domenica 30 novembre 2008

Obama, la morte, Hitler, prepariamoci al peggio.

Il peggio deve ancora arrivare, prepariamoci all'ideologia contro alla vita dei nostri giorni.
Obama neoeletto presidente USA è al 100% contro la vita. Attenzione perché il Nazismo è solo un pallido riflesso di morte rispetto a quello che verrà, (e che già avviene nei confronti dei più deboli).
Tra le altre cose Obama vuole finanziare e liberalizzare l'aborto fino al 9 mese. Vuole ripristinare il partial birth abortion, aborto (effettuato gli ultimi mesi) dove si tira fuori il corpo del bimbo dalla madre per lasciare la testa ancora nell'utero e vuotarla con una siringa dopo aver spappolato il cervello. Obama ha già votato e voterà per togliere i finanziamenti per le cure dei sopravissuti dall'aborto (ebbene sì qualcuno addirittura sopravvive), c'è l'odio per chi sopravvive. Queste solo alcune iniziative di un periodo nero per la verità e per la Vita.
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venerdì 28 novembre 2008

Testamento biologico e autodeterminazione


I fautori del testamento biologico - o delle Dichiarazioni anticipate di trattamento - propongono un ragionamento apparentemente lineare: se il malato ha il diritto di rifiutare le cure e anche di rifiutare la nutrizione o idratazione, fino a lasciarsi morire, la volontà della persona espressa in precedenza deve poter valere nel caso in cui il soggetto si trovasse, in futuro, in una condizione di incapacità di esprimere le proprie volontà; il testamento, quindi, sarebbe lo strumento per rendere esercitabile sempre il diritto di ciascuno di rifiutare terapie e cure nel caso in cui ritenga la propria condizione contraria alla dignità personale.
La questione è davvero così semplice?

Il diritto a rifiutare terapie e nutrizione presuppone alcune condizioni. In primo luogo non lo può esercitare chi non è pienamente capace di intendere e di volere: non a caso esiste l'istituto del Trattamento sanitario obbligatorio con il quale determinate terapie vengono irrogate coattivamente a soggetti che le rifiutano.
Il problema della piena capacità di comprendere e di decidere adeguatamente, in realtà, è molto più ampio rispetto alle ipotesi dei malati di mente o con turbe di tipo psichiatrico: nel caso di malati gravi e inguaribili, infatti, ha influenza decisiva per la richiesta di non essere curati la depressione, intesa nel senso di vera e propria patologia: uno studio olandese pubblicato nel 2005 e relativo alle condizioni dei malati che chiedevano l'eutanasia ha dimostrato che, tra i pazienti depressi, il 44% aveva chiesto l'eutanasia, mentre la percentuale dei non depressi che aveva avanzato la richiesta si fermava al 15%; quindi un rischio 4,1 volte maggiore (già uno studio russo aveva riportato analoghi risultati).

Rispetto ad un paziente che chiede di non essere più curato ma che presenta una sindrome di stato depressivo, il medico non potrà evidentemente dare corso alla richiesta, ma dovrà (dovrebbe ...) dapprima tentare di curare la depressione: ma i medici sono adeguatamente preparati ad affrontare questi stati dei loro malati? E le decisioni dei medici dipendono anche dalle convinzioni personali in ordine all'eutanasia? Un altro studio dimostra che le richieste di eutanasia provenivano in maggiore misura dai pazienti di medici che erano favorevoli all'eutanasia ...

Solo un paziente pienamente capace al momento della decisione di rifiutare terapie salvavita può esprimere una volontà pienamente informata: può, infatti, comprendere quale è la condizione attuale in cui si trova - il dolore, le disabilità - e misurare la sua capacità di affrontarla; può ricevere e capire le spiegazioni del medico sulle prospettive future, sia nel caso di erogazione della terapia, sia nel caso opposto; può quindi pienamente comprendere il percorso verso la morte che dovrà affrontare a partire dal momento del rifiuto.
Alla luce di questa piena comprensione - sia intellettiva, sia basata su quanto già il malato sente nel suo corpo - la decisione di rifiutare la cura - quindi la decisione di andare verso la morte - diventerà possibile ma, insieme, verrà vissuta nella sua portata piena: se non mi curo adesso, morirò entro un breve lasso di tempo ... quanti di noi saremmo in grado di prendere una decisione di questo tipo?

Questo non basta ancora per ritenere che una eventuale decisione di rifiutare una terapia salvavita adottata da un malato pienamente capace di intendere, di comprendere e pienamente informato sia in ogni caso libera, sia quindi davvero frutto dell'autodeterminazione del soggetto: il malato, infatti, potrebbe essere costretto a rifiutare le cure o, molto più banalmente, indotto al rifiuto da coloro che lo circondano; non è davvero un caso che, nello stesso studio già ricordato, i due fattori che inducevano i pazienti a chiedere la morte, oltre alla depressione, erano stati individuati nella maggiore percezione di essere divenuto un peso per gli altri e in una minore coesione familiare. Detto in parole brutali: nessun malato grave chiede di morire se ha intorno a sé una famiglia unita che non lo fa sentire un peso e un ostacolo.

La vera autodeterminazione richiede questi presupposti e questa vera libertà. Ma i fautori del testamento biologico o delle dichiarazioni anticipate di trattamento cosa prevedono per garantire la stessa autodeterminazione?

sabato 22 novembre 2008

Il grande stratega

Domenico Delle Foglie, Portavoce di Scienza e Vita:


"Una legge si impone. Ma quale legge? ... Di sicuro non una legge qualunque, perché dopo trent’anni di 194, nessuna disciplina che affronti questioni eticamente sensibili, può essere costruita a cuor leggero. Anzi, dev’essere accompagnata da un formidabile dibattito pubblico. (...)
Ma proprio la “lezione” della Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, quel suo sano trasversalismo che ha portato alla riduzione del danno, ci impone una scelta di campo.
Qualcuno provocatoriamente ha chiesto: vogliamo costruire una “nuova” Legge 40 o una “vecchia” Legge 194? Noi non abbiamo dubbi che si debba tentare di ricostruire in Parlamento il clima propositivo e costruttivo che ha portato all’approvazione della Legge 40."
Voilà: ecco servite le parole d'ordine: prima fra tutte la riduzione del danno: il danno ormai è fatto, bisogna cercare di correre ai ripari, non si può avere una legge giusta, ma, al limite una legge imperfetta ... e poi la contrapposizione tra legge 194 sull'aborto e legge 40 sulla fecondazione artificiale fondata soprattutto sul diverso clima ... Leggiamo ancora:
" ... noi non vogliamo rieditare una “vecchia” Legge 194, con le sue trappole, a partire dalla concessione dell’obiezione di coscienza ai medici che non volessero mettere in atto le disposizioni pronunciate dai soggetti (prima o dopo la malattia è ancora tutto da assodare).
Tanto poi lo Stato deve garantire che qualcuno si faccia carico di “aiutare a morire” chi lo dovesse chiedere. E’ appena il caso di dire che questa si chiama eutanasia, come in tanti hanno denunciato dopo la sentenza della Cassazione.
Coltiviamo una certezza: non possiamo consentire a quei settori ciecamente libertari e consapevolmente illiberali (...) che vogliono chiudere il cerchio: dalla Legge 194 a quella sul testamento biologico. Se dovesse vincere il “partito” dell’autodeterminazione assoluta, quello cioè che non rispetta il soggetto nella sua dimensione “relazionale” – e cioè umana – allora il gioco sarà fatto. L’individuo, in solitudine, solo con se stesso, prima eliminerà la vita nascente e poi eliminerà, anticipandone l’esito, la vita più fragile che si avvia al tramonto. La chiamerebbero vittoria della libertà. Non possiamo assecondare questo furto della vita e della speranza. Costruiamo, piuttosto, una legge sul “fine vita”. Con chi la vita la ama e la vuole tutelare. Sempre. Anche e soprattutto quando è al suo massimo grado di fragilità."
Qualche domanda impertinente: a) in cosa differiscono la legge 194 e la legge 40? Forse che una è una legge ingiusta e una una legge giusta? Delle Foglie si guarda bene dal dire l'una o l'altra cosa ... b) ma la "trappola" dell'obiezione di coscienza non l'avevano messa anche nella legge 40 (articolo 16)? E come mai? c) il clima costruttivo che ha portato all'approvazione della legge 40 teneva conto della costruzione e della distruzione di decine di migliaia di embrioni ogni anno e del congelamento - autorizzato dalla legge - di diverse centinaia all'anno (ormai sono migliaia)?

E soprattutto: quale legge suggerisce di approvare Delle Foglie?

A questa domanda mi permetto di proporre una risposta: qualunque legge che permetta una autodeterminazione relativa (non assoluta ...) purché approvata in un clima costruttivo; così che Delle Foglie possa dire: abbiamo vinto! Insomma una legge che consente dichiarazioni anticipate che permettono la cessazione delle terapie (non però di nutrizione o idratazione ...); e che per di più non permetta l'obiezione di coscienza ai medici!

Delle Foglie sta volontariamente mettendo la testa sotto la ghigliottina ... ma la testa di chi?

Giacomo Rocchi

giovedì 20 novembre 2008

Caso Englaro: LICENZA DI UCCIDERE - Verità e Vita mette in guardia dall’ambiguo concetto di “Fine vita”

Dal Comitato Verità e Vita CS 57

L’eversiva sentenza della magistratura italiana, blindata addirittura dal nulla osta delle Sezioni riunite della Cassazione, prima che una condanna a morte è una ancor più tragica “licenza di uccidere”. Al cittadino Englaro la decisione se fare o no quello che lo Stato gli consente.
Ancora non ha eseguito o fatto eseguire il gesto omicida. E noi fortemente speriamo che ci ripensi.
Ma se sciaguratamente dovesse farlo, questa decisione omicida non sarà nella sostanza diversa dai milioni di decisioni omicide –anche queste consentite e finanziate dallo Stato– prese da padri, madri e medici in materia di aborto; nonché da quelle di genitori e medici che –nelle tecniche di fecondazione artificiale omologhe o eterologhe - obbligano i poveri figli concepiti in provetta ad un “percorso di guerra” che nove volte su dieci li uccide. Di questo, purtroppo, da troppo tempo si tace, favorendo il clima per una sentenza come quella sul caso-Englaro.
Come era facile prevedere –e chi l’ha fatto ha suscitato le solite “prese di distanza” di certi paladini del “politicamente corretto” e del “male minore”– la legalizzazione prossima ventura della eutanasia si materializzerà con la ben nota trappola dell’antilingua. L’importante è non chiamare le cose con il loro nome. In questo caso, la nuova espressione, che sembra già godere di quell’ampio consenso autorevolmente auspicato per la sua traduzione in legge, è “Fine Vita”.
Per l’aborto, che è l’uccisione “volontaria” del figlio concepito, si coniò la formula “Interruzione volontaria della gravidanza”, tradotta nell’asettico acronimo “IVG”. Il diritto della donna si chiama “autodeterminazione”, e la vittima è un essere umano fra il concepimento e la nascita, impossibilitato ad autodeterminarsi. Adesso, con il “fine vita” e la c.d. autodeterminazione delle DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento), si delega qualcuno a uccidere colui che –qui e ora- non può esprimersi.
In questo modo –a prescindere da certe buone intenzioni– una legge sul “fine vita” sdoganerà una nuova categoria giuridica: quella delle persone che si trovano in una condizione umana intermedia tra vita e morte.
Recependo nell’ordinamento proprio quel concetto culturale di “zona grigia” elaborata da qualche sedicente cattolico in cerca di facili consensi mondani.
Per questi motivi, Verità e Vita conferma il proprio deciso dissenso dalla linea politica di sostegno ad una legge comunque ispirata al c.d. “fine vita”, che nella migliore delle ipotesi funzionerà come “scivolo” al decollo dell’eutanasia legale. Che implica quel diritto di uccidere che, almeno per i cittadini già nati, la legge vigente oggi rifiuta, anche a livello della Costituzione.
Come abbiamo già scritto più volte, delle due l’una: o la volontà del paziente, espressa prima di cadere nell’incoscienza, non è vincolante per il medico. E in questo caso non serve alcuna legge. O la volontà del paziente è vincolante per il medico, e questo apre all’eutanasia. Una legge che cerchi di collocarsi in mezzo a questo spartiacque è solo una colossale trappola della cultura della morte, nella quale Verità e Vita non vuole cadere.
Il “fine vita” non esiste. Esistono la vita e la morte. Al contrario, il “non ancora” dell’ ivg e l’ “ormai” del “fine vita” non sono che il marchio del potere dell’uomo sulla vita dell’altro.
Noi di Verità e Vita sosteniamo che l’unico modo sincero e corretto di esprimere l’ambito della misteriosa dignità, anche corporea, dell’uomo nel tempo è: “dal concepimento alla morte naturale”. Parole chiare, distinte e univoche. Parole pro-life.




mercoledì 19 novembre 2008

Autodeterminazione?



Il precedente post si concludeva con una domanda: "Siamo proprio sicuri che chi propone il testamento biologico ha davvero l'autodeterminazione come unico punto di riferimento?".


Torniamo agli esempi fatti: Eluana Englaro (quindi persone in condizione di stato vegetativo persistente), aborto procurato ed eutanasia di neonati prematuri; per tutti vengono addotte motivazioni che apparentemente non intaccano il principio del rispetto della dignità del soggetto ucciso e non negano - in linea di principio - il suo diritto alla vita: nel caso Englaro si richiama la volontà del soggetto di cui il tutore si sarebbe fatto voce; nell'aborto volontario ci si appella alla prevalenza del diritto alla salute della madre sul diritto alla vita del figlio (sentenza n. 27/75 della Corte Costituzionale); nel caso dei neonati prematuri si fa riferimento ad una presunta inutilità degli sforzi di rianimazione nel caso di nascita ampiamente pretermine, sforzi che, quindi, rischierebbero di trasformarsi in una pratica crudele sugli stessi bambini.



In realtà, accanto a queste motivazioni "ufficiali" esistono correnti di pensiero - che si fanno sentire sempre più forte - che giustificano gli stessi atti uccisivi negando radicalmente ogni diritto e ogni dignità alle vittime: per tutte - bambini prima della nascita, neonati prematuri, pazienti in SVP - si contesta l'essere gli stessi "persone", introducendo una categoria - quella degli esseri umani viventi non ancora o non più persone - per la quale non sarebbero applicabili le dichiarazioni universali dei diritti dell'uomo, la Costituzione italiana, le norme del codice penale e così via.


Ecco che l'aborto non può che essere consentito, in questa ottica, in qualunque fase della gravidanza e per mera volontà - che non richiede motivazioni - della madre; ecco che, nel caso di neonati prematuri a rischio di disabilità (ma, per qualcuno, coerente fino in fondo: per tutti i neonati fino al trentesimo giorno di vita ...) la decisione di uccidere (mediante omessa rianimazione) può dipendere da una decisione dei genitori (che quindi possono valutare se se la sentono di accudire un figlio disabile per molti anni); ecco che uguale diritto di decidere viene riconosciuta ai parenti nel caso di pazienti in SVP.
Non perderemo certo tempo a confutare queste tesi, di solito basate sul principio di autocoscienza: chi non ce l'ha, non è persona ... sono un semplice paravento per nascondere la legge del più forte, che deve poter decidere sulla sorte del più debole senza essere in alcun modo limitato nei propri desideri e istinti; interessa di più notare che, in realtà, queste tesi "estreme" portano, in sostanza, agli stessi risultati delle motivazioni "ufficiali", nobili.

Grande scandalo ha destato l'intervento a Firenze qualche giorno fa di un "neonatologo" (sic!) che ha detto a chiare lettere che, secondo lui, i neonati non sono persone: ma gli stessi benpensanti da tempo sostengono la necessità di far morire i neonati troppo prematuri nel caso il rischio di disabilità sia troppo alto o le probabilità di successo delle pratiche di rianimazione troppo basse; il tutto semplicemente sulla base della settimana di gestazione in cui è avvenuto il parto e non curando ciascun bambino per come è.
Quanto all'aborto: il richiamo della Corte Costituzionale al bilanciamento degli interessi tra madre e figlio non ha impedito l'approvazione di una legge che rende assolutamente libero l'aborto procurato, disinteressandosi delle motivazioni addotte dalla donna e, anzi, valorizzando quelle eugenetiche: ma il primo passo non l'aveva forse fatto la stessa Corte Costituzionale quando (ingenuamente?) aveva definito l'embrione come colui "che persona deve ancora diventare"?

E quanto ai pazienti in stato vegetativo persistente? Che pensare quando - en passant - il "grande scienziato" Veronesi definisce il loro stato "uno stato intermedio tra la vita e la morte", "una condizione di vita artificiale" o "il limbo della vita artificiale"? Quando cioè - implicitamente - non considera questi pazienti vivi, ma vivi artificialmente, quasi morti? Del resto il senatore Marino, autore della principale proposta di legge in discussione, accenna positivamente al fatto che in altri paesi è "prassi comune nelle strutture sanitarie ... interrompere le terapie quando non esiste una ragionevole speranza di riportare il paziente ad una condizione di vita accettabile": esistono quindi una vita accettabile e una vita non accettabile...

Il sospetto che - in fondo - ai fautori del testamento biologico il rispetto dell'autodeterminazione del paziente non interessi, poi, granché, si rafforza: perché dovrebbe davvero contare la volontà di chi, al momento di decidere sulla sua soppressione, non è in una condizione di pieno possesso dei suoi diritti?

Giacomo Rocchi



domenica 16 novembre 2008

Verso l'eutanasia/L'autodeterminazione

Stiamo andando verso la legalizzazione dell'eutanasia, sembra evidente.

Il coro unanime secondo cui "è necessaria una legge!" che si è alzato ancora più forte dopo la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione è composto in realtà di tante voci che - in prima battuta - è sorprendente siano concordi: ma, come già si intravede, parte di quelle voci - quelle di chi vuole ottenere la legalizzazione dell'eutanasia - hanno ben chiaro quale legge deve essere approvata; mentre altre - quelle che si richiamano alla difesa della vita e della dignità di ogni uomo - sono deboli, timide, con poche idee ma confuse ...

L'esito del lavoro parlamentare che sta avviandosi già si intravede: un compromesso che, in realtà, sarà più che sufficiente ai cultori della morte legalizzata per raggiungere il risultato sperato, mentre farà gridare al successo anche gli altri, sicuri di avere piantato "paletti" insuperabili e soddisfatti di non avere subito una sconfitta sonora.

Perché questo conta, no? Non prenderle e cercare di tirare avanti ...

Che fare? Non si può che riflettere e parlare chiaramente, dire tutta e soltanto la verità.

Partiamo allora dalla parola d'ordine: autodeterminazione; quella che, secondo le sentenze che hanno condannato a morte Eluana Englaro, giustificano la condotta del padre, "voce" della figlia interdetta, quella di cui si riempiono la bocca coloro che propongono il testamento biologico.

Così Veronesi, nella relazione al suo progetto di legge: "Noi pensiamo che nessuno debba decidere per noi. Ognuno ha il diritto di autodeterminazione e di esprimere cosa vuol fare della propria esistenza nel caso si trovasse nelle condizioni che lo privano della capacità di esprimersi. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliere ... il principio dell'autodeterminazione è l'unico che garantisce il rispetto della globalità della persona, del corpo, della mente e della loro armonia, anche quando questa armonia si spezza e ci si trova nella condizione di massima debolezza".

Si fa passare, quindi, l'idea che la morte procurata è legittima - anzi: doverosa! - se ciò corrisponde alla volontà dell'interessato, volontà espressa in piena libertà.

Si vedrà in seguito quanto sia fittizia l'autodeterminazione invocata da Veronesi: ma fin da subito ci chiediamo: Eluana Englaro ha chiesto di essere uccisa? La risposta è indubitabilmente: no, ma molti esultano fingendo che ciò sia avvenuto.
Le altre migliaia di pazienti in stato vegetativo persistente per i quali molti chiedono una "soluzione", hanno forse chiesto di essere uccisi? No, ma la soluzione deve essere trovata lo stesso!
I quasi cinque milioni di bambini abortiti legalmente in questi trent'anni, anche (non solo) per considerazioni strettamente eugenetiche, hanno forse chiesto di essere uccisi? No, ma l'aborto è stato compiuto ugualmente.
E i neonati estremamente prematuri, quelli che possono sopravvivere grazie al progresso delle tecniche di rianimazione, ma che rischiano di riportare disabilità: molti (anche una commissione ministeriale!) suggeriscono di non rianimarli, o di lasciare la decisione ai loro genitori; chiedono forse di non essere aiutati a sopravvivere? No, ma (come già si fa altrove) siamo già pronti a lasciar perdere ...

Siamo circondati da uccisioni che non sono affatto frutto di autodeterminazione, ma che sono decise da altri - spesso medici; e se allarghiamo lo sguardo al mondo intero vediamo che il tutto avanza inesorabilmente, verso l'uccisione non richiesta degli adulti disabili.
Siamo proprio sicuri che chi propone il testamento biologico ha davvero l'autodeterminazione come unico punto di riferimento?

Giacomo Rocchi

venerdì 14 novembre 2008

Una giornata di lutto per la magistratura italiana

L'assegnazione del ricorso della Procura Generale di Milano contro la decisione della Corte d'Appello che autorizzava l'interruzione della nutrizione e idratazione per Eluana Englaro alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione era un'opportunità: veniva scelto per la decisione un giudice "superiore" a quello che aveva accolto il ricorso di Beppino Englaro, un giudice che avrebbe avuto l'autorità morale e giuridica di annullare quel provvedimento e riportare la giustizia italiana sulla strada del rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo, primo fra tutti il diritto alla vita.

Certo: occorreva coraggio, per andare contro al conformismo imperante che, attorno al padre di Eluana, ne invocava la morte; era necessario uno strappo procedurale, per tornare a valutare il merito della vicenda e non solo il tema dell'ammissibilità o meno del ricorso.
Vi sarebbe stato un Giudice che avrebbe affermato: "non possiamo condannare a morte una giovane donna innocente?"
Non c'era.

Vi erano piuttosto giudici che discettavano sulla possibilità per il Pubblico Ministero di proporre impugnazione: e osservavano che la questione della morte procurata di Eluana non è una questione di "status e di capacità delle persone" (lo ha sostenuto la difesa di Beppino Englaro, sostenendo, in pratica, che se si trattava di interdire la figlia - come era avvenuto in precedenza - il P.M. avrebbe potuto dire la sua, ma se si trattava di ucciderla no ...) e che comunque - suprema distinzione! - il Pubblico Ministero avrebbe potuto intervenire in giudizio ma non impugnare la sentenza! La questione della morte procurata di una disabile non è di interesse pubblico, riguarda solo le persone coinvolte!



L'ultima parola è stata detta, la procedura è stata rispettata, le carte sono in ordine.




Ora Eluana può essere uccisa.

Giacomo Rocchi