballottato dagli alti e bassi della vita affettiva. D'altra parte, quando si sono introdotte le leggi sul divorzio e sull'aborto, le si presentavano come scelte necessarie per sanare situazioni di disagio, non come ideali da proporre e da perseguire. È chiaro che un matrimonio stabile immette nella società una preziosa dose di fiducia, di sicurezza, di progettazione e speranza verso il futuro; che garantisce ai figli una crescita più serena, meno tormentata e conflittuale. I figli vedono il mondo attraverso il filtro dei loro genitori: il grande mondo apparirà ai loro occhi amabile e credibile, se il mondo immediato della famiglia apparirà amabile e credibile. È altrettanto chiaro che un aborto è sempre una sconfitta della donna, che pesa inevitabilmente sul suo vissuto e sulla sua gioia di vivere; e che è sempre una sconfitta della società. Dietro a una scelta di aborto c'è un giudizio, almeno implicito, del tipo: non è bene che mio figlio nasca in queste condizioni. Ma questo vuol dire che la società non è ritenuta sufficientemente umana da garantire le condizioni di vita che permetterebbero a una donna di diventare gioiosamente madre."

Il Vescovo si poneva una domanda: "La domanda allora diventa: come è possibile favorire la durata del matrimonio, la nascita dei figli, la progettazione di un futuro familiare, l'offerta ai figli di un ambiente familiare caldo e sicuro, la solidarietà tra le generazioni, la cura personale dei malati e degli anziani e così via? (…) E' possibile favorire l'attenzione al bene di tutti, mettendo anche in conto la possibilità del sacrificio di se stessi? È possibile favorire l'attenzione al bene futuro di altri, anche con la rinuncia a un bene presente nostro?"
La risposta non poteva tralasciare il tema delle leggi ingiuste; ma mons. Munari, in precedenza, aveva già messo le mani avanti: 
"Non m'interessa, in questa sede, la questione delle leggi o di eventuali loro riforme. Desidero, invece, fare un discorso semplicemente umano, riferito al bene delle persone e della società."
La battaglia sulle leggi, quindi, come un aspetto a sé, che viene dopo, che non tocca l'essenza della questione … cosicché la risposta alla domanda che il Vescovo si poneva è debole, balbettante: 
"Ci vorranno anche leggi sagge, ma certo esse non basteranno a garantire i comportamenti virtuosi delle persone; non riusciranno a convincere una persona a rinunciare a una realizzazione personale per il bene della società, forse nemmeno a rinunciare a un bene immediato per la speranza di un bene futuro".
Non voglio certamente contrapporre la Miriano ad un Vescovo: certo è che, con l'agilità del laico slegato dalla correttezza intraecclesiale, la giornalista giunge ad una risposta razionale e convincente. 

Non si tratta solo di approvare "leggi sagge" dal contenuto indefinito; "la legge che consente l'aborto va eliminata".
Grazie, Costanza!

Giacomo Rocchi

sabato 16 novembre 2013

Prove tecniche di Stato totalitario


Perché l'aggressione nei confronti dell'obiezione di coscienza e degli obiettori è così virulento?
I medici che - applicando una norma contenuta in quella stessa legge 194 del 1978 che tanti vogliono difendere ad ogni costo - si rifiutano di essere coinvolti nelle pratiche abortive dimostrano silenziosamente la natura di quell'atto: un bambino, che cresce felice nel grembo di sua madre, viene ingiustamente e brutalmente ucciso, avvelenato o fatto a pezzi.
La realtà è quella ... ed è una realtà che, spessissimo quell'atto cui la donna si è sottoposta per i più diversi motivi lascia nella stessa donna sofferenze e postumi, fisici e psicologici.
Ma, evidentemente, la realtà non deve apparire: le donne devono essere tenute all'oscuro di quanto avverrà; la popolazione intera non deve sapere, non deve riflettere, non deve usare il proprio cervello e la propria coscienza. Ecco: i medici obiettori non sono disposti a smettere di agire e pensare in "scienza e coscienza".
Per questo bisogna combatterli, intimidirli, licenziarli, esporli al pubblico ludibrio.
Ma in questo slancio è evidente la volontà di andare oltre: dell'aborto non si deve parlare oppure si deve dire solo le cose che lo Stato abortista vuole che si dica ... altrimenti minacce, provvedimenti repressivi, denunce.

Due episodi mostrano quanto abbiamo appena scritto.
A Bergamo, il Corriere della Sera si scomoda perché un medico obiettrice - di cui ovviamente si fornisce il nome e il cognome, e anche l'indirizzo dello studio, così da permettere a qualche femminista nostalgica o a qualche esagitato di fare il suo lavoro ... - nel proprio studio privato ha cancellato un passo del manifesto dello "Spazio Giovani" della ASL di Bergamo in cui si riporta che in quello "Spazio" si forniscono anche informazioni relative all'interruzione della gravidanza. Fra l'altro quel medico, oltre a rivendicare il diritto di appendere quello che vuole nel suo studio privato, dice esattamente che "se qualcuno vuole sapere qualcosa su questo argomento ne parla con il medico, non leggendone sui manifesti".
Ma, evidentemente, questo non è possibile, tanto che la Direttrice dell'ASL ipotizza che la condotta del medico avrebbe leso "il diritto dei pazienti a essere informati sui propri diritti e sui servizi messi a disposizione dall’Asl" e preannuncia provvedimenti, sostenendo che "la spiegazione che l’ambulatorio è suo non regge". 
E perché non "regge"? Perché la verità di Stato sull'aborto deve poter entrare anche nei luoghi privati, così da prevalere sul contenuto dei colloqui che la dottoressa, se richiesta, farebbe con le sue pazienti?

Per un fatto avvenuto a Jesi si è, invece, mosso l'Espresso, che, come sappiamo, ha in atto una campagna con cui vuole dimostrare che, per colpa degli obiettori di coscienza, gli aborti sono impossibili in Italia. 
Jesi era salita all'onore della cronaca qualche tempo fa perché, per un certo periodo, nel locale ospedale gli interventi abortivi non erano stati eseguiti per essere tutti i medici obiettori di coscienza. Si tratta di episodio che fa onore alla classe medica di Jesi ma che - ovviamente - non ha in alcun modo leso il diritto ad abortire delle donne in base alla legge 194, "costringendole" solo a spostarsi di qualche decina di chilometri. Fra l'altro - come si ricava dallo stesso articolo - il problema è stato "risolto" esattamente come la legge 194 aveva previsto: con la mobilità del personale non obiettore.
Ma torniamo al punto. Qui "una lettrice dell'Espresso, Rita", ha da dire sui manifesti presenti nel Consultorio Pubblico: in particolare una bacheca del Centro di aiuto alla Vita in cui si propongono le immagini di feti ai vari stati di sviluppo e si riportava una drammatica testimonianza di una donna che aveva abortito con gravi conseguenze fisiche e psicologiche.
Vedete: negli studi privati è obbligatorio mettere i manifesti dei Consultori pubblici che parlano di aborto alle ragazze a partire dai 14 anni (!); nei Consultori pubblici è vietato parlare di aborto come è nella realtà ...
Vediamo cosa dice "Rita": 
"Trovo questo volantino raccapricciante nel suo fanatismo, oltre che scientificamente inaccettabile nel suo contenuto: il suo unico scopo evidente è di colpevolizzare e, peggio, criminalizzare, le donne che hanno fatto la sempre difficile e drammatica scelta di abortire e che, a termini di legge, rivolgendosi alla sanità pubblica, hanno il diritto di essere aiutate e accompagnate nella loro comunque dolorosa scelta".
Le parole sono ben conosciute: "fanatismo"; sì, perché avvisare le donne che pensano all'aborto che: a) con quell'atto uccideranno un bambino; b) con quell'atto rischieranno gravi danni fisici e psichici, è fanatismo, non è rispetto del "diritto del paziente ad essere informato", per usare le parole della Direttrice della ASL di Bergamo ...
"Colpevolizzare" e "criminalizzare": "Rita" vuole le donne inconsapevoli e felici, eterne minorenni?
"Scientificamente inaccettabile": dove, signora Rita?
"Le donne devono essere aiutate e accompagnate nella loro dolorosa scelta": e non vengono aiutate se, con tutto l'aiuto che un Centro di Aiuto alla Vita fornisce, riescono a portare avanti la gravidanza e a far nascere un bambino?
Ma l'Espresso non si accontenta: si lamenta che 
"la bacheca del “Centro di aiuto alla vita” domina lo spazio centrale del corridoio e non essendo bilanciata da nessun altro tipo di comunicazione attigua ed ufficiale dell'Asl diventa di fatto il primo riferimento che una donna si trova di fronte una volta arrivata al consultorio".
In altre parole: i manifesti che dimostrano che quello che rischia di essere abortito è un bambino devono essere "bilanciati": ci si chiede da cosa, da un manifesto che sostiene che, invece, quello è un semplice "grumo di materia" (per usare le parole di un noto assessore)?

Naturalmente "Rita" e con lei l'Espresso, dimentica che la legge 194 impone ai consultori di informare la donna sui servizi sociali, sanitari ed assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti sul territorio" e che lo scopo è quello di "contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione volontaria della gravidanza", che può essere raggiunto anche con la collaborazione di "idonee formazioni sociali di base e associazioni di volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita" (art. 2). 

Ma quello che colpisce è, anche in questo caso, la decisa spinta verso una "verità ufficiale", che deve dire determinate cose (ad esempio, alle ragazzine di 14 anni che possono avere una bella vita sessuale, usare contraccettivi e non preoccuparsi delle gravidanze, tanto c'è la possibilità di interromperla ...) e deve cancellarne altre, proprio quelle vere!
E allora: andate a guardare la "bacheca degli orrori" di Jesi! Guardate in faccia il volto di quel bambino che sorride, e ringraziate l'Espresso per questo splendido autogol!
Giacomo Rocchi

sabato 9 novembre 2013

L'obiezione di coscienza serve a fare carriera?


Una delle affermazioni più ricorrenti nella quotidiana battaglia contro l'esercizio dell'obiezione di coscienza dei medici, che si rifiutano di uccidere bambini applicando la previsione della legge 194 del 1978, è che esiste una discriminazione nei confronti dei medici non obiettori: se il medico vuole fare carriera, è meglio che faccia obiezione di coscienza.
La LAIGA, l'associazione che raduna i medici non obiettori, tra i suoi compiti statutari ha quello della "sorveglianza sulle pari opportunità in ambito lavorativo tra personale non obiettore e obiettore con denuncia lì ove vi sia discriminazione"; anche il reclamo della CGIL al Consiglio d'Europa lamentava una discriminazione operata nei confronti dei medici non obiettori.
Poco più di un anno fa, un articolo su Repubblica esprimeva al meglio questa posizione: si affermava, infatti, che "I medici obiettori in Italia vedono favoriti carriera e guadagni. E infatti la loro percentuale dilaga: sono obiettori il 71 per cento dei ginecologi italiani": quell'infatti dimostrava chiaramente come l'Autore dell'articolo non credesse affatto che l'obiezione dei medici sia fondata su effettivi motivi di coscienza: Adriano Sofri scriveva, poco dopo, che "una dose modica di ipocrisia è essenziale alla convivenza civile. L'eccesso di ipocrisia la degrada". 
Si intervistava la dottoressa Giovanna Scassellati, direttrice del Day Hospital-Day Surgery della legge 194 al San Camillo di Roma.
La d.ssa Scassellati affermava, tra l'altro: 
"Con l'aborto non ti fai clienti: succede che non abbiano più voglia di vederti, dopo. E la gente per lo più sceglie questo mestiere per fare i soldi". 
Di fronte alla domanda sul perché non fosse diventata primario, rispondeva: 
"Non ci sono primari non obiettori. Poi sono donna".
Quindi, doppia discriminazione: i non obiettori non diventeranno mai primari; se sono donne, poi ... sì perché, evidentemente, il rifiuto di eseguire aborti è un atto tipico del maschio - che ha fatto il medico per fare i soldi e che non accetta che la donna eserciti in pieno la sua autodeterminazione.

La d.ssa Scassellati si sarà (suppongo) stupita a leggere l'intervista della d.ssa Alessandra Kustertmann all'Huffington Post, presentata ai lettori come "primario alla clinica Mangiagalli di Milano, donna di sinistra, laica, da sempre impegnata nella difesa della 194, ha aiutato migliaia di donne a interrompere una gravidanza".
La d.ssa Kustermann risponde sulla polemica relativa al cimitero dei bambini non nati deliberata dal Consiglio Comunale di Firenze. L'intervistatrice cerca, però, di trascinarla sul solito argomento: l'alto numero degli obiettori di coscienza impedirebbe l'attuazione della legge 194. Questa la risposta: 
"L'obiezione è ineliminabile. È duro lavorare come ginecologo non obiettore, ma non possiamo fare altro. Penso che in Lombardia, dove ha governato Comunione e liberazione per molti anni, alla fine sia rimasto intatto il diritto a interrompere una gravidanza. Soltanto a Milano siamo tre primarie non obiettrici: abbiamo comunque fatto carriera nonostante facessimo aborti. Forse siamo nate in un luogo più fortunato di altri."
Tre donne medico, tre non obiettrici, tre primarie - solo a Milano! In una Regione in cui - per la vulgata corrente - la giunta Formigoni (che la d.ssa Kustermann etichetta come "di Comunione e Liberazione") avrebbe fatto il bello e cattivo tempo, piazzando i propri uomini in tutti i posti chiave ...
La d.ssa Kustermann, alla fine "tira il freno": "Forse siamo nate in un luogo più fortunati di altri" ... o forse non è affatto vero che facendo aborti non si fa carriera ...

Giacomo Rocchi

domenica 3 novembre 2013

In Italia è sempre urgente uccidere un bambino malato


L'Espresso continua a raccogliere "testimonianze" che dovrebbero dimostrare che la legge 194 sull'aborto in Italia è disapplicata e che la colpa è tutta degli obiettori di coscienza. 
Quella che potete leggere proviene da tale "Roberta" e, ovviamente, la realtà dei fatti raccontati non può essere verificata (non sappiamo se la redazione della rivista provvede a degli accertamenti dopo avere ricevuto le lettere). 


Una sintesi di questi fatti? La donna viene a sapere della malattia cardiaca del bambino il 12 settembre e il 22 settembre viene sottoposta all'intervento abortivo. La donna mostra tutta la sua indignazione verso gli obiettori, ma non riesce a nascondere un fatto: ella può rivolgersi a tutti gli ospedali che vuole e, dopo pochi tentativi, una struttura pubblica gli fornisce il "servizio" richiesto cinque giorni dopo che ella ha avanzato la prima richiesta: sì, perché, come emerge dallo stesso racconto della donna, ella ha avanzato la prima richiesta di abortire solo dopo il 17 settembre. 

Cinque giorni: perché uccidere un bambino malato è evidentemente urgente nel nostro Paese, molto più che eseguire interventi chirurgici anche importanti ... siete mai riusciti a sottoporvi all'intervento per voi necessario in cinque giorni dal momento della richiesta?
Ma come ha fatto Roberta ad abortire in cinque giorni? Sappiamo - lo dice Lei - che ella aveva superato la 22a settimana di gravidanza: quindi si tratta di aborto compiuto dopo i primi novanta giorni, regolato dall'art. 6 della legge 194. Non solo: come la seconda dottoressa aveva spiegato a Roberta, la gravidanza aveva già superato un limite: quello per cui "sussiste la possibilità di vita autonoma del feto"; in altre parole, il bambino, una volta "abortito" (cioè, partorito con parto indotto: infatti Roberta dice proprio di aver partorito), se adeguatamente assistito potrebbe sopravvivere. 
Cosa prevede la legge 194 in questi casi? L'aborto può essere praticato solo quando la gravidanza e il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna e, inoltre, il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura utile a salvaguardare la vita del feto. 
Roberta era in "pericolo di vita"? La lettera non lo dice affatto; fa cenno ad una "lettera della psichiatra cui mi ero rivolta" senza specificare il suo contenuto. Sì, perché, evidentemente, in quei cinque giorni la donna aveva fatto a tempo anche a fare una visita psichiatrica (oppure no? La psichiatra ha mandato una "lettera" senza visitarla?) e la specialista aveva avuto il tempo di certificare qualcosa (il pericolo per la salute psichica? il pericolo per la vita?). 
Ma - come anche questa "testimonianza" dimostra - in Italia "fatta la legge ....": il responsabile del reparto dell'ospedale al quale la donna si era rivolta "mi fece ricoverare d'urgenza per un aborto terapeutico dicendomi che mi avrebbe aiutato perché non si poteva pensare di far nascere un bambino in quelle condizioni". 
E allora: l'articolo 7 della legge prevede che "qualora l'interruzione della gravidanza si renda necessaria per l'imminente pericolo di vita della donna, l'intervento può essere praticato anche senza lo svolgimento delle procedure". Ci vuole un "imminente pericolo per la vita della donna": la donna potrebbe morire entro un brevissimo tempo se l'aborto non venisse eseguito. 
Ricorrevano queste condizioni? Assolutamente no: Roberta non stava affatto morendo e, del resto, il medico aveva preso quella decisione per "aiutarla". 
E allora: il racconto di Roberta (come si è detto, da verificare) ci narra di medici che fanno interamente il loro lavoro (il radiologo che riferisce della malattia del bambino e risponde anche alla donna che manifesta la volontà di abortire richiamando la legge 194) e di altri che - a quanto sembra - fanno "carte false" per procedere ad un aborto che la legge non permette. 
Qualcuno all'Espresso si sarà chiesto se la certificazione del medico era ideologicamente falsa perché attestava un imminente pericolo per la vita della donna che, in realtà, non esisteva? Sarà venuto il dubbio che, forse, in quel certificato, il medico aveva anche attestato falsamente una settimana di gravidanza anteriore a quella effettiva, per eludere il dettato della legge? E poi: qualcuno si sarà chiesto se il medico che aveva eseguito l'aborto aveva adottato ogni misura utile a salvaguardare la vita del bambino, dopo l'aborto?
Tutti comportamenti che la legge 194 - sì, proprio quella di cui si invoca l'applicazione! - sanziona penalmente. 
Roberta conclude la sua "testimonianza" con un giudizio severo sui medici obiettori: "non è così che dovrebbero esercitare il loro mestiere, perché davanti a ogni pensiero dev'esserci il rispetto per la persona che si ha davanti": ma noi sappiamo che il medico che aveva eseguito l'ecografia aveva rispetto per "la persona che aveva davanti", tanto che si rifiutava di ucciderla ... Davvero aveva lo stesso rispetto il medico che, in pochi istanti, decise di "aiutare" la donna uccidendole il figlio malato e facendola entrare in quel "tunnel" da cui ella spera, "prima o poi", di uscire?
Giacomo Rocchi

martedì 8 ottobre 2013

L'aborto in base al sesso del bambino "fa impressione" al Fatto Quotidiano ...

Il Fatto Quotidiano rilancia un articolo del The Telegraph dove si riferisce che il Crown Prosecution Service avrebbe deciso di non procedere nei confronti di due medici che avevano acconsentito a praticare aborti basati sul sesso del nascituro. 

Il Fatto Quotidiano, nella presentazione in internet, la prende alla lontana: si chiede, infatti, "se questa possibilità assomigli troppo all'eugenetica". 
Il giornalista Pietro Citati, nel video di presentazione del giornale, osserva che "è vero che nel Nord Europa l'eugenetica è una tradizione, ma la conferma che questa pratica possa essere in qualche modo legale nella Gran Bretagna di oggi fa comunque impressione". 

Non possiamo che gioire per questo sussulto di umanità: il fatto che un bambino (o una bambina) sia ucciso prima della nascita non può che "fare impressione". 
Oppure fa impressione solo l'uccisione di una bambina e solo se essa è decisa perché si tratta, appunto, di una bambina?
Per restare all'eugenetica: al giornalista del Fatto quotidiano "fa impressione" che l'uccisione del bambino venga deciso perché si tratta di disabile, oppure di down, oppure perché malato o "imperfetto"? Non è anche questa eugenetica?

Ma andiamo ancora più in là: davvero il giornalista del "Fatto quotidiano" è disposto a giudicare gli aborti sulla base di quello che pensa la madre? E' quindi favorevole a vietare l'aborto volontario quando, esaminati i motivi per i quali la donna chiede di abortire, si scopre che ella non vuole una figlia femmina, ma un figlio maschio?

Interessante mi pare un'altra domanda: in Italia, sulla base della legge 194, l'aborto basato sul sesso del nascituro è legale? Il giornalista del Fatto Quotidiano si sorprenderebbe nello scoprire che, sì, si tratta di pratica legale, perché, ovviamente, alla legge non interessa affatto il reale motivo per cui la donna vuole abortire (motivo che, infatti, non viene nemmeno registrato nei primi tre mesi di gravidanza): l'aborto volontario è sempre permesso!

Vedremo se qualcuno nel Fatto Quotidiano farà qualche altra riflessione sul fatto che l'eugenetica, dal Nord Europa, è scesa anche in Italia ...

Giacomo Rocchi

lunedì 7 ottobre 2013

La legge 194 sull'aborto tutela la vita della donna?

Due notizie tragiche, quasi contemporanee, riferiscono della morte di due donne e dei loro bambini. 

A Milano, una donna di 37 anni è morta a seguito di un intervento abortivo che - riferisce l'articolo del Giorno - era "un’operazione chirurgica già pianificata e preceduta da visite e controlli. L’unico cambiamento intercorso era quello della data dell’intervento che era stato semplicemente anticipato ma era programmato da tempo". 

A Bologna, una donna è morta dopo un'amniocentesi svolta alla 21a settimana di gravidanza. Ovviamente - alla luce delle notizie degli organi di stampa - non è certo che l'amniocentesi sia stata eseguita in relazione ad un possibile aborto volontario, eppure il sospetto è legittimo: il marito, al Resto del Carlino, afferma che "Mirela stava bene, la gravidanza era stata regolare. Poi avevamo fatto l’ecografia ed erano emerse malformazioni ai reni del feto. I medici hanno detto che bisognava fare l’amniocentesi, che era necessaria, anche se c’era un rischio minimo di complicazioni. L’abbiamo fatta mercoledì, le hanno dato gli antibiotici, e siamo tornati a casa in attesa degli esiti"; l'Azienda Ospedaliero Universitaria di Bologna riferisce che " Un'ecografia morfologica aveva rilevato malformazioni fetali significative: nella giornata di mercoledì era stata eseguita un'amniocentesi per completare la consulenza genetica". 

A cosa serviva una consulenza genetica sul feto? Era urgente perché si stava avvicinando il termine oltre il quale non sarebbe stato più possibile eseguire l'aborto dopo avere accertato "rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro"?

La legge 194 permette l'aborto quando la prosecuzione della gravidanza comporterebbe un serio (o grave) pericolo per la salute della donna: ma in nessun passo della legge troverete l'obbligo per i medici e per gli operatori del consultorio di rappresentare alla donna che intende abortire il rischio per la sua salute fisica o psichica o anche per la sua vita. 
Già: perché che la gravidanza e la maternità possano essere un pericolo per la salute della donna la legge lo dà per scontato e, in definitiva, lascia la valutazione alla donna; che, invece, l'aborto - operazione cruenta e innaturale - possa integrare quel pericolo (anche se svolto in ospedali di eccellenza ...) nessuno lo dice ...

Aspettiamo gli esiti delle indagini; aspettiamo, però, anche la Relazione del Ministro della Salute del prossimo anno: quando riferirà delle complicanze, terrà conto anche di questi due casi?

Giacomo Rocchi

mercoledì 26 giugno 2013

In piedi! Entra il Tribunale della coscienza dei medici e dei farmacisti!


L'avv. Marilisa D'Amico, su L'Unità (cliccando sul titolo si accede all'articolo) presenta la sua soluzione per quello che ritiene il problema dell'alto numero degli obiettori di coscienza all'aborto. 

Vediamo, intanto, come l'Autrice presenta il quadro normativo:
"Con la legge 194 del 1978, si è garantita la possibilità per la donna di interrompere la gravidanza, a certe condizioni, bilanciando il suo diritto alla salute, fisica e psichica, con il diritto alla vita del nascituro, che naturalmente dipende dalla scelta libera della donna circa il proprio futuro.La stessa legge garantisce, all’art. 9, il diritto dei medici di dichiarare la propria obiezione di coscienza, astenendosi dagli interventi abortivi, a certe condizioni"
Come vedete, l'avv. D'Amico usa due volte l'espressione "a certe condizioni": prima riferendosi al diritto della donna di abortire e poi a quello dei medici di dichiarare la propria obiezione di coscienza. 
Ma quali "condizioni" sussistono per la donna se il diritto alla vita del bambino "naturalmente dipende dalla scelta libera della donna"?Ma soprattutto: dove sono le "condizioni" per esercitare l'obiezione di coscienza nell'art. 9 della legge 194, se, per esercitare il diritto, il medico deve esclusivamente fare una dichiarazione?
E allora diciamolo chiaramente: il diritto della donna di abortire è, in realtà (fino al momento in cui sussiste la possibilità di vita autonoma del feto), incondizionato; e altrettanto incondizionato è il diritto dei sanitari all'obiezione di coscienza alle pratiche abortive (cioè a quelle specificamente e necessariamente dirette a provocare l'aborto). 

Il fatto è che l'avv. D'Amico vuole mantenere incondizionato il primo diritto, mentre vuole limitare il secondo.
E vediamo come: 
"La soluzione, a mio avviso, non sta nell’abolizione del diritto all’obiezione, e cioè dell’art. 9 della legge, come pure è chiesto da più parti, ma nella corretta e severa applicazione dello stesso: un esame serio delle motivazioni individuali; la necessità che l’obiezione sia limitata all’intervento strettamente abortivo e non alle attività collaterali, che per alcuni arrivano fino al farmacista che nega “la pillola del giorno dopo”, pure dietro prescrizione; una verifica a livello regionale della presenza in tutti gli ospedali di medici che applicano pienamente la legge". 

Avete capito bene: qualcuno (la D'Amico non dice chi: si propone Lei?) dovrà "seriamente esaminare le motivazioni individuali" del medico o dell'infermiere o del portantino che non vogliono contribuire all'uccisione dei bambini non ancora nati.
Come verrà condotto questo esame? Che domande verranno fatte al medico? 
Sarà ammesso all'obiezione di coscienza il medico che si limita a recitare il giuramento di Ippocrate? 
Si verificherà la situazione familiare del soggetto, la sua fede religiosa (se è un ateo potrà fare obiezione di coscienza?), il suo impegno politico? 
Si permetterà ad un medico che per anni ha eseguito aborti di fare obiezione di coscienza ("ma dottore, che problema c'è? Ne ha già fatti tanti ... non è mica che vuole prendersela comoda!")? 
E a un giovane laureato in medicina pronto a curare e ad aiutare le persone malate ("perché non ha fatto il dentista? Eppure lo sapeva che abortire è un diritto delle donne! Provi a ripetere con me: l'IVG tutela la salute fisica e psichica della donna ... coraggio, è semplice, provi a chiudere gli occhi e non guardare ...")?

Accanto a questo Tribunale della coscienza dei sanitari la Autrice pensa, ovviamente, a ben altri limiti, come l'obbligo di compimento delle attività "collaterali". Peccato che questo sia già previsto dalla legge e che all'Autrice interessa solo impedire l'obiezione di coscienza ai farmacisti alla pillola del giorno dopo. Interessante vedere il concetto di "collaterale" che ha l'avv. D'Amico: c'è un medico che fa la prescrizione per un preparato; questo preparato viene distribuito nelle farmacie: come fa ad essere "collaterale" la consegna del farmaco, se è un passaggio essenziale tra la prescrizione del medico e l'assunzione del preparato? 
Ovviamente la D'Amico non spiega per quale motivo il farmacista non possa esercitare la sua coscienza, ben consapevole che la "pillola del giorno dopo" (come quella "dei cinque giorni dopo") viene prescritta solo per impedire l'annidamento in utero dell'embrione (nel caso sia stato concepito) e quindi per farlo morire ...

Ma, in realtà, alla D'Amico interessa davvero un risultato: bandi di concorso riservati a non obiettori. 
Questa si chiama - banalmente - DISCRIMINAZIONE di un soggetto che ha esercitato un diritto riconosciuto dalla legge e garantito dalla Costituzione. Ma attenzione: significa anche che il medico che ha partecipato al concorso riservato ai non obiettori non potrà più obiettare per tutta la vita, pena il licenziamento.

Ma, dirà qualcuno, qualcosa bisogna pur fare! E' vero o no che l'alto numero degli obiettori rende quasi impossibile l'esercizio del diritto delle donne?
No: purtroppo non è affatto vero. Ma di questo parleremo nel prossimo post.

Giacomo Rocchi
 

sabato 22 giugno 2013

L'azienda Sanitaria di Firenze dà ragione ai Giuristi per la Vita.

In questi giorni, tra Firenze e Borgo San Lorenzo, si assiste ad uno scontro molto istruttivo. Tutto nasce dalla decisione della ASL 10, che copre sia il territorio di Firenze che il Mugello, il cui "capoluogo" è Borgo San Lorenzo, di sospendere, dal prossimo 15 giugno, il "servizio" di esecuzione degli aborti volontari attivo presso l'ospedale di Borgo San Lorenzo e di accentrarlo completamente presso il presidio Palagi di via Michelangelo a Firenze, dove verranno eseguiti la preospedalizzazione e gli interventi. Perché questa decisione? L'Azienda indica che il numero degli aborti del 2012 era stato di 951 al Palagi e di circa 50 a Borgo San Lorenzo. Portando a completamento la centralizzazione del servizio a Firenze, si intende realizzare “un riferimento di eccellenza ove garantire i migliori standard assistenziali e di qualità organizzativa”.
La decisione è ben comprensibile nell'ottica di una organizzazione sanitaria efficiente: la ASL 10 è impegnata, su indicazione della Regione Toscana, a riorganizzare i servizi e a ridefinire la rete ospedaliera, garantendo, tra l'altro, i volumi di attività minima per unità operativa, con la concentrazione casistica in idonei punti della rete, così da ottenere un utilizzo ottimale delle
competenze specialistiche (e, perché no, un risparmio della spesa pubblica).

Interessanti sono le reazioni negative, la loro provenienza e le motivazioni addotte. L'assessore alle Politiche di Salute del Comune di Borgo San Lorenzo così commenta: “pur comprendendo
la necessità di azioni di riorganizzazione aziendale volte a contenere la spesa sanitaria regionale, non si capisce come le donne del Mugello dovrebbero trovare un miglioramento nel ricevere un servizio qualitativamente analogo a quello finora avuto all’ospedale di Borgo, con il disagio aggiuntivo di dover percorrere 35 Km in più". Come si vede si tratta, appunto, di 35 chilometri, ampiamente serviti da servizi pubblici, per giungere al capoluogo di Regione; uno spostamento che può essere ampiamente programmato, tenuto conto che l'intervento abortivo può essere eseguito solo sette giorni dopo il rilascio del certificato.
Ma, evidentemente, questi 35 chilometri assumono, per alcuni, un significato simbolico: dalla Provincia di Firenze l'Assessore alla Pari Opportunità dichiara: "La decisione di spostare il servizio di interruzione di gravidanza da Borgo San Lorenzo a Firenze è una scelta
difficile da comprendere. La legge 194 deve essere pienamente applicata, come più riprese associazioni femminili e autorevoli esponenti politici negli anni hanno ripetuto. L’elevato numero di obiezioni di coscienza e la loro concentrazione in modo disomogeneo nei presidi ospedalieri mettono da tempo a rischio l'Ivg in molte parti del Paese, e questo purtroppo avviene anche nella nostra Provincia; non possiamo far in modo che anche le ASL sospendano il servizio stesso in alcune zone come quelle più distanti fisicamente dai capoluoghi, perché questo mette in discussione l’applicazione della legge stessa e, quel che è peggio, mette in discussione il principio di tutela della salute delle donne”. Potevano mancare i coordinamenti in difesa della legge 194 ("Giù le mani dalla legge 194!")? Ovviamente no; come perfettamente prevedibile è la dichiarazione della Responsabile donne Pd metropolitano di Firenze: “Si chiude un servizio e si ledono i diritti delle donne: passano gli anni e manca ancora la piena applicazione della 194 che impedirebbe accadessero episodi come questo; il presidio ospedaliero era di grande importanza per il Mugello, spostarlo comporterà ovviamente disagi per chi abita nella zona: qualsiasi sia la ragione che ha comportato questa scelta, che dipenda da questioni economiche o no, non può giustificare l’andare contro un principio sancito da una legge dello stato, già molto spesso limitata, anche nel nostro territorio, per la presenza sempre più frequente di obiettori di coscienza”. 
Tenuto conto della provenienza partitica delle reazioni, sarà interessante vedere se la ASL 10 terrà ferma la sua decisione oppure tornerà indietro …

Andiamo al merito della questione: la ASL 10 giustifica la decisione con la volontà di garantire un "servizio di eccellenza": evidentemente 50 aborti in un anno in un ospedale sono troppo pochi per apprestare un servizio efficiente e determinano costi aggiuntivi e spreco di risorse umane e finanziarie. La linea generale è: centralizzare gli interventi chirurgici in un ospedale di riferimento (per questo "servizio", il Palagi di Firenze). Le donne del Mugello che intendono abortire, di fronte a questa offerta, hanno il disagio di compiere un percorso di 35 chilometri (in pullman: 50 minuti). Come si vede, la decisione non ha niente a che vedere con il numero degli obiettori di coscienza ed è chiaramente diretta a tutelare (per quanto un aborto volontario possa farlo …) la salute delle donne in relazione ai rischi di un intervento chirurgico.

Ma, evidentemente, con la legge 194 si ragiona in modo diverso, anzi: si "deve" ragionare in modo diverso! Occorre mantenere alta la bandiera dei "diritti delle donne", individuare i "nemici" (gli obiettori di coscienza, qualche funzionario della ASL 10 non sufficientemente "sensibilizzato"), lottare per difendere questi diritti.
Soprattutto la parola "salute", riferita alle donne che abortiscono, assume un significato sfumato: si tratta di un "disagio" da sopportare per avere un "servizio" più efficiente oppure la salute delle donne viene lesa tutte le volte in cui un presidio ospedaliero non esegue gli aborti?

A certi esponenti politici (e a certi sindacati) interessa davvero la salute delle donne oppure queste donne vengono strumentalizzate per interessi localistici o per aggredire i medici che non vogliono uccidere bambini?


Giacomo Rocchi

lunedì 6 maggio 2013

DOMENICA 12 MAGGIO A ROMA, CONTRO UNA CULTURA DI MORTE CHE CI STA SOMMERGENDO - di Marisa Orecchia*


Mancano pochi giorni alla terza Marcia per la Vita, che avrà luogo a Roma domenica prossima, 12 maggio.  Come tutte le marce per la vita che da anni camminano per il mondo, richiamerà un gran numero di partecipanti – si è passati nell'arco di due anni dai quasi mille della prima, a Desenzano, ai più di quindicimila  di Roma dell’anno scorso - e le attese degli organizzatori non andranno deluse, nonostante proprio nella  stessa giornata abbiano luogo anche altre iniziative.
La vita chiama, e finalmente c’è un luogo, un evento in cui, con la gioiosa partecipazione di chi si mette in viaggio da ogni parte del Paese, e anche da fuori, nei pullman che solcano la notte, con la famiglia, con i figli piccoli, come in una lieta fatica di pellegrinaggio, è possibile dire che la vita non si uccide, che la vita si tutela, si difende, si accoglie.
In cui è possibile dire che la legge 194, che legalizza l’aborto, è legge sommamente ingiusta, da sostituirsi  con una che tuteli in ogni caso la vita dell’innocente indifeso e che quasi sei milioni di aborti in trentacinque anni sono il desolato risultato di una guerra contro la vita cui troppo spesso abbiamo opposto armi inadeguate.
Tramontano finalmente, con la Marcia per la Vita, i giorni in cui la delega alla battaglia per la vita veniva rilasciata in esclusiva a chi, dalle aule dei Parlamenti, ci diceva che non era ancora il tempo, che non c’erano le condizioni politiche, che occorreva cautela per non rischiare di peggiorare la situazione, che ci accontentassimo di pretendere l’applicazione delle cosiddette parti buone delle 194, che sarebbe bastato  l’esempio di una concreta e fattiva accoglienza alle madri in difficoltà, perché la cultura della vita si imponesse.
Una strategia, questa, servita soltanto a consolidare una situazione nel silenzio della quale si continua ad uccidere. Non si vuole certamente qui misconoscere il grande impegno del volontariato pro-life che in tutti questi anni ha sottratto, nel silenzio e nella povertà di mezzi, tanti bambini all’aborto: chi scrive passa da più di trent’anni un pomeriggio alla settimana in un Centro di Aiuto alla vita e ben conosce la fatica  dell’accoglienza, l’ansia per quella mamma che forse non ce la fa e va ad abortire, la gioia per il sorriso di quel bimbo per il quale era già pronto il certificato di aborto. Ma tutto questo non basta, non è bastato. Il dilagare delle pillole abortive, il fai da te dell’aborto, l’attacco sempre più mirato contro il diritto di obiezione di coscienza dei medici e del personale sanitario sono chiari indicatori di una cultura di morte che ci sta  sommergendo.
Ci riappropriamo, con la Marcia per la Vita, della facoltà di affermare di persona, davanti all’opinione pubblica, che è ora di cambiare, che sull'uccisione dell’innocente non si costruisce nulla, se non la rovina di un popolo tutto, che una legge ingiusta deve essere abrogata. Che adesso basta.

(*) Presidente di Federvita Piemonte

sabato 9 marzo 2013

Uccidere i bambini stanca...

Micromega intervista Silvana Agatone, presidente della Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della Legge 194 (Laiga) in vista del secondo congresso nazionale.

Il punto di partenza, ovviamente, è il solito: gli obiettori di coscienza sono troppi e rischiano di mettere in pericolo il "servizio" della legge 194 (cioè: l'uccisione a richiesta dei bambini).

Interessanti sono i rimedi proposti dalla d.ssa Agatone.

Come si esce da quello che nel nostro paese si configura sempre più come un vicolo cieco?
"Ci sono tante possibili proposte: aumentare i giorni di ferie per i non obiettori e/o aumentare la loro retribuzione (ma se quest'ultima proposta in questi tempi di crisi è poco attuabile; la prima sarebbe molto interessante anche perché molti dei non obiettori sono sottoposti a quel fenomeno che va sotto il nome di burnout); oppure obbligare le ASL ad assumere un numero sufficiente di personale non obiettore, in grado di garantire l’applicazione di una legge dello Stato. Sarebbe anche estremamente interessante obbligare gli obiettori ad attività extra: per esempio impegnandoli in attività di contraccezione e prevenzione della gravidanza. In fondo coloro che hanno posto obiezione di coscienza al servizio militare hanno pagato un prezzo, essendo stati obbligati al servizio civile, inizialmente per un periodo di tempo persino più lungo di quello del servizio militare. E allora che anche gli obiettori siano obbligati ad impegnare più tempo degli altri nel lavoro! Un lavoro naturalmente coerente con le loro idee. Come per esempio passare più tempo in ospedale o negli ambulatori sparsi sul territorio per la prevenzione delle gravidanze indesiderate"
E allora, quali sono le proposte:
- più ferie per i medici non obbiettori. Sì, perché, ammazzare bambini - chissà come mai - produce stress (burnout), mentre (sembra di capire) i medici che si rifiutano di farlo questo stress non ce l'hanno. Strano, però, i medici non obbiettori si vantano di non lasciare la donna da sola e di garantire l'esercizio dei suoi diritti. Come mai sono così stressati?

- più soldi per i medici non obiettori. Ma sì, paghiamoli di più! L'uccisione dei bambini, evidentemente, è un lavoro così importante (più importante di tanti altri interventi chirurgici!) che merita una paga extra! Un lavoro, forse, di alta specializzazione, in cui si devono superare delle difficoltà tecniche speciali ... (mi viene in mente una fotografia degli anni '70, l'aborto con la pompa per bicicletta ...)

- concorsi separati per non obbiettori: cosicché l'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito come l'obiezione di coscienza dovrebbe produrre una discriminazione a danno di chi lo esercita ... davvero democratici questi medici non obbiettori!

E infine:

- facciamo lavorare di più i medici non obbiettori! Sì, perché, evidentemente, secondo la d.ssa Agatone, mentre i poveri medici non obiettori si rompono la schiena ad ammazzare bambini in serie, quelli obiettori si ritrovano per ore davanti alla macchinetta per il caffè a raccontarsi barzellette ...

Interessante è il riferimento alle vicende del servizio civile sostitutivo di quello armato (obiezione di coscienza al servizio militare): la d.ssa Agatone ricorda che gli obiettori di coscienza "inizialmente" erano obbligati a prestare il servizio civile per un periodo di tempo persino più lungo del servizio militare (otto mesi) e conclude convinta: "gli obbiettori siano obbligati a lavorare di più!". Già: ma l'illustre medico non ricorda come mai quegli otto mesi in più per gli obbiettori di coscienza al servizio militare scomparvero; non ricorda, in particolare la sentenza della Corte Costituzionale n. 470 del 1989 che dichiarò illegittima la legge proprio su quel punto. Leggiamo insieme alla d.ssa Agatone il passo finale di quella pronuncia: 
"la differente durata del servizio sostitutivo, a causa delle limitazioni che comporta per il normale sviluppo della vita civile, rivestirebbe chiaramente quel significato di sanzione nei confronti degli obiettori che già si è stigmatizzato, ledendo, altresì, i fondamentali diritti tutelati dal primo comma dell'art. 3 e dal primo comma dell'art. 21 della Costituzione, in quanto sintomo di una non giustificabile disparità di trattamento per ragioni di fede religiosa o di convincimento politico e, nello stesso tempo, freno alla libera manifestazione del pensiero".

Guarda un po:' la Corte Costituzionale aveva previsto, con 25 anni di anticipo, le intenzioni che avrebbero spinto i fautori della legge 194: volontà di discriminare gli obbiettori "per ragioni di fede religiosa o di convincimento politico", volontà di porre "un freno alla libera manifestazione del pensiero" ...

Davvero democratici questi medici della LAIGA ...

Giacomo Rocchi

domenica 10 febbraio 2013

Prendiamo sul serio la legge 194!

Il prof. Francesco D'Agostino, Presidente dell'Unione Giuristi cattolici, ha risposto alle domande di Zenit a margine del convegno "Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. (Art.1 legge 194/78) Riflessioni su una Legge dello Stato."
E allora, vediamo quale è il risultato di queste "riflessioni" così come esposte dal prof. D'Agostino: "La situazione italiana è questa: esiste una legge sull'aborto che fa eccezione al principio generalissimo della liceità delle pratiche abortive. L’aborto in Italia non è lecito, a meno che la donna non chieda l’applicazione a suo carico di quelle procedure previste dalla legge 194 che rendono legale la pratica abortiva. Quindi, a voler prendere sul serio quella legge, l’aborto in Italia è legale come situazione di eccezione, ed è oltretutto doveroso dare prova che le pratiche previste dalla legge siano state rispettate. In questo senso l’aborto in Italia è una legalizzazione parziale che si incastra nel principio generale della illiceità dell’aborto. Questo discorso è teoreticamente corretto ma non corrisponde più al sentire comune dell’opinione pubblica, la quale ha ormai elaborato l’idea che non solo in Italia l’aborto sia libero, ma addirittura che l’aborto vada considerato un diritto insindacabile della gestante. Perfino la Cassazione nella sentenza del 10 ottobre 2012 ha parlato di un diritto all'aborto e questo è uno degli effetti di una giurisprudenza creativa che interpreta le leggi in chiave estensiva ma anche violandone il dettato rigoroso e specifico".
Al termine di quel convegno era stato approvato un documento in cui si legge: "La Legge 194/1978, a quasi venticinque anni dalla sua introduzione nell'ordinamento italiano, non ha ancora realizzato tutti gli enunciati che, nel riconoscimento del valore sociale della maternità e del diritto della vita umana ad una piena tutela fino dal suo inizio, prevedono una serie di iniziative volte ad assistere gravidanze complesse e ricche di risvolti personali e sociali, garantendo nei fatti la libertà e l’autonomia della scelta della donna. (...) In particolare per il feto è necessario che siano chiari, e maggiormente conosciuti, i suoi diritti, anche non scritti, concernenti la sua vita e le condizioni previste per il suo sviluppo, per permettere alla madre una decisione compiutamente responsabile."

Insomma: la legge 194 non rende lecita l'uccisione del bambino prima della nascita: i sei milioni di aborti legali sono state solo "eccezioni"! Si è sparsa la voce in giro che l'aborto sia un diritto per la donna: errore gravissimo! I diritti sono del feto! La colpa di chi e? Ovviamente dei giudici che "violano il dettato rigoroso e specifico della legge". 

Accipicchia! Erano 35 anni che non avevamo capito nulla ... O forse erano 35 anni che eravamo andati oltre l'art. 1 delle legge 194, per scoprire che le "pratiche previste dalla legge" altro non sono che un colloquio e un'attesa di sette giorni ... Il dettato rigoroso e specifico della legge 194 dice proprio così, prof. D'Agostino: il solo fatto di avere sostenuto il colloquio dà alla donna incinta il diritto ad uccidere - a spese dello Stato - il proprio bambino, qualunque siano i motivi che la spingano a questo gesto. 
I Giudici? non intervengono mica nella fase di autorizzazione dell'aborto (salvo che per le minorenni: e dicono sempre sì); intervengono, piuttosto, per risarcire il danno della madre che non ha potuto abortire, perché, sì, visto che l'uccisione del bambino è un diritto, il bambino nato è un danno: e che l'aborto sia un diritto lo dicono almeno da quindici anni (Cass. civ. Sez. 3, n. 12195 del 01/12/1998), mentre i Giudici penali hanno ritenuto l'aborto "giustificato" dalla legge 194 fin dal 1981 (Cass. pen., Sez. 1, n. 10699 del 19/10/1981)!

Insomma: prendiamo sul serio la legge 194! Questa legge omicida e ipocrita che, già sei milioni di volte, ha "realizzato tutti i suoi enunciati"!

Giacomo Rocchi

mercoledì 23 gennaio 2013

Integralista o eticamente sensibile?



Tempo di elezioni: i candidati si presentano ed espongono il loro programma.

Lucio Romano, Presidente di Scienza e Vita e, fino al 2012, Vicepresidente nazionale del Movimento per la Vita, si presenta agli elettori napoletani con un'ampia intervista resa al Corriere del Mezzogiorno (cliccando sulla parola intervista si accede all'articolo, da leggere tutto). 
Il titolo dell'articolo promette bene: "Io, medico obiettore, migliorerò la legge 194"; due temi - l'obiezione di coscienza e la legge 194 sull'aborto volontario - sicuramente "caldi" per la difesa della vita: finalmente - penso - qualcuno che parlerà chiaramente in Parlamento, che ricorderà senza stancarsi il massacro dei milioni di bambini che da 35 anni si compie legalmente in Italia! Qualcuno che metterà in guardia dal pericolo totalitario che incombe sul nostro Paese e di cui l'attacco all'obiezione di coscienza è una delle manifestazioni più evidenti! (Strano, piuttosto, che non si parli di legge 40, su cui Scienza e Vita tanto si è spesa ... bah, forse è già stato detto tutto e, del resto, quella legge non è mica male?)

Leggo, quindi, speranzoso.

Ammetto: l'inizio non l'ho capito bene: Romano promette di essere in Parlamento "paladino delle battaglie a difesa della vita" (bene, dico io!) MA ... c'è un "ma" ... (strano, penso, mettere un "ma" alla battaglia per evitare che i bambini vengano uccisi ...). 
Vediamo un po' questo "ma": "senza integralismi".
(strano, penso io: fino a qualche anno fa l'insulto - o il preteso tale - "integralista" veniva lanciato per motivi religiosi; che c'entrano i bambini ammazzati con la religione? Boh ... forse si è spiegato male).
Sembra un po' una fissa del medico candidato: anche nel seguito dell'intervista conferma che si occuperà di "valori fondamentali: vita, famiglia, libertà", TUTTAVIA (prima c'era il "ma", ora c'è "tuttavia"...) "si tratta di argomenti che non possono essere trattati in termini di integralismo e di interpretazione ideologizzata" (non riesco a capire bene ... in che senso sei milioni di bambini massacrati possono essere interpretati in maniera ideologica? Boh ... forse intende dire qualcosa che io non riesco a capire ...).

Vabbè, lasciamo perdere lo "stile" con cui il prof. Romano sarà "paladino delle battaglie a difesa della vita"; cerchiamo di capire cosa farà in Parlamento. I candidati e i parlamentari si giudicano da questo, no? Belli o brutti, simpatici o antipatici, di destra o di sinistra, devono approvare le leggi e si giudicano da quello che approvano, no?
E allora: come si comporterà il prof. Romano in Parlamento?
"con la consapevolezza che occorre testimoniare a livello politico quelle che sono le grandi istanze etiche e creare collegamenti trasversali per proporre iniziative credibili, valide e fattive" (sbando leggermente e rileggo la frase più volte ... forse ci hanno rovinato i decenni passati, in cui i politici erano un po' troppo rozzi e diretti - "Ladri! Comunisti! Corrotti! - forse questo è un politico raffinato ... un po' alla Aldo Moro, direi)

Però il giornalista deve essere un semplice come me, perché, ad un certo punto chiede: "Andiamo sul concreto. La legge 194, la somministrazione della pillola Ru 486, saranno tutti temi oggetto della sua campagna elettorale? E in che modo?" e subito dopo: "cos'è che non va bene della legge 194?" (bene così, dico io: vai, Romano, cantale chiare fin da ora, fai vedere che parlamentare sarai!)

"È una legge dello Stato e in quanto tale deve essere applicata nella sua totalità. A me sembra che la parte preventiva, per esempio, non venga perfettamente applicata: dobbiamo mettere le donne in condizioni di trovarsi in una situazione psicologica e economica idonea, in modo da evitare la drammatica scelta dell'aborto. Su questo dobbiamo lavorare moltissimo".

(Auguri ...)

Giacomo Rocchi