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domenica 3 novembre 2013

In Italia è sempre urgente uccidere un bambino malato


L'Espresso continua a raccogliere "testimonianze" che dovrebbero dimostrare che la legge 194 sull'aborto in Italia è disapplicata e che la colpa è tutta degli obiettori di coscienza. 
Quella che potete leggere proviene da tale "Roberta" e, ovviamente, la realtà dei fatti raccontati non può essere verificata (non sappiamo se la redazione della rivista provvede a degli accertamenti dopo avere ricevuto le lettere). 


Una sintesi di questi fatti? La donna viene a sapere della malattia cardiaca del bambino il 12 settembre e il 22 settembre viene sottoposta all'intervento abortivo. La donna mostra tutta la sua indignazione verso gli obiettori, ma non riesce a nascondere un fatto: ella può rivolgersi a tutti gli ospedali che vuole e, dopo pochi tentativi, una struttura pubblica gli fornisce il "servizio" richiesto cinque giorni dopo che ella ha avanzato la prima richiesta: sì, perché, come emerge dallo stesso racconto della donna, ella ha avanzato la prima richiesta di abortire solo dopo il 17 settembre. 

Cinque giorni: perché uccidere un bambino malato è evidentemente urgente nel nostro Paese, molto più che eseguire interventi chirurgici anche importanti ... siete mai riusciti a sottoporvi all'intervento per voi necessario in cinque giorni dal momento della richiesta?
Ma come ha fatto Roberta ad abortire in cinque giorni? Sappiamo - lo dice Lei - che ella aveva superato la 22a settimana di gravidanza: quindi si tratta di aborto compiuto dopo i primi novanta giorni, regolato dall'art. 6 della legge 194. Non solo: come la seconda dottoressa aveva spiegato a Roberta, la gravidanza aveva già superato un limite: quello per cui "sussiste la possibilità di vita autonoma del feto"; in altre parole, il bambino, una volta "abortito" (cioè, partorito con parto indotto: infatti Roberta dice proprio di aver partorito), se adeguatamente assistito potrebbe sopravvivere. 
Cosa prevede la legge 194 in questi casi? L'aborto può essere praticato solo quando la gravidanza e il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna e, inoltre, il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura utile a salvaguardare la vita del feto. 
Roberta era in "pericolo di vita"? La lettera non lo dice affatto; fa cenno ad una "lettera della psichiatra cui mi ero rivolta" senza specificare il suo contenuto. Sì, perché, evidentemente, in quei cinque giorni la donna aveva fatto a tempo anche a fare una visita psichiatrica (oppure no? La psichiatra ha mandato una "lettera" senza visitarla?) e la specialista aveva avuto il tempo di certificare qualcosa (il pericolo per la salute psichica? il pericolo per la vita?). 
Ma - come anche questa "testimonianza" dimostra - in Italia "fatta la legge ....": il responsabile del reparto dell'ospedale al quale la donna si era rivolta "mi fece ricoverare d'urgenza per un aborto terapeutico dicendomi che mi avrebbe aiutato perché non si poteva pensare di far nascere un bambino in quelle condizioni". 
E allora: l'articolo 7 della legge prevede che "qualora l'interruzione della gravidanza si renda necessaria per l'imminente pericolo di vita della donna, l'intervento può essere praticato anche senza lo svolgimento delle procedure". Ci vuole un "imminente pericolo per la vita della donna": la donna potrebbe morire entro un brevissimo tempo se l'aborto non venisse eseguito. 
Ricorrevano queste condizioni? Assolutamente no: Roberta non stava affatto morendo e, del resto, il medico aveva preso quella decisione per "aiutarla". 
E allora: il racconto di Roberta (come si è detto, da verificare) ci narra di medici che fanno interamente il loro lavoro (il radiologo che riferisce della malattia del bambino e risponde anche alla donna che manifesta la volontà di abortire richiamando la legge 194) e di altri che - a quanto sembra - fanno "carte false" per procedere ad un aborto che la legge non permette. 
Qualcuno all'Espresso si sarà chiesto se la certificazione del medico era ideologicamente falsa perché attestava un imminente pericolo per la vita della donna che, in realtà, non esisteva? Sarà venuto il dubbio che, forse, in quel certificato, il medico aveva anche attestato falsamente una settimana di gravidanza anteriore a quella effettiva, per eludere il dettato della legge? E poi: qualcuno si sarà chiesto se il medico che aveva eseguito l'aborto aveva adottato ogni misura utile a salvaguardare la vita del bambino, dopo l'aborto?
Tutti comportamenti che la legge 194 - sì, proprio quella di cui si invoca l'applicazione! - sanziona penalmente. 
Roberta conclude la sua "testimonianza" con un giudizio severo sui medici obiettori: "non è così che dovrebbero esercitare il loro mestiere, perché davanti a ogni pensiero dev'esserci il rispetto per la persona che si ha davanti": ma noi sappiamo che il medico che aveva eseguito l'ecografia aveva rispetto per "la persona che aveva davanti", tanto che si rifiutava di ucciderla ... Davvero aveva lo stesso rispetto il medico che, in pochi istanti, decise di "aiutare" la donna uccidendole il figlio malato e facendola entrare in quel "tunnel" da cui ella spera, "prima o poi", di uscire?
Giacomo Rocchi

martedì 8 ottobre 2013

L'aborto in base al sesso del bambino "fa impressione" al Fatto Quotidiano ...

Il Fatto Quotidiano rilancia un articolo del The Telegraph dove si riferisce che il Crown Prosecution Service avrebbe deciso di non procedere nei confronti di due medici che avevano acconsentito a praticare aborti basati sul sesso del nascituro. 

Il Fatto Quotidiano, nella presentazione in internet, la prende alla lontana: si chiede, infatti, "se questa possibilità assomigli troppo all'eugenetica". 
Il giornalista Pietro Citati, nel video di presentazione del giornale, osserva che "è vero che nel Nord Europa l'eugenetica è una tradizione, ma la conferma che questa pratica possa essere in qualche modo legale nella Gran Bretagna di oggi fa comunque impressione". 

Non possiamo che gioire per questo sussulto di umanità: il fatto che un bambino (o una bambina) sia ucciso prima della nascita non può che "fare impressione". 
Oppure fa impressione solo l'uccisione di una bambina e solo se essa è decisa perché si tratta, appunto, di una bambina?
Per restare all'eugenetica: al giornalista del Fatto quotidiano "fa impressione" che l'uccisione del bambino venga deciso perché si tratta di disabile, oppure di down, oppure perché malato o "imperfetto"? Non è anche questa eugenetica?

Ma andiamo ancora più in là: davvero il giornalista del "Fatto quotidiano" è disposto a giudicare gli aborti sulla base di quello che pensa la madre? E' quindi favorevole a vietare l'aborto volontario quando, esaminati i motivi per i quali la donna chiede di abortire, si scopre che ella non vuole una figlia femmina, ma un figlio maschio?

Interessante mi pare un'altra domanda: in Italia, sulla base della legge 194, l'aborto basato sul sesso del nascituro è legale? Il giornalista del Fatto Quotidiano si sorprenderebbe nello scoprire che, sì, si tratta di pratica legale, perché, ovviamente, alla legge non interessa affatto il reale motivo per cui la donna vuole abortire (motivo che, infatti, non viene nemmeno registrato nei primi tre mesi di gravidanza): l'aborto volontario è sempre permesso!

Vedremo se qualcuno nel Fatto Quotidiano farà qualche altra riflessione sul fatto che l'eugenetica, dal Nord Europa, è scesa anche in Italia ...

Giacomo Rocchi

sabato 3 novembre 2012

LA MODERNA EUGENETICA

Leggere per intero le 78 pagine di motivazione della recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione che condanna un ginecologo a risarcire il danno cagionato al bimbo nato "anormale" (termine tra i tanti usato in sentenza per descrivere il bimbo), perché affetto dalla sindrome di Down, in conseguenza del fatto che la mamma non ha potuto esercitare il "diritto di aborto", per carenza di diagnosi, ha l'effetto di un pugno nello stomaco e fa il paio con quell'altra sentenza di oltre 68 pagine che ha permesso di lasciar morire per fame e sete Eluana Englaro. 
In gergo para giuridico, questi pronunciamenti vengono definiti: "sentenze manifesto", in quanto dietro paludati ed altisonanti sofismi giuridici, nonché prolisse quanto vuote argomentazioni astratte, ai limiti del parossismo, sovvertono principi basilari di diritto naturale e positivo, per affermare il principio assoluto dell'autodeterminazione dell'uomo sul bene Vita. Sia quella intrauterina, perché incapace di reazione violenta e totalmente affidata alle cure della madre, che quella malata non più rispondente a canoni di “dignità umana” dettati da soloni in buona salute. 
Con questa ultima sentenza, il desiderio eugenetico della madre che dichiara di volere solo un figlio sano, perché qualora fosse "anormale", nello specifico Down, quel figlio dovrebbe morire per mano del medico abortista, diviene fondamento di un diritto risarcitorio verso un sanitario che non ha, con la sua condotta seppur omissiva, determinato l'anomalia genetica del bimbo. 
Ciò è di palese evidenza che neppure Le Loro Signorie, nel lungo argomentare, hanno potuto negarlo, ma la responsabilità c'è, se ben abbiamo compreso, ma il se è d’obbligo data la tortuosità dell’argomentare, in quanto quel figlio è nato, in quelle condizioni, per colpa del medico che non ha ben diagnosticato la possibile malformazione, impedendone di fatto il di lui aborto da parte della madre. 
In sintesi, si potrebbe affermare che non potendo condannare, per assenza di patrimonio, al risarcimento del danno il Buon Dio o madre natura, (a seconda che si sia credenti o atei) per l'errore genetico verificatosi all'atto della scissione delle cellule, la Corte condanna l'unico soggetto che poteva evitare in concreto ed in concorso con la madre, la nascita dell'"anormale", diagnosticando correttamente la malformazione. Costui, infatti, ha impedito, con il suo errore, che la mamma attuasse quel piano eugenetico manifestato sin dalla prima visita, quando, come si legge in sentenza, ebbe a dichiarare che condizione imprescindibile per la prosecuzione della gravidanza era che il bimbo fosse sano, pena la morte per quel figlio. 
In conclusione, però, ci chiediamo, seguendo a contrario, il "ragionamento" della Corte, ma se la mamma avesse invece voluto quel figlio, ben consapevole dell'anomalia inscritta nei suoi geni, essendo tale vita portatrice di “un danno” non solo, come chiarito dai giudici, per tutta la famiglia, ma anche per la collettività che dovrà, suo malgrado, farsi carico, con il sistema di assistenza sociale, della povera creatura, vi sarebbe una legittimazione dello Stato ad ottenere un risarcimento da quella donna, per tutte le conseguenze economicamente negative che la collettività dovrà sopportare a seguito di quella scelta, non conforme ai canoni di normalità correnti, tenuto conto che oggi è possibile evitare il “danno” "grazie" alla democristiana e ultra progressista legge 194/78, nella sua più moderna esegesi, fornitaci da una sempre aggiornata ed evoluta giurisprudenza delle Supreme Corti? 
Ai posteri e alla creatività dei nostri "Supremi Giudici", l'ardua sentenza.

Pietro Brovarone 
Movimento per la Vita - Biella

giovedì 13 settembre 2012

Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo: un'analisi




Ha fatto molto discutere nei giorni scorsi la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che - dopo la richiesta di una coppia italiana portatrice sana di fibrosi cistica, chiedeva di poter effettuare una fecondazione extracorporea seguita da esame degli embrioni (diagnosi genetica preimpianto) e scartare quelli eventualmente affetti da malattia, dichiarando la legge 40 incoerente con la legge 194 e adducendo come motivazione l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo a cui la legislazione nazionale deve sottostare e dove viene enunciato il diritto ‘al rispetto della vita familiare entro cui lo Stato non può entrare se non per motivi di sicurezza nazionale’. Come sempre in materia di difesa alla vita nascente la menzogna si nasconde nei dettagli mescolando ragionamenti veri su premesse false. Andiamo con ordine. I ricorrenti, nel 2006, avevano già concepito un bambino con la fibrosi cistica. Nel 2010, in seguito ad un’altra gravidanza, avevano fatto la diagnosi prenatale scoprendo che il bambino era malato. Lo abortirono al secondo trimestre secondo la legge 194. Quindi non sono sterili o infertili e dovrebbero essere fuori dall’applicazione della 40 se non fosse per un allargamento delle linee guida dell’allora ministro L.Turco (2008) che introdusse la frasetta ‘anche per quelle con malattie sessualmente trasmissibili’, ovviamente si riferiva ad altro tipo di patologie….ma si sa il solito buco nella diga che poi…La coppia infatti scrive fra le motivazioni che non ha senso che le sia stato permesso l’aborto di un feto, ma non le si conceda l’eliminazione di un embrione. E’ questo l’affermazione cavalcata ovviamente perché essendo forte il dolore per l’aborto che al secondo mese è un parto pilotato, “l’umana pietà irrazionale” dice: “ meglio che questa diagnosi preimpianto la facciamo sull’embrione”, fuori dal grembo della madre e lo eliminiamo prima di inserirlo nel laboratorio dove è stato prodotto! (come se l’embrione non fosse già figlio di quella coppia e la sindrome post fecondazione avesse a che fare solo con quelli non attecchiti e non anche con quelli’fantasma’ per averli lasciati in laboratorio!) E’ già e quanti embrioni produciamo..fino a quello sano? E poi dopo che abbiamo tolto delle cellule per lui vitali nel suo stadio evolutivo e scopriamo che è malato? Ovvio lo buttiamo. La Corte Europea dà ragione alla coppia, ma è debole quando scrive che l’embrione non può essere considerato un bambino. Infatti, in questo punto ritroviamo la prima contraddizione della sentenza, che risulta incoerente con la giurisprudenza europea, dato che la Corte di Giustizia Europea ha ormai affermato che “sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano, dal momento che la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano”. E qui arriva la Verità, da altri usata per altri scopi, perché sì purtroppo, la l. 40 è incoerente perché vieta la diagnosi preimpianto ma poi fa “salva” la l. 194 che prevede l’aborto sia per qualsivoglia ragione nel primo trimestre, anche per quelli sopravvissuti alle tecniche di impianto, che nel secondo trimestre (a parole “solo” per la tutela della salute, anche psichica, della donna ma di fatto a seguito di diagnosi prenatali sono tanti i bimbi eliminati perché malati), perché sì, purtroppo,le tecniche di fecondazione in vitro sono nate e sono state sviluppate con un’impronta eugenetica: gli embrioni possono essere prodotti e congelati in gran quantità (i “paletti” della l. 40 sono stati quasi tutti “abbattuti” o “bypassati” prima dalle linee guida e poi dalle sentenze dei giudici italiani) e essere trattati come cose e non come persone, perché sì, purtroppo esiste una “coerenza” di queste due ingiuste, inique, uccisive leggi: perché sì, purtroppo in Italia, da 34 anni applicando la 194 si fa eugenetica (uccidendo i bambini prima della nascita se sono malati o affetti da malformazioni). Ora tocca al ricorso del Governo Italiano e alla Grande Chambre.. A questo punto ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di dire che la tutela non dovrebbe valere solo per l’embrione ma anche per il feto: come non si accetta la diagnosi preimpianto a scopo eugenetico, non si dovrebbe accettare nemmeno la diagnosi prenatale che ha lo stesso fine? E quindi, questa volta sì, per coerenza, queste leggi bisognerebbe eliminarle entrambe perché figlie entrambe di quel ‘male minore’ che ci porta dritti dritti nelle braccia del Maligno Maggiore.


Cinzia Baccaglini

domenica 5 febbraio 2012

LEGGI INIQUE: tutela della razza - "tutela della maternità"

Tra il settembre e il novembre del 1938, lo stato unitario italiano, si dotò di leggi sulla tutela della razza, escludendo dalla vita pubblica tutti gli ebrei, decretandone di fatto la morte civile. Quella fisica sarebbe venuta poco dopo per mano tedesca, attraverso l'apparato nazista. Quelle leggi rappresentano per lo stato unitario, a 150 anni dalla sua fondazione, un abominio; sono la prova idelebile di un atto infamante.

Nel maggio del 1978, lo stato unitario divenuto repubblicano si è dotato di una legge che discrimina gli uomini sulla base del loro svilpuppo fisico, nonché in ragione delle malattie di cui sono portatori. Questa legge si chiama 194/78 ed ha introdotto quello che, dotta giurisprudenza, individua come diritto all'aborto.

E' un dato non contestato, presso i biologi, che la vita dell'uomo inizia con il concepimento e seguendo un ritmo costante passa attraverso diverse fasi di sviluppo che si susseguono, sino alla morte.

Lo Stato che autorizza la madre a sopprimere la vita del bimbo che è in lei entro il terzo mese di gravidanza e in caso di malformazioni del piccolo entro il sesto mese di gravidanza, opera una chiara discriminazione nella tutela della vita umana. Sino al sesto mese di vita intrauterina è possibile sopprimere una vita umana senza patire alcuna conseguenza, anzi è lo stato che finanzia la soppressione della vita.

Di quale colpa si è macchiata quella vita umana che ha iniziato il suo sviluppo nel grembo materno, a seguito di un atto d'amore, per essere eliminata ?

Nessuna colpa, così come non avevano colpe gli ebrei, gli zingari, i minorati mentali e fisici e gli omosessuali che il nazonalsocialismo ha sterminato, se non quella di non essere ritenuti degni di vivere dal potere del momento. La morte dell'innocente per mano del violento pare essere una costante nella storia dell'uomo, ciò che sorprende, però, è il fatto che, come all'epoca delle leggi raziali in pochi si opposero all'abominio, anche oggi pochi sono coloro che si oppongono alla violenza dell'atto abortivo, per tutelare la vita di quei figli rifiutati dalle loro madri.

Pietro Brovarone

mercoledì 18 gennaio 2012

Educati dalla legge sull'aborto?/4




“Come conseguenza del rispetto e della protezione che vanno accordati al nascituro, a partire dal momento del suo concepimento, la legge dovrà prevedere appropriate sanzioni penali per ogni deliberata violazione dei suoi diritti”(Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, 3).
Continuiamo a commentare i numeri dell'aborto in Italia, stimolati dall'intervento di Piero Gheddo che, escludendo ogni abolizione della legge 194 e auspicando la sua "rigorosa applicazione", sostiene che "all'estero stanno molto peggio" e che "gli aborti sono in diminuzione". Abbiamo visto che Gheddo sposa la tesi secondo cui con l'aiuto economico e quello psicologico gli aborti diminuirebbero.


Dopo aver parlato dell'aborto delle minorenni, parliamo, allora, dell'aborto eugenetico, motivato dalla malattia o dalle malformazioni (effettive o temute) del bambino. Abbiamo già menzionato il bellissimo articolo di Carlo Valerio Bellieni sull'eliminazione delle bambine con sindrome di Turner: la motivazione di quegli aborti è lucidamente indicata dall'Autore: "quanto è fragile l’uomo della società post-moderna, tutto infervorato nel culto della perfezione fisica e nella fobia delle malattie".
Vediamo allora un po' di numeri: nel 1983 la percentuale di aborti volontari eseguiti oltre le 12 settimane era pari allo 0,7% del totale, oggi la percentuale giunge al 2,9% (quattro volte di più); il Ministro della Salute osserva che "a differenza delle interruzioni di gravidanza entro i 90 giorni, quelle effettuate dopo tale termine riguardano nella gran parte dei casi gravidanze interrotte in seguito a risultati sfavorevoli delle analisi prenatali".


La legge 194 in questo caso risulta particolarmente "moderna": già nel 1978 - quando le tecniche di diagnosi prenatale erano molto meno sviluppate - prevedeva come possibile l'uccisione del bambino dopo i novanta giorni "quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna". Suggeriva, quindi, che la malattia (reale o temuta) del bambino comportasse un pericolo per la madre; e soprattutto, che la "soluzione" fosse l'uccisione del bambino malato (o temuto tale). D'altro canto, ad essere messa in pericolo poteva essere anche la "salute psichica" (e cioè, il completo benessere fisiopsichico). Che voi sappiate, a qualche donna che, conosciuta la malattia del figlio ha chiesto di abortire, è stato risposto negativamente perché non c'era pericolo per la sua salute psichica?


Bellieni fa cultura ed educazione, e fa bene; ma non pensa che una legge che vietasse l'aborto eugenetico aiuterebbe la sua opera? Non è che - come sembra ritenere Benedetto XVI - "le misure legislative che non solo permettono, ma talvolta addirittura favoriscono l’aborto, per motivi di convenienza o per ragioni mediche discutibili ... si oppongono all'educazione dei giovani e al futuro dell'umanità"? E Gheddo, che pensa di questa parte della legge: non dobbiamo abolire nemmeno questa?


Le cosa da dire non sono finite.


Giacomo Rocchi

mercoledì 11 gennaio 2012

Educazione e leggi sull'aborto



Benedetto XVI, ancora una volta, riprende il tema delle leggi ingiuste che permettono l'aborto. Lo fa nell'ambito di un tema molto sentito in questo periodo nell'ambito del mondo cattolico:
"L’educazione è un tema cruciale per ogni generazione, poiché da essa dipende tanto il sano sviluppo di ogni persona, quanto il futuro di tutta la società. Essa, perciò, costituisce un compito di primaria importanza in un tempo difficile e delicato. Oltre ad un obiettivo chiaro, quale è quello di condurre i giovani ad una conoscenza piena della realtà e quindi della verità, l’educazione ha bisogno di luoghi. Tra questi figura anzitutto la famiglia, fondata sul matrimonio di un uomo con una donna. Questa non è una semplice convenzione sociale, bensì la cellula fondamentale di ogni società. Pertanto, le politiche lesive della famiglia minacciano la dignità umana e il futuro stesso dell’umanità. Il contesto familiare è fondamentale nel percorso educativo e per lo sviluppo stesso degli individui e degli Stati; di conseguenza occorrono politiche che lo valorizzino e aiutino così la coesione sociale e il dialogo. È nella famiglia che ci si apre al mondo e alla vita e, come ho avuto modo di ricordare durante il mio viaggio in Croazia, «l’apertura alla vita è segno di apertura al futuro». In questo contesto dell’apertura alla vita, accolgo con soddisfazione la recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che vieta di brevettare i processi relativi alle cellule staminali embrionali umane, come pure la Risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, che condanna la selezione prenatale in funzione del sesso.
Più in generale, guardando soprattutto al mondo occidentale, sono convinto che si oppongano all’educazione dei giovani e di conseguenza al futuro dell’umanità le misure legislative che non solo permettono, ma talvolta addirittura favoriscono l’aborto, per motivi di convenienza o per ragioni mediche discutibili."


Se le leggi di aborto si "oppongono all'educazione dei giovani e di conseguenza al futuro dell'umanità", quale è il compito dei prolife? Tentare di abrogare quelle leggi.
Ma quale è lo scopo di questa battaglia?
Evidentemente non solo salvare la vita dei bambini di cui la legge di aborto avrebbe permesso l'uccisione, ma contribuire "all'educazione dei giovani e al futuro dell'umanità".

Chi segue questo post ha conosciuto la "polemichetta" nata dal commento ad articoli di Carlo Valerio Bellieni (Educazione vs. legislazione?). Bellieni, in un bellissimo articolo su Il Sussidiario sull'l'utilizzo a scopo di aborto delle tecniche di diagnosi prenatale, insiste sul tema del deficit della capacità educativa: "Già, perché è vero che gli “strumenti” sono neutri, ma se vengono usati in un momento di fragilità non lo sono più. E quanto è fragile il periodo della gravidanza… e quanto è fragile l’uomo della società post-moderna, tutto infervorato nel culto della perfezione fisica e nella fobia delle malattie. E si noti che ho volutamente usato un esempio “soft”, per non irritare nessuno, ma le conseguenze finali che abbiamo illustrato all’inizio dell’articolo sono ben diverse da un mal di pancia.
Non pensate che, soprattutto chi dà consigli morali e si occupa di etica, magari preoccupato per il numero di aborti, ma purtroppo poco dal clima culturale che precede e circonda gli aborti stessi (dunque in deficit di capacità educativa), dovrebbe riflettere?"


Scrivevo in qualche post precedente: "Non sto sostenendo che l'educazione (soprattutto quella cristiana) non serva: ma che l'esistenza di leggi ingiuste nell'ordinamento civile ostacola e a volte impedisce una corretta educazione".


Benedetto XVI sembra avere una chiara idea della complessità e doverosità dell'azione necessaria: occorre educare - soprattutto tramite la famiglia - e occorre eliminare le leggi diseducative, che "impediscono l'educazione dei giovani e il futuro dell'umanità".



Chissà se l'azione prolife diretta ad abrogare queste leggi (e, quando necessario, ad ostacolare l'approvazione di altre leggi ingiuste) troverà cittadinanza anche nel mondo cattolico ...


Giacomo Rocchi

giovedì 1 dicembre 2011

In Italia esiste il diritto di uccidere



Qualche riflessione sulla sentenza della Cassazione che, confermando una sentenza della Corte d'Appello di Perugia, ha condannato l'Università La Sapienza di Roma al risarcimento dei danni morali subiti dai genitori di un bambino down che avrebbe potuto essere abortito e non lo fu.

Durante la gravidanza era stato eseguito l'esame della funicolocentesi che aveva dato esito negativo; l'Università è stata dichiarata responsabile perché la gestante non era stata informata della inaffidabilità dell'esame "e quindi sulla necessità di ripeterlo entro la 24a settimana". Non avendo ripetuto l'esame (e non avendo, quindi, conosciuto l'esistenza della sindrome nel suo bambino) la madre non aveva potuto esercitare "il diritto di poter decidere liberamente, anche attraverso un'adeguata informazione sanitaria, la scelta dell'aborto terapeutico o di rischiare una nascita a rischio genetico". In un ulteriore passaggio l'inadempimento dell'Università è stato ritenuto "suscettibile di ledere i diritti inviolabili della persona e quindi anche della gestante e del padre".

Come quantificare il danno? La Corte d'Appello di Perugia aveva liquidato l'importo di euro 80.000; somma troppo bassa, secondo la Cassazione, "considerata la gravità del sacrificio personale e la permanenza dell'assistenza di una persona che abbisogna di continue cure, sorveglianza ed affetto". Abortire il bambino sarebbe costato meno ...

Giudici impazziti? Anche se Avvenire titola "Risarcimento per mancato aborto: la Cassazione sbanda", in realtà non si tratta affatto della prima sentenza di questo tipo. Alberto Gambino, intervistato da Avvenire, sostiene che "l'aborto non è un diritto, ma un bilanciamento di interessi contrapposti" e aggiunge che "bisogna essere un po' cauti nell'accogliere questi percorsi giurisprudenziali, perché sembrerebbe che in Italia esiste un diritto ad abortire sostanzialmente illimitato. Invece la nostra legislazione prevede una possibilità di sacrificare la vita del nascituro davanti ad una lesione psicofisica. E questa è la condizione che si deve verificare".


I Giudici applicano la legge: e la legge sull'aborto è la legge 194 (alcuni ritengono che non si dovrebbe tentarne la cancellazione). Per riconoscere il risarcimento del danno, occorre che ad essere violato sia un diritto soggettivo. E che quello della donna ad uccidere il proprio figlio sia un diritto (anche dopo il terzo mese di gravidanza) la Cassazione civile (i giudici civili sono, appunto, i giudici dei diritti) lo ha affermato fin dal 2002.

Ma, si dice, almeno dopo il terzo mese, per abortire dovrebbe esistere una lesione psicofisica della donna. No, ribattono i giudici civili: la legge 194 prevede solo che le anomalie del nascituro possano provocare "un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna"; quindi per ottenere il risarcimento non occorre accertare se davvero, dopo il parto, la madre abbia subito un danno; è sufficiente verificare "se la dovuta informazione sulle condizioni del feto avrebbe potuto determinare durante la gravidanza l'insorgere di un tale processo patologico".

Insomma: nessun danno reale e neanche nessun pericolo reale.


Le novità di questa sentenza sono altre: la prima è che viene riconosciuto il diritto al risarcimento anche al padre (pensate un po': l'uomo non può intervenire per impedire l'uccisione di suo figlio, ma può chiedere soldi come risarcimento se la madre non ha potuto esercitare il suo diritto di ucciderlo ...); e, inoltre, i Giudici civili superano di slancio l'unico limite della legge 194.

Sì, perché, come è noto, l'aborto non sarebbe permesso se il bambino, strappato dal corpo della madre, ha qualche possibilità di vita autonoma: quindi, attualmente, a circa 22 settimane di gravidanza. Che senso aveva, allora, fare una seconda funicolocentesi alla 24a settimana, se l'aborto "terapeutico" (sic!) era vietato? Ma, si risponde, è una questione di onere della prova: era l'Università a dover provare che il bambino - se fosse stato abortito alla 24a settimana - avrebbe potuto sopravvivere (chissà come questa prova poteva essere fornita): quindi la coppia di genitori ha diritto ad essere risarcita per la nascita del loro figlio e per il grave sacrificio personale, non avendo potuto compiere l'unico sacrificio possibile, quello del bambino.


Comprendiamo così come una legge ingiusta, oltre a permettere l'uccisione di milioni di innocenti, educa i cittadini.



Giacomo Rocchi

martedì 17 agosto 2010

Ancora su "Un'Agenda bioetica..."

Gentile Dott. P....,
Sono un medico e, anche se non metto in dubbio la Sua buona fede, mi trovo completamente d’accordo con quanto asserisce il dott. Rocchi (vedi Un'Agenda bioetica o le solite bufale?).
Con l’occasione desidero sottoporre alla Sua attenzione alcuni aspetti “medici” della legge 194/78 che mi sembrano particolarmente importanti:
1) La legge 194 (come le altre leggi permissive in materia d’aborto del mondo occidentale) non è stata richiesta dai medici, né in particolare dai ginecologi, ma è stata voluta esclusivamente dai politici. La ragione è che, già negli anni ’70, erano quasi completamente scomparse le indicazioni all’aborto terapeutico (inteso come mezzo assolutamente indispensabile per salvare la vita della madre o per evitare danni gravissimi alla sua salute) grazie allo straordinario sviluppo della medicina avvenuto a partire dagli anni ’50. Anche la mortalità per aborto clandestino era molto rara ( circa 30 decessi all’anno, lo 0,2% della mortalità femminile in età feconda). Per quei casi rarissimi in cui, per ragioni mediche, l’aborto terapeutico era assolutamente indispensabile, questo era legalmente possibile anche prima della legge 194 ricorrendo all’articolo 54 del codice penale (stato di necessità). Negli anni ’70, quindi, i medici italiani non chiedevano un allargamento delle indicazioni dell’aborto legale ma nuove leggi che permettessero i trapianti d’organo. Queste sì erano necessarie per salvare delle vite umane, non la legge 194.

2) La legge 194, mai richiesta dai medici, è stata invece tenacemente voluta dai soli politici esclusivamente per motivi ideologici. Le ideologie che promuovono le leggi abortiste, entrambe di origine anglosassone, sono:
a) l’ideologia femminista radicale che vede nella scelta della donna (choice) fra proseguire o abortire un suo diritto irrinunciabile per la parificazione della donna rispetto all’uomo e alla società.
b) L’ideologia antinatalista neomaltusiana che ispira la potentissima IPPF ( International Planned Parenthood Federation) che, ha partire dal 1969, promuove in tutto il mondo leggi permissive in materia di aborto con lo scopo di abbattere, anche con questo mezzo, la crescita della popolazione mondiale. Fin dall’inizio degli anni ’70 questa politica è fortemente sostenuta e finanziata dai Presidenti Democratici degli USA, da numerose fondazioni nord-americane ed è stata sponsorizzata dall’ ONU tramite l’UNFPA (United Nations Fund for Population Activities), e dall’Unione Europea.

3) Per promuovere la legge 194, negli anni ’70, i politici (Pannella in testa) hanno ipocritamente assunto il ruolo di difensori e promotori della salute delle donne. Secondo loro era indispensabile approvare una legge permissiva in materia di aborto legale perché ogni anno in Italia morivano per aborto clandestino 20000-25000 donne. Queste cifre sono state divulgate da giornali come il Corriere della Sera e La Stampa e sono state riportate anche in tre disegni di legge depositati in Parlamento nel 1972. Se queste affermazioni fossero state vere la Soc. Italiana di Ostetricia e Ginecologia e anche la Magistratura se ne sarebbero accorte ben prima dei politici. Cifre assurde, allora mai ufficialmente smentite né dalla Società di Ostetricia e Ginecologia né dai competenti organi della Magistratura. Queste menzogne inaudite hanno però contribuito potentemente all’approvazione della legge 194.

4) La sentenza della Corte Costituzionale n° 27 del 12/ 2/ 1975 afferma la liceità costituzionale del solo aborto terapeutico diretto a proteggere non solo la vita, ma anche la salute della madre. La sentenza però precisa: “…… ritiene anche la Corte che sia obbligo del legislatore predisporre le cautele necessarie per impedire che l'aborto venga procurato senza seri accertamenti sulla realtà e gravità del danno o pericolo che potrebbe derivare alla madre dal proseguire della gestazione……. ". Perciò non sono costituzionalmente ammissibili né l’aborto a semplice richiesta della donna nei primi 90 giorni di gravidanza, né l’aborto eugenetico. Come ha fatto allora il legislatore a legalizzare “di fatto” l’aborto a richiesta e l’aborto eugenetico? Ha regolamentato per legge il solo aborto terapeutico, stabilendo però che nei primi 90 giorni di gravidanza è la sola donna che, a suo insindacabile giudizio, valuta se l’aborto è necessario per la sua salute fisica o psichica e decide di richiederlo al Sevizio Sanitario, che è obbligato ad eseguirlo. Nel caso di “rilevanti anomalie o malformazioni” l’aborto è legale fino alla 24a settimana di gravidanza perché mettere al mondo un figlio malato o con una malformazione rappresenta un “pericolo” per la salute, anche solo psichica, della madre persino quando la malformazione o la malattia potrebbero essere corrette o guarite prima o dopo la nascita.

Conclusione: In trent’anni sono stati eseguiti in Italia cinque milioni di aborti, tutti “formalmente terapeutici”, per salvaguardare la salute fisica e psichica della madre, in un’epoca in cui il progresso della medicina ha quasi del tutto azzerato la necessità del vero aborto terapeutico e permette di tutelare la salute delle donne e dei nascituri in modo ben diverso . Al contrario i politici, con la legge 194/78 e con la collaborazione dei medici non obbiettori, sono riusciti ad uccidere un numero di vite umane superiore a quello che, nello stesso periodo di tempo, ha ucciso il cancro. Non pensa, dr. Privitera, che questo sia un fatto umanamente e scientificamente inaccettabile, e che in questo campo la medicina sia diventata serva dell’ideologia?

Cordiali saluti
Dr. Roberto Algranati

domenica 20 dicembre 2009

Due bambini uccisi, nessun colpevole


Si è concluso con un'assoluzione il processo contro i due medici che, incaricati di un aborto selettivo diretto a sopprimere il gemello con sindrome di Down, avevano ucciso, per errore l'altro gemello.

Abbiamo già parlato di questo processo in un precedente post "il gemello sbagliato" che si concludeva con una domanda: "se il processo che si sta conducendo si basa su una legge ingiusta come la legge 194, la sentenza che verrà emessa come potrà fare giustizia?"

Chi sono stati gli attori in questa rappresentazione che avrebbe dovuto portare ad una "sentenza giusta"?

Abbiamo la pubblica accusa che, come abbiamo già visto, si scandalizza per il banale errore in cui sono incorsi i medici che non hanno riconosciuto il gemello da uccidere: "bastava un semplice colorante per individuare il gemello malato!"

Abbiamo gli imputati che si difendono: "volevamo uccidere il gemello giusto, ci siamo sbagliati perché i due bambini si sono scambiati di posto!" Uno dei due medici aveva dichiarato: "Ma io sono a posto con la coscienza. È stato un fallimento, ma l'errore era del tutto imprevedibile".


Abbiamo, poi, i genitori dei due bambini uccisi, decisi ad ottenere un lauto risarcimento del danno (un milione di euro). Sentite cosa affermava il loro avvocato: "Si tratta della perdita di una vita umana , dell'impossibilità di questa coppia di avere in futuro una nuova gravidanza per il trauma subito (...) Nessuna condanna o risarcimento darà mai ristoro a questa coppia".

No, avvocato: si tratta della perdita di due vite umane, non di una sola! Non è che il gemello con la sindrome di down, per il solo fatto che la madre aveva deciso che avrebbe dovuto morire, era svanito: è stato ucciso anche lui!

Si, perché i genitori di quella coppia di gemelli piange la perdita di una vita dopo che la madre aveva, nella sua libertà, deciso la soppressione dell'altra, aveva deciso che avere un gemello down non era opportuno per il bambino sano ...

Un processo o una rappresentazione tragica e grottesca?
E così il Giudice non ha potuto che completare il quadro: uccidere i bambini prima della nascita, in Italia, non è reato ...

Giacomo Rocchi

giovedì 3 dicembre 2009

Il gemello "sbagliato"


A Milano si sta celebrando il processo contro i medici che, dovendo eseguire un aborto selettivo che doveva avere come vittima il gemello affetto da sindrome di Down, sbagliarono nell’individuare il gemello da abortire.
Ecco come un quotidiano di Milano riporta la requisitoria del pubblico ministero: “Tutte le persone coinvolte hanno messo la testa come uno struzzo sotto la sabbia attraverso un’autoassoluzione collettiva inaccettabile …Non è accettabile che i panni sporchi siano stati lavati in famiglia, trincerandosi dietro il caso fortuito”.
Durante la requisitoria il pm ha chiesto condanne fino a due mesi per la dottoressa A.M.M. e per la collega che quel giorno l’assisteva in sala come ecografista (…)
Al giudice si sono poi rivolti anche i genitori dei due gemellini vittime dell’errore in quella sala operatoria, che hanno chiesto un milione di euro di risarcimento. Perché “questa coppia - spiega il loro avvocato Davide Toscani - si porterà questo macigno sulle spalle per sempre”.

Un “macigno” che avrebbe potuto essere evitato “utilizzando un semplice colorante per individuare il feto malato”. Ma nessuno in quella sala operatoria fece il “test rapido” sul feto selezionato per l’aborto. Insomma, «serviva da parte dei medici un supplemento di attenzione e prudenza che non c’è stato» ha continuato Ghezzi. Non solo. La ginecologa che ha eseguito l’intervento ha dato "dimostrazione di imprudenza".
Questa è la legge 194 sull’aborto, in nome della quale si sta celebrando il processo: una legge che permette di scegliere il bambino da uccidere solo perché è affetto dalla sindrome di Down: questo bambino, prima di essere ucciso, avrebbe dovuto essere marchiato, colorato; non ci ricorda qualcosa?

Chi sono le “vittime” di questa vicenda? I genitori? O entrambi i bambini uccisi?
Sì, perché – l’articolo non lo dice, ma il fatto è scontato: il gemello “sbagliato” venne ucciso poco dopo, quando i medici si accorsero dell’errore.
Chi è che “mette la testa sotto la sabbia come uno struzzo attraverso una autoassoluzione collettiva”? I medici che non hanno riconosciuto di avere abortito il bambino “sbagliato” o la società italiana che i bambini uccisi nel grembo materno fa finta di non vederli?

E, in fondo: se il processo che si sta conducendo si basa su una legge ingiusta come la legge 194, la sentenza che verrà emessa come potrà fare giustizia?

Giacomo Rocchi

mercoledì 28 ottobre 2009

Prosegue la caccia e l'uccisione dei bambini down

(AGI) - Londra, 27 ott. - Aumenta il numero di donne che scoprono durante la gravidanza di avere bambini affetti dalla sindrome di Down. Un effetto, secondo i ricercatori della Queen Mary University di Londra, che hanno condotto lo studio, dovuto a migliori diagnosi, ma anche alla decisione di molte donne di ritardare l’eta’ della gravidanza. (...). Il numero di donne in gravidanza durante i loro 40 anni e’ infatti raddoppiato in 10 anni, passando da 11 mila a 22 mila. “Nonostante cio’, il numero di bambini Down che effettivamente vengono alla luce e’ in realta’ diminuito ... perche’ molte coppie eseguono l’amniocentesi, e nel caso di diagnosi di un bambino Down positiva, nel 92 per cento dei casi scelgono di interrompere la gravidanza con l’aborto terapeutico”.
Oggi, grazie alle analisi sanguigne possiamo avere risultati accurati e sicuri”.

Aborto "terapeutico"? Chi viene curato: il bambino? la madre?

Il bambino down lo possiamo uccidere solo perché è down? E perché?

Queste percentuali hanno corrispondenza con quelle italiane? Come mai il numero degli aborti nel secondo trimestre della gravidanza è enormemente aumentato negli ultimi anni?

Quale società stiamo costruendo?

Giacomo Rocchi

domenica 20 settembre 2009

Curare i bambini? Un problema morale/ 3




Come valutare l'episodio inglese riportato nel post precedente? Un neonato nato prematuramente è stato lasciato morire dal personale sanitario perché era nato alla 21a settimana + 5 giorni di gravidanza: solo se i bambini nascono dopo 22 settimane di gravidanza, infatti, le linee guida in uso permettono di sottoporli a terapia intensiva e, quindi di tentare di salvarne la vita.

Partiamo da un'osservazione che potrebbe apparire secondaria: quella dell'incertezza in ordine alla data di inizio della gravidanza; tutti sanno che questa data non può essere stabilita in maniera assolutamente esatta ... si poteva forse escludere che, in quel caso, la gravidanza fosse iniziata due giorni prima rispetto alla data individuata dai medici, e, quindi, avesse raggiunto le 22 settimane?

Accostiamo a questa prima osservazione un'altra: le differenze nello sviluppo tra i vari bambini, sia prima che dopo la nascita. Si tratta anche questo di un dato di comune esperienza: così come, dopo la nascita, non tutti i bambini di sei mesi hanno la stessa corporatura, si comportano nello stesso modo ecc., così anche prima della nascita lo sviluppo degli organi (ad esempio: dell'apparato polmonare) non è un dato matematico; se è vero che i problemi di sviluppo polmonare sono comuni ai bambini nati prematuramente, ma non si può affermare - nessuno lo afferma - che, prima di una certa data, sicuramente lo sviluppo non permette la sopravvivenza, mentre dopo tale data, sicuramente la terapia intensiva avrà effetto.

Due osservazioni di buon senso per esclamare, rispetto al caso inglese: dovevate provare ad assistere e curare quel bambino! Magari, dopo i primi tentativi, sarebbe risultato chiaro che essi erano inutili, ma prima si doveva provare!

Bellieni - il noto neonatologo di Siena - osserva che, se negli anni passati l'atteggiamento dei medici nei confronti dei neonati prematuri fosse stato questo, l'enorme progresso nei risultati non ci sarebbe mai stato: ancora morirebbero bambini nati alla 30a settimana ...


Ma gli specialisti della rianimazione neonatale avevano una "spinta" in più: il bambino era lì, già nato, e andava salvato! Era un uomo che rischiava di morire e che il medico poteva - doveva! - salvare, senza occuparsi di cosa fosse accaduto prima, delle difficoltà della gravidanza, dei dubbi della madre se abortire o meno, della situazione familiare, delle patologie cui il bambino era affetto ...

Da un medico non ci si aspetta questo?

Non più: in Inghilterra classificano i neonati a seconda della settimana di sviluppo - tu sì ... tu no (non ricorda l' "accoglienza" ad Auschwitz narrata da Levi?) - e stabiliscono che alcuni sono "persone", altri sono "non persone", "feti" che, benché nati, si deve far finta che non lo siano, bisogna ricacciare indietro, nella landa dove tutto è possibile: la gravidanza intesa come luogo dove il bambino può essere ucciso sempre.

Solo in Inghilterra? Un documento approvato nel 2006 a Firenze (del gruppo di lavoro faceva parte la d.ssa Serenella Pignotti, quella che parlerà alla Sapienza dei "dilemmi morali" che sorgono nella rianimazione dei neonati prematuri), proponeva di distinguere i neonati per età gestazionale e, per i bambini nati alla 22a settimana (quelli che, in Svezia, sopravvivono nel 10% dei casi se sottoposti a terapia intensiva) dava questa indicazione: "Al neonato devono essere offerte le cure confortevoli, salvo in quei casi del tutto eccezionali che mostrassero capacità vitali significative".

Lasciamoli morire ...

Giacomo Rocchi

sabato 16 maggio 2009

La salute delle donne uccide le bambine

Secondo un servizio della televisione svedese, le autorità sanitarie della Svezia hanno stabilito che l'aborto motivato dal sesso del nascituro non è illegale e pertanto non può essere impedito. La statuizione era stata sollecitata da un medico al quale si era rivolta una donna, che già due volte in precedenza aveva abortito in conseguenza del sesso del bambino, e che aveva chiesto un'amniocentesi sia per accertare eventuali anomalie del feto, sia per conoscere se si trattava di maschio o di femmina. Il medico ha chiesto al Dipartimento Nazionale della Salute di indicare delle linee guida per sapere come comportarsi nel futuro di fronte a richieste di conoscere il sesso del feto senza che vengano addotte motivi di carattere medico; il Dipartimento ha risposto che queste richieste e i conseguenti aborti non possono essere rifiutati e che non è possibile negare ad una donna l'aborto fino alla diciottesima settimana di gestazione, anche se il sesso del nascituro è la base della richiesta.

Fin qui la notizia.

La prima riflessione è che questa statuizione dimostra che "la salute della donna" (o più semplicemente: la salute) è uno schermo che nasconde la pura e semplice volontà dell'adulto, sganciata da ogni limite: con il paradosso che è il Dipartimento della Salute a statuire che, nel permettere l'aborto volontario, la salute non c'entra nulla ...

Ci si può chiedere, poi, in cosa differisca l'aborto delle bambine deciso ed attuato per il solo fatto che si tratta appunto di femmine dalla soppressione in Cina delle neonate in conseguenza della famigerata legge che rende obbligatorio il figlio unico: l'uccisione è semplicemente avvenuta prima ... gli strumenti tecnologici avanzati del Nord Europa - l'amniocentesi - portano allo stesso orrore ... e chissà se qualche donna sente su di sé l'obbligo sociale di fare pochi figli, magari non più di uno ...

Un'ultima domanda: ma una cosa del genere sarebbe possibile in Italia?
Assolutamente si: in Italia la donna deve solo "accusare" i motivi di salute che la inducono ad abortire; nessuno ha il diritto di sindacare questi motivi.
Quando si stabilisce che un uomo qualche volta può essere ucciso, in realtà si permette di ucciderlo in ogni caso: non esistono leggi sull'aborto migliori o peggiori, ma solo leggi sull'aborto che devono essere abolite.
Giacomo Rocchi